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Il Fai è la democrazia diretta nell'arte

27ma edizione delle Giornate di Primavera: intervista a Marco Magnifico

Nella top ten dei «luoghi del cuore» del Fai, compare anche il Castello Aragonese di Taranto. © Marina Militare

Roma. Tornano il 23 e 24 marzo le Giornate Fai di Primavera, che per questa 27ma edizione coinvolgono 1.100 luoghi in 430 città, siti di solito inaccessibili, poco conosciuti e valorizzati: dimore aristocratiche, castelli, aree archeologiche, navi, antichi ospedali, musei particolari, borghi e altro, di ognuno dei quali viene raccontata la storia, spesso sorprendente (il 50% sarà fruibile anche da persone con disabilità fisica, l’elenco completo su www.giornatefai.it). Iniziativa popolarissima, gratuita con contributo facoltativo, di successo sempre crescente. Ne parliamo con il vicepresidente esecutivo del Fai Marco Magnifico. Intanto il mese scorso la IX edizione dei Luoghi del Cuore ha visto vincere, nell’ordine, Monte Pisano (Pi), devastato a settembre da un incendio doloso, il fiume Oreto che attraversa Palermo e lo stabilimento termale di Porretta Terme (Bo).

Dottor Magnifico, come sono nate le Giornate Fai di Primavera?

Era il 1993, il Fai era poco noto, Giulia Maria Crespi e io ci interrogavamo su come farlo conoscere in tutta Italia. Crespi sostiene che l’idea sia venuta a lei, io dico che è stata mia, in ogni caso decidemmo di copiare, a livello nazionale, quanto fatto da Mirella Barracco a Napoli, «Monumenti porte aperte», un successo strepitoso. Saper copiare è importante, e chi copia bene deve arrendersi al fatto che verrà copiato. Come è accaduto dopo di noi per le Dimore storiche con l’apertura dei cortili, o l’Abi con le sedi delle banche. Ed è un bene. Nel ’93 ovviamente le delegazioni Fai erano poche, i numeri modesti. Il primo anno abbiamo aperto 50 monumenti in 30 città.

Come funziona e come si inserisce un bene nella lista?

È davvero una forma di democrazia diretta, totalmente in mano alle nostre strutture sul territorio, con 124 delegazioni, 89 Gruppi Fai, 91 Gruppi Fai Giovani e 7.500 volontari. La scelta di cosa aprire è loro: se è il caso di riproporre luoghi dell’anno prima per via del successo, se dare invece un filo rosso alle aperture, insomma totale libertà d’azione. E i risultati sono straordinari, perché questa libertà aguzza l’ingegno, diverte, dà la sensazione di concretizzare dei sogni. Ed è stupefacente la quantità, 13.290 monumenti in 27 edizioni. Possono essere anche siti piccoli, di una sola stanza: tutto dipende dal tipo di racconto che consentono.

Voi accendete un faro su un bene, non importa che sia fenicio o brutalista anni Sessanta.

Esatto, non c’è un filo logico, è comunque la storia del nostro Paese. Alla fine è questo il compito del Fai: aiutare la gente a leggere i segni del tempo, a capire che cosa è importante e perché lo è. Accendere un faro, ancor più con i Luoghi del Cuore, aiuta molti monumenti a risorgere.

Quali, ad esempio?

Il Forte di San Salvatore a Messina, aperto dopo decenni nel 2004. La nostra delegazione lavorò duramente per ripulirlo, la gente all’improvviso si accorse che ci si poteva entrare e le code furono lunghissime. O il meraviglioso Liceo Ximenes a Trapani, aperto due volte, poi finalmente restaurato. Di queste storie ce ne sono tantissime.

Quindi in qualche modo sensibilizzate anche le istituzioni a prendere atto di un bene.

Assolutamente sì, se ci sono migliaia di persone in coda per qualcosa lasciato andare alla malora, capiscono che se se ne occupano quelle persone si tramutano in voti. Però una cosa ci dispiace: che alcuni funzionari dei Beni culturali pretendano di far pagare. Noi non possiamo, le Giornate Fai sono gratuite, e comunque rinunciare al biglietto in favore di un’enorme visibilità mediatica ci pare un vantaggio evidente. I Comuni al contrario ci spalancano le porte. Lì scatta l’orgoglio municipale, di appartenenza, l’apertura diventa una festa, commovente, incoraggiante: è l’Italia che vogliamo.

Che cos’è Fai Ponte tra Culture?

È l’asse portante di questa edizione. Abbiamo deciso di identificare e leggere, con luoghi che l’evidenziano in maniera speciale, tutte le influenze extraitaliane in Italia (nordiche o africane non interessa), che hanno plasmato la nostra cultura. Basti pensare alla Chiesa di Sant’Andrea a Vercelli, la cui costruzione è cominciata con soldi inglesi e il progetto è di un francese. O gli affreschi del XIII secolo nell’abbazia di Cerrate in Puglia, ritenuta dai leccesi una pietra miliare della loro identità, mentre nasce da una cultura che nulla ha a che fare con la Penisola. E dove sono emersi molti santi sconosciuti, dalla pelle nera, che restauri antichi avevano ridipinto pensando che fosse un deterioramento del colore. E ci saranno cittadini stranieri a raccontarci la nostra ricchezza, libanesi per le influenze fenice, egiziani per quelle copte, e così via. Una novità che naturalmente ha una valenza politica forte.

I Luoghi del Cuore sono recenti.

Sono nati dopo ed è una macchina molto più semplice, per quanto raccogliere 2 milioni e 200mila voti certamente non lo è. È importante il lavoro dei comitati, sappiamo di alcuni già pronti a partire per il 2020, però ci interessa molto anche il voto singolo via web, quest’anno aumentato vertiginosamente. Per i Luoghi del Cuore la scelta è delle persone. Con almeno 2mila voti, si può mandare a noi un progetto di restauro o valorizzazione. I primi tre ricevono soldi, per gli altri c’è il vaglio di una commissione congiunta Fai e Mibac.

C’è una discrepanza tra Nord e Sud della Penisola?

Forse sì, al Sud c’è più passione. Ma è anche perché sono più dimenticati.

Federico Castelli Gattinara, da Il Giornale dell'Arte numero 395, marzo 2019


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