Il Correggio che piaceva alla duchessa

Alla Nuova Pilotta una riflessione sull'importanza dei grandi modelli, sul valore dello studio e sul ruolo della politica illuminata per la diffusione del gusto.

Correggio, «Madonna di san Girolamo», 1526-28
Valeria Tassinari |  | Parma

«L’Ottocento e il mito di Correggio», dal 26 febbraio al 30 maggio nella Nuova Pilotta, è una mostra che legge con intelligenza l’identità della Capitale Italiana della Cultura 2020+21, proponendo una riflessione sull’importanza dei grandi modelli, sul valore dello studio e sul ruolo della politica illuminata per la diffusione del gusto.

Una mostra in cui si respira l’anima stessa di Parma, quella fragranza che la rendeva già così elegante nell’età moderna, tra Rinascimento e Neoclassicismo: un’essenza dolce che si percepisce come elemento di connessione fra tre figure particolarmente iconiche per la città, sul cui operato si fonda il progetto espositivo. Prima di tutti c’è il grande Antonio Allegri da Correggio, pittore di morbidezze ammalianti, suadente eppure ardito, con quelle prospettive vertiginose che accelerarono il passaggio dal Rinascimento al Barocco, e le pennellate luminose e sfatte, in strepitoso anticipo sui tempi.

Tre secoli dopo, Maria Luigia Bonaparte, che, imperatrice (controvoglia) dei Francesi per quattro anni, fu poi l’appassionata duchessa di Parma e Piacenza per oltre tre decenni; instancabile e raffinata promotrice delle arti, nella «piccola Parigi» della sua corte emiliana, volle incentivare il recupero del Rinascimento ma anche sostenere la formazione e la ricerca degli artisti del suo tempo.

Infine Paolo Toschi, capofila di numerosi pittori sospesi tra Neoclassicismo e Romanticismo che, ispirati dal confronto vis à vis con i capolavori correggeschi, seppero rinnovarne la lezione e alimentarne il mito tra la borghesia colta dell’Italia nascente. Così, intorno a quattro capolavori del Correggio (la «Madonna con la scodella», la «Madonna di san Girolamo», 1526-28, e due tele provenienti dalla Cappella del Bono) il curatore Simone Verde ha costruito un percorso espositivo che ci porta a scoprire la migliore produzione ottocentesca del Ducato, una «catena e collezione» di opere legate alla persistenza dei modelli, che sarebbe piaciuta anche a Canova, amico e ritrattista della duchessa.

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