Il diritto d’autore appartiene in comune a tutti i coautori

Il caso Druet-Cattelan, replica di una storia d’altri tempi: da Renoir-Guino all’«affaire Spoerri». Ma Druet «coautore» di Cattelan potrebbe ottenere ben più dei 5 milioni richiesti, a patto che...

«Him» di Maurizio Cattelan
Gloria Gatti |

«La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa», teorizzava Karl Marx. E quella dello scultore francese Daniel Druet che rivendica la paternità di nove statue alla base delle opere più celebri di Maurizio Cattelan, da Giovanni Paolo II colpito dal meteorite a Hitler bambino (Druet chiede un risarcimento di 5 milioni di euro allo stesso Cattelan, al suo gallerista parigino Emmanuel Perrotin e alla Monnaie de Paris, che nel 2016 ospitò una mostra dell’artista italiano: il 13 maggio si pronuncerà la terza camera del tribunale di Parigi, specializzata nella proprietà intellettuale, Ndr), sembra proprio la replica di una storia d’altri tempi per un teatro di burattini.

La prima storia parte da una villa in mezzo a un uliveto che guarda il mare, sulla collina di Cagnes-sur-mer, dove Pierre-August Renoir riceveva Auguste Rodin e Ambroise Vollard, mentre il figlio Claude «correva dietro alle formiche», o almeno questo è ciò che riporta Vollard nelle sue Memorie di un mercante di quadri, in cui narra che «allora Renoir aveva settantacinque anni. Paralizzato dai reumatismi, continuava a lavorare con lo stesso ardore della giovinezza», omettendo di raccontare, però, che il maestro non aveva più la forza di scolpire e che, «spinto» dal suo rapace mercante, affidò alle mani sapienti del giovane e talentuoso scultore Richard Guino la realizzazione sotto la sua direzione di un certo numero di sculture a sua firma.

Nel processo che ne seguì, risultò provato che Vollard avesse pagato a Guino 6.300 franchi ma la Corte di Cassazione nel 1973 stabilì ch’egli non era un semplice modellatore dipendente, che talvolta lavorava da solo, che certe caratteristiche delle opere così eseguite portavano l’impronta del suo personale talento creativo e che, quindi, aveva la qualità di coautore. Da questo derivano necessariamente le attribuzioni dei diritti morali: la Corte di Cassazione dichiarò che le opere in questione erano opere collettive, aggiungendo che «le sculture sarebbero state diverse se fossero state opera del solo Renoir‎‎» (Cour de Cassation, Chambre civile 1, 13 novembre 1973, 71-14.469).

Senza un contratto di dipendenza e sulla base di istruzioni contenute in «un fax di dieci righe» o in brevi telefonate di assistenti, questo è ciò che ha dichiarato Druet a «Le Monde», nonostante la presunzione semplice che autore di un’opera è colui a nome del quale è pubblicata (art. 113-1 CPI) (Cour de Cassation, Chambre civile 1, 20 marzo 2019, 18.21-124), non ci pare sussistano elementi bastevoli a far perdere al maestro della cera la qualità di coautore che rivendica, apparendo evidente anche a prima vista «il suo apporto effettivo alla creazione dell’opera come espressione della sua personalità».

A favore di Guino depone anche il rovescio del diritto dell’«affaire Spoerri», deciso dalla Cassazione francese nel 2002, che vide l’artista condannato a risarcire un collezionista che aveva acquistato un «Tableau Piège», pubblicato a suo nome ma in realtà realizzato da un ragazzino di 11 anni ritenendo che l’esecuzione personale dell’artista fosse «sostanziale per l'autenticità di un'opera e condizione determinante della paternità».

Benché la tesi dell’esecuzione personale e artigianale dell’opera abbia perso forza e attualità e sia pacifico che siano «opere d’arte» anche quelle che non siano frutto di un lavoro artigiano fatto a mano dall’artista, almeno dai tempi del ready made di Duchamp, le sole idee, benché originali, non sono tutelate dal diritto d’autore e la Corte di Cassazione ha stabilito che «sono coautori non solo l’ideatore e creatore del bozzetto ma anche il maestro vetraio, il quale non conferisce soltanto un contributo tecnico, tendente a realizzare fedelmente un’idea altrui, ma contribuisce in modo creativo, momento per momento e con i necessari adattamenti, alla stessa ideazione, oltre che alla realizzazione dell’opera» (Cass. Civ. 25 novembre 2011, n. 24970).

E ha anche precisato che «l’art. 10 della legge sul diritto d’autore, al primo comma, stabilisce che se l’opera è stata creata con il contributo indistinguibile e inscindibile di più persone, il diritto di autore appartiene in comune a tutti i coautori. Stabilisce quindi che le parti indivise si presumono di valore uguale, salvo la prova per iscritto di diverso accordo».

Se fosse provato in causa, quindi, che l’apporto creativo di Cattelan fossero state soltanto quelle 10 righe di fax in cui era contenuta l’ideazione dell’opera, in base al principio stabilito della Cassazione italiana, qualora non fosse documentata alcuna abdicazione e rinuncia scritta ai suoi diritti d’autore sulle 9 opere realizzate da Druet per Cattelan, anche dietro compenso, i danni risarcibili allo scultore francese potrebbero essere ben più elevato dei 5 milioni richiesti, considerato che uno dei tre «Him», è stato aggiudicato l’8 maggio da Christie’s per oltre 13,3 milioni di euro.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Gloria Gatti