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Musei

I musei Usa nell’era Covid-19

Percorsi di visita, ingressi contingentati, accessi ridotti modificano gli edifici e gli allestimenti del futuro

Distanziati e con mascherina alla riapertura del Metropolitan Museum of Art di New York il 29 agosto. © Nina Westervelt/Bloomberg via Getty Images

Impegnati ad accogliere e proteggere i propri visitatori dopo le riaperture, molti musei statunitensi stanno sfruttando l’occasione per ripensare in profondità l’organizzazione dei propri spazi. Contemporaneamente, istituzioni e studi d’architettura sono costretti a immaginare un design nuovo e diverso per i musei del futuro.

Dopo il lockdown della scorsa primavera, le restrizioni imposte per prevenire i contagi hanno costretto a percorsi di visita obbligati, ingressi contingentati, accessi ridotti spesso drasticamente e molta incertezza su come e quando si uscirà dalla situazione attuale. I cambiamenti in atto, però, potrebbero non essere solo frutto di un adeguamento temporaneo, e le riflessioni in corso paiono improntate a modifiche strutturali per la fruizione da parte del pubblico, anche sulla base di idee e progetti nati già prima dell’arrivo della pandemia.

Molte proposte si concentrano sui flussi di persone e sulla necessità di ingressi e uscite attivabili in base alle esigenze, «a seconda del momento e per evitare colli di bottiglia o assembramenti incontrollati», spiega Ron Elad, a capo della sede di Los Angeles dello studio internazionale di progettazione Buro Happold. Anche il progetto per la nuova sede del Princeton University Art Museum è un esempio delle nuove necessità: presentato a settembre da David Adjaye, architetto anglo ghanese, con i suoi sei ingressi punta a «dare la possibilità alla gente di entrare e uscire con facilità, in ogni momento».

Una soluzione che ha portato a ridefinire gli ambienti è quella adottata dal Metropolitan di New York, che sulla Fifth Avenue ha solo due varchi di accesso. Brett Gaillard, responsabile della progettazione per le infrastrutture, ha illustrato come l’auditorium sia stato riconvertito a nuova «via di fuga» e l’itinerario dei visitatori sia stato reso a senso unico attraverso le sale dedicate all’Antico Egitto sacrificando la visita interna al Tempio di Dendur.

Secondo Gaillard un modello di riferimento possono essere i nuovi padiglioni di Peter Zumthor per il Los Angeles County Museum of Art che, progettati ben prima dell’emergenza, assicurano tutto lo spazio necessario per il distanziamento sociale. La questione, però, porta a interrogarsi, come stanno facendo molti addetti ai lavori, sul possibile restringimento degli spazi espositivi, sacrificati e inadeguati a esporre le collezioni, sempre più corpose (non solo nel caso del Lacma).

Su questi presupposti cresce il dibattito relativo a come dovranno essere i musei che stanno nascendo o sono in fase di progettazione, per i quali la parola chiave sarà flessibilità. Bruce Davis, partner degli architetti newyorkesi Cooper Robertson, ne è certo: «Le sale avranno un’architettura fluida, con spazi modulari da utilizzare sia per le mostre e gli eventi, sia, all’occorrenza, per necessità logistiche legate alla gestione del pubblico».

Anche gli ambienti solitamente usati solo per occasioni speciali, come le sale conferenze, diventano ora un asset da utilizzare meglio: «Molti dei nostri clienti, dice Jame Anderson di SmithGroup, società di progettazione e servizi attiva globalmente, ci stanno chiedendo un aiuto nel riconvertire aree solitamente inutilizzate per la maggior parte della giornata. Come il Whitney Museum di New York, che ha trasformato i suoi spazi per performance e laboratori in un nuovo ambiente più ampio riservato allo staff».

Con tutta probabilità agli uffici saranno dedicati ambienti più piccoli, complice lo smartworking, e i bookshop diventeranno microunità diffuse a vari livelli e in diversi luoghi della struttura. Ugualmente, le restrizioni sanitarie hanno imposto una maggior attenzione ai sistemi di condizionamento: il Philadelphia Museum of Art, per esempio, ha perfezionato sensori e filtraggi, sia nei locali esistenti sia nelle nuove sale progettate da Frank Gehry la cui apertura è prevista all’inizio del 2021.

Un nodo centrale è rappresentato anche dal rapporto fra interno ed esterno del museo. E non solo dal punto di vista fisico. Anche qui, il tema non è nuovo, né tantomeno figlio del Covid-19. Pareti trasparenti, vetro e luce naturale si vedono ovunque già da tempo e il lockdown ha solo dato una spinta ulteriore alla necessità di spazi aperti, minori barriere visive tra dentro e fuori, ampie dosi di luce e aria. Una nuova concezione di museo, quindi, che architetti e ingegneri non possono ignorare, anche se significa dover rivedere al ribasso stime e obiettivi (artistici, funzionali, sperimentali e, soprattutto, economici).

Non solo e non tanto per la revisione di progetti in corso, quanto perché le nuove condizioni suggeriscono di riconsiderare ogni metro quadrato già a disposizione. Inoltre, le pareti da rimuovere per assicurare aria nuova e maggior comunicazione fra interno ed esterno non sono solo quelle materiali. Se, almeno a medio termine, il turismo antipandemico sarà quello di prossimità, l’interlocutore privilegiato di ogni istituzione sul territorio diventeranno le comunità locali.

Si dovrà lavorare sul modo in cui si rispecchiano nel «loro» museo, e su come il loro museo può diventare un riferimento o persino migliorarne la vita. Ecco che, come due fiumi separati, le proteste razziali di questi mesi e i nuovi regimi imposti dal virus trovano ora, nei musei, dei protagonisti in grado di dare risposte concrete, in un senso e nell’altro. Sapranno farlo?

Nancy Kenney, da Il Giornale dell'Arte numero 412, novembre 2020

©RIPRODUZIONE RISERVATA


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