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Il consuntivo 2019 delle case d’asta | Un anno in crescita

Twombly è il top, Morandi, Fontana e de Chirico imprescindibili. Piace il lusso, gli arredi tornano di moda. La burocrazia rimane il grande ostacolo

Un momento dell'asta «Thinking Italian» tenuta a Milano da Christie's ad aprile 2019

Il 2019 ha portato nelle casse delle case d’asta, attraverso le 474 vendite che si sono svolte nell’anno, più di 325 milioni di euro, cifra di tutto rispetto che si riflette nelle dichiarazioni soddisfatte dei vari responsabili delle case d’asta, generalmente in crescita: su 27 solo quattro registrano una lieve flessione.

Nella polifonia di voci emerge come i buoni risultati siano stati il frutto di analisi approfondite e di nuove strategie messe in atto per affrontare il mercato in continua evoluzione. Rimane il nodo della burocrazia invasiva, ma pare che il cerchio si stia stringendo di fronte all’evidente necessità di allinearsi con il resto del mondo.

Nell’elenco dei top lot forniti dalle casa d’asta sono sempre vincenti Lucio Fontana e Giorgio Morandi, che compaiono cinque volte ciascuno, seguiti da Giorgio de Chirico e Hans Hartung, ma il top lot dei top lot rimane il Twombly aggiudicato da Sotheby’s a un collezionista italiano che l’ha acquistato in sala. Altri stranieri illustri sono il Picasso di Pandolfini e il Magritte di Wannenes, senza dimenticare il Rauschenberg di Blindarte. Ma nel gruppo ci sono anche Boetti, Capogrossi, Vedova, Marini, Afro, Campigli, Boccioni, Zoran Music, Lawson, Gianni Colombo, Vanvitelli e Cattelan, presenza oggi insolita alle aste.

Buone posizioni per le pietre preziose, bianche o colorate, di per sé o in forma di collane, orecchini e spille; gli orologi non mancano mai. Gli arredi quando sono pezzi importanti non hanno età: possono essere scrivanie, armadietti e tavoli del Settecento o cassettoni e poltrone degli anni Cinquanta. La Cina è sempre tra noi con vasi e ciotole in finissima porcellana e scatole di lacca, e anche le armature e i busti romani in marmo trovano una nobile collocazione.

Michela Moro, da Il Giornale dell'Arte numero 405, febbraio 2020


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