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Archeologia

I mosaici serviti nell’hotel

Inaugurato ad Antakya un museo-hotel di lusso con i resti di ville romane e spettacolari mosaici di Antiochia sull’Oronte, già provincia siriana

I resti dell'impianto termale inglobati nella corte del museo-hotel di Antakya

Antakya (Turchia). È un edificio unico al mondo. Al piano terra è un museo nazionale, con resti di ville romane risalenti al II, IV e V secolo d.C., e oltre mille metri quadrati di pregevoli mosaici in situ, geometrici e figurativi; nei tre piani superiori, le stanze e le strutture di un hotel a 5 stelle. Il museo-hotel che si inaugura a luglio, «dove la storia incontra il lusso», recita il loro slogan, è ad Antakya in Turchia, nei pressi della costa mediterranea a ridosso del confine con la Siria: l’Antiochia sull’Oronte fondata in epoca ellenistica sull’antica via della Seta, che nella fase romana divenne prospera e sfarzosa come capitale della provincia di Siria (nel I secolo la terza più popolosa dell’impero dopo Roma e Alessandria, con mezzo milione di abitanti).

Al di là di qualche tratto di mura e di acquedotto, tutti i monumenti più prestigiosi dell’Antiochia romana, palazzi, teatri, terme, templi, un grande foro, due strade colonnate lunghe tre chilometri, sono ormai sepolti sotto i sedimenti del fiume e le abitazioni della città moderna. Il museo-hotel si trova proprio lungo l’asse di una di queste strade colonnate, nei pressi del Parmenius affluente dell’Oronte. Si tratta di un’area archeologica formalmente protetta, quindi prima di iniziare i lavori per la sua costruzione, nel 2009, sono stati scavati 29 pozzi per sondaggi da parte del personale del Museo archeologico di Antakya, su di un’area di circa 17mila metri quadrati.

Domus e mosaici
I risultati sono stati sbalorditivi, sin da subito: domus, pavimenti musivi in ottimo stato di conservazione, un impianto termale che faceva anche da argine. La famiglia Asfuroglu, imprenditori del settore energetico ma già gestori di un hotel poco distante, è stata costretta a un cambiamento radicale di programma: si sono affidati all’architetto di notorietà internazionale Emre Arolat per elaborare un progetto alternativo e innovativo in grado di combinare la musealizzazione delle strutture e dei mosaici con l’ospitalità alberghiera, hanno deciso di sponsorizzare tutte le attività di scavo e poi restauro iniziate a pieno ritmo nel 2011.

Sabiha Asfuroglu ha spiegato a «Il Giornale dell’Arte» che vi hanno partecipato 35 archeologi, 5 architetti restauratori, 120 operai. Sono stati rinvenuti oltre 30mila oggetti tra monete, ceramiche, terrecotte, frammenti architettonici, in cinque strati principali, che si estendono dal III secolo a.C. ellenistico a quello ottomano. E poi i mosaici, ovviamente: «Mi batte ancora il cuore dall’eccitazione ogni volta che li vedo, camminandoci attorno», ci ha confidato Sabiha Asfuroglu. Innanzitutto, nove pannelli di una dimora signorile del VI secolo d.C. con rappresentazioni geometriche dall’estensione di 1.050 metri quadrati; alcuni di questi pannelli, a causa di successivi terremoti, seguono l’attuale conformazione «a onda» del terreno e sono perciò ancor più spettacolari.

Anima creativa
A un’abitazione del secolo successivo appartengono invece un medaglione con la personificazione della Megalopsychia (l’anima creativa) circondata da uccelli, sempre in coppia maschio/femmina e perciò dalle dimensioni e dal piumaggio diversi; e poi pannelli più piccoli con animali selvatici. I più belli e interessanti, a una profondità maggiore, sono invece del II secolo d.C., coevi, e ugualmente raffinati, di quelli già famosi della vicina Zeugma, con un’estensione di circa 200 metri quadrati (decoravano un triclinium): un grande quadrato con il cavallo alato Pegaso e tre ninfe, un pannello rettangolare con otto muse e ai lati Calliope musa della poesia epica insieme a Esiodo e le personificazioni della Boeotia e del monte Alcyone dove per l’appunto le Muse risiedevano.

Un ulteriore pannello di un ninfeo ritrae amorini che pescano. Mosaici e resti archeologici sono perfettamente conservati, Emre Arolat ha pensato di realizzare una struttura integralmente in acciaio, le stesse 199 camere sono formate da elementi prefabbricati, che costituisce una sorta di intelaiatura, con la funzione di custodire e proteggere le rovine. È sostenuta da 66 colonne che raggiungono i 28 metri di profondità e poggiano sia all’esterno del parco archeologico, sia, quelle interne, direttamente nel letto ormai asciutto del Parmenius (ma le infiltrazioni d’acqua hanno creato non pochi problemi, agli archeologi e agli operai). Visitatori del museo e clienti dell’hotel si servono di entrate separate, sia gli uni sia gli altri non hanno accesso diretto ai mosaici ma possono ammirarli da camminamenti e balconate tutt’attorno.

Giuseppe Mancini, da Il Giornale dell'Arte numero 399, agosto 2019


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