I nostri dèi sono morti, quelli indiani sono vivi

Tre musei occidentali e il museo Csmvs di Mumbai allestiscono un nuovo tipo di mostra mettendo a confronto le divinità dell’Occidente con quelle indiane

Apollo in India per la prima volta: il disimballaggio della statua proveniente dai Musei statali di Berlino. Foto: Neil MacGregor
Anna Somers Cocks |  | Mumbai

Gli dèi s’incontrano a Mumbai nell’ambito del 75mo anniversario dell’Indipendenza dall’Impero britannico e, come si addice a partecipanti così illustri, questo incontro ha un programma serio. Intreccia cultura, politica, nazionale e internazionale, estetica e religione. Ci sono voluti quattro anni di lavoro per organizzarlo ed è al centro di uno scambio pionieristico di conoscenze e sensibilità tra India e Occidente. La mostra «Sculture antiche: India Egitto Assiria Grecia Roma» è un’iniziativa congiunta del J. Paul Getty Museum, del British Museum, dei Musei statali di Berlino e del principale museo di Mumbai, il Chhatrapati Shivaji Maharaj Vastu Sangrahalaya (generalmente noto come Csmvs), che la ospita fino al primo ottobre 2024. Questa durata insolitamente lunga serve a consentire al programma universitario, sviluppato appositamente in collaborazione con il Global Humanities Programme dell’Università di Cambridge, di estendersi in altri centri di questo vasto Paese e agli studenti di raggiungere Mumbai per vedere gli dèi di persona.

Come in Occidente, infatti, l’insegnamento universitario dell’arte e della cultura tende a essere avulso dal contatto diretto con le opere stesse, e il direttore del museo, Sabyasachi Mukherjee, insiste: «Vedere per credere». Non c’è nessun altro posto nel Subcontinente dove si possa vedere un’Afrodite nuda (anche se ci sono saloni di bellezza con quel nome e palestre intitolate ad Apollo), un dio egizio o l’immagine di una divinità assira. L’interazione del museo con il mondo accademico sta portando a cambiamenti nell’insegnamento all’Università di Mumbai, dove Mukherjee è stato invitato a far parte della commissione per i programmi di studio, in modo che l’esperienza diretta delle opere stesse conti come credito nel corso di laurea.

Questo contatto diretto si consoliderà a partire dal 2025, quando il museo aprirà la Galleria del Mondo Antico, che ospiterà oltre 100 opere provenienti dai musei occidentali partecipanti in prestito a rotazione per tre anni. Si realizzerà così il sogno di James Cuno, ex presidente del J. Paul Getty Trust, che crede fermamente che questa sia la strada da seguire per i musei occidentali ricchi di collezioni, piuttosto che il loro smantellamento, con la restituzione delle opere ai vari Paesi d’origine. Certamente, l’approccio collaborativo consente a Oriente e a Occidente di imparare l’uno dall’altro.

Neil MacGregor, ex direttore del British Museum, è stato uno dei principali artefici di questa mostra e dice: «Ora mi pongo nuove domande su queste sculture che abbiamo già visto centinaia di volte», perché quando ha chiesto ai curatori del Csmvs che cosa li avesse colpiti di più guardandole, hanno risposto: «Dove metterei la mia offerta al dio? Come faccio a sapere che l’Afrodite è una dea se è nuda e senza gioielli? E perché il dio non mi guarda?». Poiché lo scambio di sguardi, il «darshan», tra il fedele e il dio è una parte essenziale della preghiera nelle religioni indiane, lo sguardo obliquo degli dèi occidentali sembra non solo freddo, ma anche la negazione del rapporto tra il divino e il terreno.

