Il busto della schiava nucleo di un'esposizione

La prima mostra del Met a esplorare attraverso oltre 35 opere, con prestiti provenienti da Europa e Stati Uniti, la relazione tra scultura occidentale, colonialismo e schiavitù

«Perché nascere schiava!» (1873) di Jean-Baptiste Carpeaux
Elena Franzoia |  | New York

Sempre più inclusivo e impegnato nelle politiche culturali di decolonizzazione, il Metropolitan Museum of Art incentra un’intera mostra su un unico, esemplare capolavoro delle proprie collezioni: il busto «Perché nascere schiava!», scolpito nel 1873 dal francese Jean-Baptiste Carpeaux. Curata da Elyse Nelson e Wendy S. Walters, «Fictions of Emancipation: Carpeaux Recast» (dal 10 marzo al 5 marzo 2023) è la prima mostra del Met a esplorare attraverso oltre 35 opere, con prestiti provenienti da Europa e Stati Uniti, la relazione tra scultura occidentale, colonialismo e schiavitù.

Artista dall’eccezionale modellato, Carpeaux realizzò il modello in gesso nel 1868 nel solco non solo dell’abolizione della schiavitù in Francia (1848) e negli Stati Uniti (1863), ma anche della contraddittoria compresenza sulla scena artistica e sociale della Francia ottocentesca di teorie etnografiche sulle differenze razziali, sviluppo del colonialismo in Africa e fascinazione per l’esotismo.

Significato politico e bellezza esotica si fondono infatti in molte delle opere presenti in mostra, tra cui spiccano l’«Allegoria dell’Africa» di Frédéric-Auguste Bartholdi proveniente dalla National Gallery di Washington e gli splendidi busti di Charles Cordier che rappresentano, pur senza il guizzo di ombrosa ribellione e l’implicita denuncia di ingiustizia del capolavoro di Carpeaux, il celebre modello nero Seïd Enkess, conservato all’Art Institute di Chicago, e la «Donna delle colonie francesi» delle collezioni del Met.

Alle sculture contemporanee di artisti afrodiscendenti come Kara Walker e Kehinde Wiley è affidato il compito di radicare il tema alla situazione attuale, riflettendo sulle conseguenze della schiavitù nella società contemporanea. Come affermano le curatrici, «la mostra offre uno sguardo approfondito sulla rappresentazione della schiavitù, dell’emancipazione e della personalità dei neri, sfidando il preconcetto che l’abolizione sia subito coincisa con una chiara posizione politica e morale».

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