Il lato umano dell’arte contemporanea

Letizia Moratti ha impresso una svolta alla collezione di Progetto Genesi mettendo al centro opere «prevalentemente di autori non occidentali che trattano grandi temi sociali e politici»

Mequitta Ahuja, «Autocartography III», 2012. ©  Mequitta Ahuja
Ada Masoero |

Un anno esatto, dal 21 settembre 2021, quando prenderà il via a Milano, all’Università Cattolica del Sacro Cuore, per spostarsi subito a Villa Menafoglio Litta Panza a Varese, fino al 21 settembre 2022, quando si chiuderà a Roma con una grande manifestazione: è questo l’arco temporale coperto da «Progetto Genesi. Arte e Diritti Umani».

Si tratta di un programma composito e interdisciplinare dalla forte valenza sociale, voluto e promosso nel 2020 da Letizia Moratti, che comprende una mostra della Collezione Genesi (catalogo Silvana), costituita da opere acquistate dalla stessa Moratti, presentata in quattro città italiane (tutti siti Unesco e sedi di beni del Fai: Varese, dal 21 settembre, Giornata Internazionale della Pace; Assisi, dal 18 dicembre, Giornata Internazionale dei Migranti; Matera, dall’8 marzo 2022, Giornata Internazionale della Donna; Agrigento, dal 5 giugno, Giornata Mondiale dell’Ambiente).

La mostra s’interseca con il ciclo di 12 appuntamenti mensili dal titolo «Sfide per il futuro», realizzato con l’Università Cattolica del Sacro Cuore (che lo patrocina, con MiC, Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco, Rai Per il Sociale e Fai-Fondo Ambiente Italiano). Sono 12 conversazioni nelle quali altrettanti esperti internazionali, da Jean-Hubert Martin a Gabriele Nissim, da Hanif Kureishi a Caroline Gombé, si confrontano con docenti della Cattolica sui temi più scottanti sul fronte dei diritti umani.

Letizia Moratti e Clarice Pecori Giraldi, esperta di arte contemporanea, che le è accanto in quest’ambiziosa avventura, hanno affidato a Ilaria Bernardi il compito di ideare e curare il progetto. Dalla loro interazione è scaturito qualcosa d’inedito, non solo per l’Italia, in cui l’arte contemporanea, con i suoi messaggi, si accompagna a un forte impegno formativo. Alle conversazioni si aggiungono, infatti, visite guidate e workshop destinati a bambini, ragazzi e adulti. Di «Progetto Genesi» parliamo con la fondatrice e presidente, Letizia Moratti.

Dottoressa Moratti, come ha preso forma «Progetto Genesi»?
Il Progetto Genesi scaturisce da una fascinazione improvvisa che risale a qualche anno addietro, quando mi sono scoperta attratta da opere di artisti contemporanei che non conoscevo, provenienti da Paesi non occidentali. Ho iniziato a seguire questo nuovo senso estetico e ad approfondire. Poi, alla Biennale di Venezia, ho individuato una prima opera, molto lontana da quello che fino ad allora era stato il fil rouge della mia raccolta: un lavoro di un artista mediorientale che esprimeva un messaggio chiarissimo, profondamente legato ai valori e ai diritti umani. Da qui è nata l’idea della Collezione Genesi, che, attraverso il coinvolgimento partecipe e anzi entusiasta di Clarice Pecori Giraldi, ha iniziato rapidamente a prendere forma. E altrettanto naturalmente è giunto il desiderio di passare dalla dimensione della raccolta privata a quella di un progetto radicalmente innovativo, capace di realizzare concretamente una stretta sinergia tra arte, educazione ai diritti umani e riflessione scientifica: un articolato e multiforme intervento educativo e culturale, volto a diffondere la conoscenza e a sostenere la difesa dei diritti umani, che ruota intorno a una raccolta ragionata di opere contemporanee, prevalentemente di autori non occidentali, che trattano grandi temi sociali e politici. A questo punto abbiamo chiamato Ilaria Bernardi a curare questo ambizioso progetto, cui hanno attivamente preso parte anche l’Università Cattolica e il Fai.

Quando è nata questa sua attenzione per l’altro, e per i suoi diritti?
Sono nata in una famiglia in cui questi valori erano profondamente sentiti e difesi attivamente, e da subito sono stata educata a rispettarli. Le cariche pubbliche che ho ricoperto, e che tuttora ricopro, e lo spirito che ha informato la mia azione politica e imprenditoriale sono per me il naturale sviluppo di questo imprinting.

