Il gioco del mondo è mentale

La Serpentine Gallery dedica una retrospettiva a Hervé Télémaque, artista dall’estetica originalissima, eppure ancora sconosciuto ai più nonostante un’ampia produzione pittorica che copre oltre cinque decenni

«Portrait de famille» (1962-1963) di Hervé Télémaque © Fondation Gandur pour l’Art, Genève. Foto André Morin
Federico Florian |  | Londra

La Serpentine Gallery dedica fino al 30 gennaio una retrospettiva, la prima nel Regno Unito, a Hervé Télémaque, artista dall’estetica originalissima, eppure ancora sconosciuto ai più nonostante un’ampia produzione pittorica che copre oltre cinque decenni. Nato nel 1937 a Port-au-Prince, a vent’anni lascia Haiti alla volta di New York, la cui scena dell’arte era al tempo investita dal ciclone dell’Espressionismo astratto.

Ma la vocazione di Télémaque è perlopiù figurativa, tanto che negli anni ’60, dopo il suo trasferimento a Parigi, fonderà insieme al critico Gérald Gassiot-Talabot e all’artista Bernard Rancillac il movimento di Figurazione Narrativa: ne risulta un’arte dalla forte sensibilità pop, che incorpora simboli e riferimenti alla pubblicità e alla società dei consumi, in una critica ironica e affilata alle dinamiche del capitalismo moderno.

I dipinti ad acrilico di Télémaque, spesso realizzati col supporto di un episcopio, presentano una costellazione di immagini, segni e illustrazioni dallo stile grafico e fumettistico che, a un occhio attento, rappresentano uno spaccato della politica dell’epoca: allusioni più o meno esplicite a fatti quali la Guerra Fredda o la crisi dei missili a Cuba, si intrecciano a riflessioni su imperialismo e colonialismo, razza e razzismo, esaminati alla luce delle origini haitiane e «non-white» dello stesso artista.

«Hervé Télémaque: Un gioco del mondo della mente» raccoglie opere realizzate tra la fine degli anni ’50 sino ai giorni nostri, attraverso un allestimento non cronologico. Il progetto espositivo rientra in una programmazione incentrata su figure di artisti a uno stadio avanzato della propria carriera, ma sottorappresentati nella scena dell’arte globale (dopo Luchita Hurtado, Faith Ringgold e James Barnor).

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