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Il Ghana è un dream team

I quattro assi schierati dalla Nazione africana esordiente in un panorama ripiegato su se stesso: tra le eccezioni, la Cina interattiva e la Georgia distopica ma vivace

Una veduta del Padiglione dell'India. Foto Italo Rondinella. Cortesia La Biennale di Venezia

Possa tu trovare la forza nella tua storia per affrontare questi «interesting times», interrogarti sulle pieghe più grigie del passato, per superare le distopie e le idiosincrasie di questo presente. I padiglioni nazionali lungo le artiglierie dell’Arsenale sembrano prendere tempo, e talvolta affondare, nella maledizione/augurio lanciata da Ralph Rugoff. Pochi gli slanci e i colpi di reni, come se spesso venisse a mancare la forza per un grido di denuncia o la positività per una visione coraggiosa sul futuro.

Fra le eccezioni al torpore, spicca sicuramente il Ghana, che segna la prima presenza alla Biennale con una narrazione plurale, orchestrata da quattro protagonisti delle scene internazionali. La curatela è di Nana Oforiatta Ayim, direttrice della piattaforma istituzionale Ano Institute of Arts and Knowledge con sede nella capitale Accra, e l’allestimento del celebre David Adjaye, che sceglie di presentare il lavoro degli artisti secondo un principio monografico, in una sinuosa architettura in fango, ...
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)

da Il Giornale dell'Arte numero 397, maggio 2019


  • Una veduta del Padiglione del Ghana. Foto Italo Rondinella. Cortesia La Biennale di Venezia

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