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I Volumi di Dadamaino non erano falsi

Assolto l'Archivio dell'artista, perché il fatto non sussiste

Dadamaino con Rossana Bossaglia alla Galleria dei Bibliofili a Milano nel 1978

«Non c’è abbazia così povera da non avere un esemplare» della Vera Croce di Cristo, «in breve se tutti i pezzi ritrovati fossero raccolti, formerebbero un grande carico di nave», così scriveva Giovanni Calvino nel 1543 nel suo Traité des Reliques. Così tanti pezzi da essere troppi, e soprattutto troppi per essere veri e come troppi sono i «Volumi» di Edoarda Emilia Maino, alias Dadamaino e in parte autenticati dal suo Archivio tra il 2010 e il 2014 e immessi sul mercato secondo la tesi del Pubblico Ministero di Milano le cui richieste di condanna non sono state accolte dal Tribunale Penale, nel procedimento n. 50524/2014 R.G.N.R., che ha assolto tutti gli 11 imputati perché il fatto non sussiste.

A supportare la tesi della falsità delle opere sostenuta dalla Procura, oltre al «troppo» e sul numero delle opere contraffatte ci sarebbe anche un errore per eccesso degli inquirenti, anche l’ennesima perizia della dottoressa Mariastella Margozzi, storica dell’arte che aveva bollato come false le opere esposte alla mostra di «L’impossibile è Noto» dissequestrate pochi giorni fa poiché autentiche e i Modigliani del Ducale ancora in attesa di giustizia dal 2017.
Secondo la perizia della Margozzi le tele in questioni sarebbero «troppo invecchiate» o di «fattura modesta» o «sciatte e disarmoniche» e le «pennellate molto disordinate e caotiche» e le firme imitate.

Osservazioni, insomma, che «potevo fare anche io» e che per nulla si addicono al rigore formale e contenutistico di un atto giudiziario a cui avrebbe potuto conseguire la damnatio delle opere e la condanna a pena detentiva di liberi cittadini, era stata inizialmente contestata addirittura l’associazione a delinquere.

Per le motivazioni si dovrà attendere 15 giorni ma ci si aspetta che riprendano il principio d'antan già espresso dal Tribunale di Milano nella «sentenza Manzoni» dell’11 ottobre 2018 che aveva portato ad una assoluzione degli imputati con formula dubitativa non essendo «possibile addivenire ad un giudizio di sicura falsità delle tele di cui è processo, attesa l’estrema soggettività dei criteri utilizzati dai due esperti, che si basano sostanzialmente nella valutazione soggettiva ed artistica ai fini della decisione circa la genuinità delle opere».

Se così fosse, questa assoluzione potrebbe non aiutare il mercato dell’artista e lasciare un velo di pregiudizio sulla reputazione delle persone sottoposte a processo.

Se un tempo, infatti, la prova della contraffazione era affidata solo agli esperti d’arte, le cui «opinioni» sono soggettive per loro natura, oggi nel processo di formazione della prova s’impone anche il coinvolgimento degli scienziati, ai fini dell’«autenticazione». Ossia l’applicazione di una metodologia investigativa che, tramite una serie di esami scientifici, chimici, radiografici e comparativi (diagnostica per immagini, diagnostica analitica e datazione), permetta l’acquisizione di dati certi su pigmenti, supporti, tecniche esecutive e datazione e che consenta di formulare un giudizio sul vero e sul falso con fondamenti oggettivi.
Evidenze che non lascerebbero spazio a chiacchiericci e dicerie che ancora troppo invadono l’universo dell’arte e il mercato degli artisti concettuali.

Se oggi quindi siamo davanti a una giustizia giusta per Flaminio Gualdoni, Andrea, Mattia e Denise Tosetti e gli altri, questa sentenza potrebbe persino essere ingiusta per Dadamaino, il cui unico falso provato è quello di aver mentito sull’età che aveva dichiarato a Palma Bucarelli, secondo un vezzo tipicamente femminile.

Gloria Gatti, edizione online, 14 luglio 2020



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