Il coraggio di dire no all’arte povera

Giuseppe Niccoli, il gallerista che comprese il valore e il potenziale dell’arte italiana ingiustamente trascurata e del passato prossimo (dall’Astrattismo al Surrealismo, dal Futurismo al Nouveau Réalisme) come antidoto alle mode

L’allestimento della mostra di Emilio Vedova nel 1986. Foto Amoretti, Parma
Franco Fanelli |

Giuseppe Niccoli è stato un gallerista in un periodo in cui il mondo istituzionale e museale dell’arte faceva finta che la sua categoria non esistesse e che le opere esposte in prestigiose sedi pubbliche non fossero prima passate in meno aulici ambienti, scoperte, a proprio rischio economico, dai «mercanti» dei quali nei «templi» era meglio non parlare. Ancora oggi non ha ripreso la sua attività l’ufficio vendite della Biennale di Venezia, attivo sino agli anni Sessanta e diretto per un lungo periodo da Ettore Gian Ferrari, il gallerista che trasmise la propria passione alla figlia Claudia. Eppure la Biennale non potrebbe esistere senza le gallerie che, ovviamente, pretendono di essere citate nei cartellini delle opere esposte. Un po’ per volta anche i musei hanno (sebbene non del tutto) rimosso il tabù e oggi non mancano, in tutto il mondo, le mostre dedicate ai grandi mercanti che spesso
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