Il dopo Brexit è duty free

La nuova politica d’aiuto al mondo dell’arte del governo britannico

Murale di Odeith a Bristol
Bruno Muheim |

Harry e Megan non metteranno sicuramente all’asta a Londra i doppioni della loro lista di nozze e non aiuteranno l’economia inglese investendo i ricavi dell’asta nelle nuove tecnologie britanniche. Nel frattempo il Governo di Boris Johnson porta avanti la sua nuova politica d’aiuto al mondo dell’arte con il suo solito pragmatismo secolare e inglese.

Non dimentichiamo che l’aitante cancelliere del tesoro con fisico da Bollywood Rishi Sunak aveva consigliato agli artisti di cambiare lavoro e che gli aiuti statali sono stati nella maggiore parte riservati alle persone già assunte, così che i lavoratori indipendenti, e dunque gli artisti, sono stati i più penalizzati.

Per aiutare globalmente il mercato dell’arte il trionfatore della Brexit ha avuto la grande idea di creare otto mega freeport nella provincia. Così tutti i beni di lusso possibili potranno essere parcheggiati in queste città fantasma senza pagare tasse d’importazione. Si può anche immaginare un’asta a Londra con i diversi lotti da visionare in uno di questi freeport. Innanzi tutto, non è particolarmente pratico; certo una delle ubicazioni scelte, l’East Midland Airport, è all’interno di un aeroporto internazionale inglese ma a ben 200 chilometri dal centro di Londra!

Ci si potrebbe chiedere perché la Svizzera, che è stata la campionessa di questi luoghi, se ne sta allontanando il più possibile. È la solita prosopopea sulla grandezza britannica ritrovata. Come abbiamo già detto, è cosa certa che il Regno Unito ha lasciato l’Europa Unita, non si sa ancora con quali modalità, ma non può dimenticare che fa sempre parte delle Nazione Unite e delle sue varie agenzie come l’Unesco.

Dunque Londra pensa di essere totalmente autonoma nella gestione di qualsiasi sua attività ma questo è uno sbaglio madornale perché, avendo aderito all’Unesco, deve rispettare regole precise su esportazione, importazione e transito delle opere d’arte. Per questa ragione la Svizzera, che non fa parte dell’Unesco ma nel 1975 ha siglato una convenzione, sta tentando di controllare il funzionamento di questi spazi al di fuori di qualsiasi legislazione per non trovarsi ostracizzata da tutti.

Sicuramente denaro sporco e capolavori trafugati troveranno un’accoglienza da tappeto rosso in questi luoghi, ma non sono sicuro che un collezionista vero e scrupoloso riterrà tale provenienza come una garanzia immacolata per un investimento plurimilionario. Per fare un esempio concreto, non preferite lasciare i vostri risparmi in una banca seria con una reputazione rispettabile, piuttosto che in un’officina di riciclaggio?

Quindi, non è con misure degne del liberalismo ottocentesco che ripartirà il mercato dell’arte. I legami tra il mercato dell’arte e la finanza sono fortissimi, ma poiché la City di Londra è in grandissima parte emigrata a Francoforte, Amsterdam, Parigi e Milano, ci sono sempre meno ragioni per un perdurare del primato londinese nel mercato dell’arte.

Certo, ancora una volta Winston Churchill salverà sua Maestà. Gli 8,2 milioni di sterline pagati a Christie’s Londra il primo marzo per un quadro di Churchill raffigurante il minareto della moschea di Marrakech sono una follia. In qualsiasi mercatino della campagna inglese trovate quadretti di questo genere, opere di arzille zitelle inglesi o di vedove dell’impero britannico, per un centinaio di pound.

È vero che il dipinto era stato regalato dall’autore al presidente americano Roosevelt per poi essere comprato da Brad Pitt per la sua fiamma dell’epoca, Angelina Jolie. Proviamo a capire la composizione del prezzo ottenuto dal dipinto: 1% per le capacità del pittore Churchill, 33% per l’aura del politico Churchill, 16% per il ricordo di Roosevelt e 50% per la fama dei Brangelina sembrano percentuali attendibili.

Si può dire che si tratta almeno di un quadro fatto a mano pagato in una divisa ancora solida, la sterlina. Niente a che vedere con la chiavetta usb venduta da Christie’s per 69 milioni di dollari sicuramente pagati in Bitcoin. Non vogliamo entrare nel merito della storia di «The First 5000 Days», suggeriamo solo che si tratta di un lavoro non realizzato da un artista, ma da un tecnico informatico nemmeno bravo.

C’è un filo conduttore nelle nostre tre storie, ossia una perfetta non aderenza alla realtà: politica nel primo caso, estetica nel secondo e finanziaria nel terzo.

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