L’impegno per San Patrignano può considerarsi in qualche modo una premessa, uno stimolo per Progetto Genesi?
San Patrignano è un progetto educativo legato alla valorizzazione dei giovani in un momento difficile della loro vita ed è un luogo dove il rispetto dell’altro, e delle storie diverse di ciascuno, è molto sentito. Il tema dell’educazione ai valori attraversa tutti i miei impegni, come accade anche in E4Impact, una fondazione di cui sono presidente e di cui proprio Associazione Genesi è socio fondatore insieme a Mapei, Webuild, Università Cattolica e Associazione Always Africa: con E4Impact formiamo e sosteniamo una nuova generazione d’imprenditori africani, attenti al tema della sostenibilità.

Nel Progetto Genesi l’arte è intesa come ambasciatrice dei diritti umani: in che modo, a suo parere, può esserlo?
L’arte è da sempre un potentissimo strumento di trasmissione delle idee, basti pensare alla storia dell’arte cristiana, in cui per secoli la trasmissione del messaggio evangelico è stata affidata in considerevole parte all’architettura delle chiese e alle pitture che le ornavano. L’arte e la cultura hanno il potere della visione, di porre interrogativi, di mettere in dubbio le nostre certezze, di mostrare con chiarezza l’essenza delle questioni. Con Genesi abbiamo scelto di lavorare con l’arte e gli artisti contemporanei proprio per indagare fino in fondo le questioni più urgenti del nostro tempo. Progetto Genesi nasce del resto come un grande esperimento di approccio integrato, direi anzi di approccio olistico, al tema della comunicazione dell’importantissimo argomento dei diritti umani e della loro difesa: come ho detto, in Genesi l’arte contemporanea s’intreccia in modo inedito agli interventi educativi per il pubblico e alla libera discussione scientifica in conversazioni di livello universitario.

Le opere appartengono all’Associazione? E come sono state scelte?
Le opere sono affidate in comodato all’Associazione. La scelta delle opere è frutto di un percorso complesso e per me affascinante, un’esperienza importante anche a livello personale ed emotivo. Clarice Pecori Giraldi ha svolto con passione, e con la grandissima professionalità che tutti le riconosciamo, un approfondito lavoro internazionale di scouting degli artisti e delle opere; poi, in un’opera di ricerca durata diversi anni, abbiamo selezionato insieme i lavori per la collezione.

La curatela della mostra e dell’intero progetto è stata affidata a Ilaria Bernardi, studiosa giovane e con un solido curriculum. Quali le ragioni della scelta?
L’abbiamo scelta per due ragioni fondamentali, la prima delle quali è proprio il curriculum, che non solo è solido, ma innanzi tutto testimonia di un interesse specifico e profondo per il tema dei diritti umani, cui si accompagnano una notevole esperienza nell’agire a livello internazionale (in particolare, ma non solo, nel mondo dell’arte africana) e una competenza più unica che rara nell’ambito degli interventi educativi e del rapporto tra esposizioni d’arte e mondo universitario. La seconda ragione si colloca a un livello diverso, ma in questo caso non meno importante: tra Clarice e me si era andata creando una modalità di collaborare calda ed empatica, e Ilaria con naturalezza vi si è inserita, trasformando il nostro duo in un trio altrettanto appassionato ed efficiente.

Potrebbe citare qualcuna delle opere esposte?
Una per tutte: «Embrace» di Alfredo Jaar, anche per il modo in cui è entrata a far parte della collezione. Clarice ha visitato a Londra la mostra di questo artista alla Goodman Gallery e la condivisione della sua reazione con me è stata immediata: come rimanere impassibili davanti a un racconto così comprensibile e lineare del massacro in Rwanda? A lungo siamo rimaste indecise tra l’opera poi acquisita e la rappresentazione delle copertine di «Newsweek» che per 17 settimane hanno ignorato quello che stava succedendo. Ci si sentiva al telefono anche più volte al giorno per confrontarsi sui motivi che facevano pendere la scelta più per un’opera che per un’altra. Alla fine ho scelto il video: il racconto di due ragazzini che ricorrono al conforto fisico di una vicinanza istintiva per sopportare la tensione e il dolore di quanto stanno vivendo. E poi vorrei citare almeno i lavori di due donne, entrambe del Medio Oriente, Soudeh Davoud e Zehra Dogan. Con i loro lavori abbiamo avuto la sensazione di interfacciarci con artiste in prima linea, per le quali creare è un’attività primordiale, che le definisce. Queste artiste utilizzano simboli del loro mondo di origine, il tappeto, certi cibi, le acconciature, per dare messaggi di speranza e di fiducia. Molti artisti della Collezione Genesi sono donne, e non è casuale.

© Riproduzione riservata Letizia Moratti davanti a «Stories of Martyrdom (Women of Allah Series)» (1994)  di Shirin Neshat. Foto Guglielmo de Micheli L'allestimento delle opere di Hangama Amiri
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