Qui sta la differenza sostanziale tra gli dèi arrivati dall’Occidente e quelli del museo: i nostri sono dèi morti; quelli indiani sono ancora vivi. Noi consideriamo le nostre sculture antiche come arte o cultura materiale; in India, le sculture indù, buddiste e giainiste, per quanto antiche o preziose, appartengono tutte a religioni ancora fiorenti e la loro essenza religiosa prevale sempre sui meri criteri culturali. Il senso del divino è istintivo e non è raro che i visitatori che non conoscono il concetto di museo, per il quale non esiste una parola in nessuna delle 780 lingue indiane, si tolgano le scarpe in segno di rispetto quando entrano nelle gallerie. Lo scopo della mostra è quello di confrontare e contrapporre le 16 sculture di divinità inviate dall’Occidente con le divinità indiane, ma per rispetto a queste ultime ciò avviene tramite riproduzioni fotografiche anziché l’accostamento fisico.

C’è un’eccezione importante: un magnifico cinghiale in arenaria del 1000 d.C. ca domina il centro della rotonda che ospita la mostra. È il dio indù Vishnu nella sua terza incarnazione come Varaha, protettore della terra, e indica con il muso la galleria adiacente nella quale sono state allestite e illustrate le sculture delle divinità indiane. L’inaugurazione della mostra si è svolta nel giardino antistante il museo, uno stravagante edificio dei primi del ’900 in stile indo-saraceno. Con gli aquiloni che volteggiavano in alto e i corvi che chiacchieravano nel fitto sottobosco, Mukherjee ha detto che la mostra aveva ricevuto l’approvazione del Governo centrale, una dichiarazione importante ora che la politica nazionalista e filoindù domina la scena. Anche la scelta inclusiva della musica è stata significativa: i lavori si sono aperti con il canto di testi tratti dai Veda, che sono alla base dell’Induismo, e si sono conclusi con canti sufi, appartenenti al filone mistico dell’Islam.

Mukherjee ha chiarito che sta pensando al benessere spirituale delle generazioni future, precisando che il 65% della popolazione ha meno di 25 anni. «Come possiamo avviare una nuova comunicazione tra l’età antica e quella moderna che sia rilevante?». Joan Weinstein, direttore della Getty Foundation, che finanzia questa collaborazione, ha affermato che si tratta di un esempio di come le istituzioni possano lavorare insieme superando confini e frontiere, un messaggio ribadito da Carl Heron, vicedirettore ad interim del British Museum, che ha aggiunto di sperare nella collaborazione con i curatori del Csmvs per la loro futura mostra di scultura indiana antica, e da Hermann Parzinger, presidente della Fondazione prussiana per il patrimonio culturale, l’ente che riunisce i Musei statali di Berlino, che ha aggiunto: «Questo è un programma che dovremmo estendere a livello mondiale».

Le recensioni dei media indiani sono state positive; sono emersi l’orgoglio nazionale e gli aspetti collaborativi del progetto. «The Hindu» ha scritto: «Per l’educazione all’arte e per la reinterpretazione della storia dell’arte antica attraverso una lente indiana, questa è una delle mostre più importanti che siano mai state allestite in un museo indiano... Questa mostra porta avanti il credo collaborativo e globale del museo dalla sua prima mostra su larga scala, “India and the World: A History in Nine Stories” (una mostra di grande successo organizzata nel 2017 dal Csmvs con il British Museum, Ndr)». «Times of India» ha scritto: «Una nuova luce sul ruolo dell’India non solo come partecipante ma anche come contributore significativo nelle antiche civiltà».

Ci sono mostre che, con il senno di poi, vengono viste come punti di svolta. «Les Magiciens de la Terre», tenutasi al Centre Pompidou di Parigi nel 1989, che per la prima volta ha mostrato artisti provenienti da Paesi non occidentali come membri a pieno titolo di un fenomeno contemporaneo globale, è stata una di queste. L’attuale mostra e i progetti educativi che l’accompagnano potrebbero esserne un altro esempio, perché il suo modello di collaborazione costruttiva mira a un incontro di menti intelligenti piuttosto che a conflitti culturali.

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