Il futuro dell’arte contemporanea made in Uk

Al Camden Art Centre di Londra la nuova edizione di «Bloomberg New Contemporaries» sprigiona tutta la vitalità di una gioventù che non si piega al presente

Fermo immagine tratto dal video «The Green Light» (2021), di Ahaad Alamoudi. Allestimento di Bloomberg New Contemporaries al Camden Art Centre, 2024. Fotografia di Rob Harris
Gilda Bruno |  | Londra

Per essere una domenica uggiosa di fine gennaio, c’è un inaspettato fermento attorno a Finchley Road & Frognal, stazione di un quartiere prettamente residenziale a nord di Londra. Che si tratti di universitari determinati a riportare in voga lo stile anni Novanta, di trentenni dall’aria intellettuale o anziani con tanto di giornale sottobraccio, un viavai multiforme si dirige all’unisono verso il Camden Art Centre. Dapprima biblioteca aperta a tutti, oggi l’edificio è una galleria d’arte che propone mostre, attività e workshop di cui usufruire quasi esclusivamente a titolo gratuito. Tra queste la collettiva «Bloomberg New Contemporaries» (fino al 31 marzo): un tuffo nel futuro dell’arte contemporanea made in Uk visto attraverso le opere dei giovani talenti che ne stanno riscrivendo il presente.

Inaugurata il 18 gennaio, la vetrina rappresenta il culmine del percorso intrapreso annualmente da New Contemporaries, l’organizzazione che sin dal 1949 si è fatta portavoce del potenziale degli astri nascenti dell’arte inglese, fungendo da trampolino di lancio per artisti come Frank Auerbach, David Hockney, Helen Chadwick, Damien Hirst, Chris Ofili, Gillian Wearing e Lynette Yiadom-Boakye. Scovati da una giuria d’eccezione tra centinaia di candidature provenienti dalle istituzioni artistiche e dai programmi di formazione alternativa del Regno Unito, i «nuovi contemporanei» diventano il fulcro di una collettiva itinerante che ne mette al centro sperimentazione e preoccupazioni. A 75 anni di distanza dal suo debutto presso la Royal Society of British Artists di Suffolk Street, l’iniziativa continua infatti a servire da cartina al tornasole capace di rivelare il talento della prossima generazione di artisti.
«4.3.2‽_-⨅⨼» (2022), mixed media, di Zayd Menk. Allestimento di «Bloomberg New Contemporaries» presso il Camden Art Centre, 2024. Fotografia di Rob Harris
Già approdata alla Grundy Art Gallery di Blackpool lo scorso autunno, il secondo allestimento di «Bloomberg New Contemporaries» riporta il progetto al Camden Art Centre per la prima volta in oltre 20 anni. A nominare i suoi 55 protagonisti, il fotografo Sunil Gupta (New Contemporaries 1983) e le artiste multidisciplinari Heather Phillipson (New Contemporaries 2008) e Helen Cammock. «C’è qualcosa di potente nel concedere ad artisti la possibilità di sceglierne altri, raccontano i giudici. Sappiamo che cosa significhi mettersi nella condizione di essere “scelti”: consapevoli di quanto la nostra visione abbia influito su di essa, la mostra vuole essere una conversazione tra noi e coloro che ne fanno parte».

Mentre restrizioni alla libertà di espressione destano preoccupazione dentro e fuori dal mondo dell’arte, la schiettezza, l’impegno sociale e l’audacia dei lavori presentati in questa cornice restituiscono al pubblico una boccata d’aria. Invece di rintanarsi nelle loro pratiche per sottrarsi alle criticità dell’età odierna, i «nuovi contemporanei» ne esasperano la complessità, rendendola manifesta anche agli occhi di chi si ostina a distogliere lo sguardo. Si va dall’identità di genere al caos climatico, alla deriva dell’estrattivismo passando per la domesticità, le relazioni (siano esse umane, interspecie o artificiali), l’amore e la violenza, fino a sfociare in questioni che, pur radicate nella soggettività dei singoli, «hanno un’urgenza del tutto attuale», spiega il trio. Sviluppata per contenere le storie di quelle comunità la cui rappresentazione pubblica è, ancora oggi, travisata o parziale, «la mostra coniuga opere dalle forti connotazioni politiche con espressioni artistiche dal carattere più tenero e personale».
«Collective Cuddles» (2023), performance e installazione, di Daniel Rey. Allestimento di «Bloomberg New Contemporaries» presso il Camden Art Centre, 2024. Fotografia di Rob Harris
Progetti fotografici come «Goal» dell’israeliana Noa Klagsbald dimostrano quanto il calcio possa insegnarci sulla mascolinità e la coesistenza di popoli e culture differenti. Traendo spunto dal suo amore per lo sport e quello per gli Old Master, l’artista spoglia i calciatori del Lod (squadra dell’omonima cittadina di Israele, composta da atleti di origine ebraica e araba) degli stereotipi a essi associati. Lo fa ritraendoli negli spogliatoi e in prati fioriti durante i momenti di calma, riflessione o euforia che intervallano le loro azioni di gioco, contrapponendo gesti delicati e cura reciproca alla forza fisica che, normalmente, ne definisce l’immagine. «Mentre i conflitti nazionali indebolivano i legami tra palestinesi, arabo-israeliani ed ebrei-israeliani, il Lod è diventato più forte e unito che mai, racconta Klagsbald. Così come la squadra è servita da modello di unità durante periodi di divisione, il mio lavoro svela una prospettiva in grado di dare vita a un mondo migliore».

L’arte facilita la transizione verso il futuro anche in «News Medley», opera audiovisiva di Alicja Rogalska. Ispirata alla tradizione corale della Polonia, il cortometraggio dà voce al Women’s Choir of Kartal per declinare le esperienze di multiple generazioni di donne polacche in un inno alla loro sete di riscatto. Qualcosa di simile accade in «The Green Light» di Ahaad Alamoudi, artista araba classe 1991: una reazione alle riforme che stanno rimodellando la storia dell’Arabia Saudita, il video vede un gruppo di uomini in abiti caratteristici reinterpretare una canzone pop locale in una sequenza ipnotica che, come nel gioco del telefono senza fili, fa emergere nuovi significati. Accomunati da un approccio multimateriale, le opere di Osman Yousefzada e Savanna Achampong diventano talismano a sostegno di quegli individui la cui esistenza è ostacolata da dinamiche di classe e discriminazione, omaggiando, rispettivamente, la comunità migrante e chiunque si riconosca in «un corpo nero, trans e neurodivergente». Altre ancora, come il vivace montaggio «New Found Freedom» di Harry Luxton, artista affetto da disabilità, abbracciano la tecnologia per provare che non ci sono limiti che la creatività non possa superare.
«Migrant Godxx II» (2021), opera in tessuto, di Osman Yousefzada. Allestimento di «Bloomberg New Contemporaries» presso il Camden Art Centre, 2024. Fotografia di Rob Harris
«Con il costo della vita, degli studi e dell’istruzione in continuo aumento, operare nel Regno Unito non è mai stato così difficile: in questo contesto, progetti come New Contemporaries diventano ancora più vitali, concludono Gupta, Phillipson e Cammock. Sfruttando la ricchezza propria di narrative divergenti, la mostra ci ricorda che, malgrado le difficoltà, creare ci consente di avanzare».

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