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I galleristi preferiti alle case d’asta

Un'importante collezione di opere su carta del XX secolo è stata data in vendita a un pool di mercanti: è la prima volta che succede

Da sinistra, Arne Glimcher, Bill Acquavella, Larry Gagosian e Marc Glimcher. © Axel Depuex

Il mese di febbraio 2020 potrebbe rappresentare l’epocale punto di svolta del mercato dell’arte di questi ultimi trent’anni. L’annuncio che gli eredi di Donald Marron abbiano scelto un gruppo di mercanti (o se si vuole galleristi) per vendere la collezione dello scomparso filantropo e non si siano affidati a Sotheby’s o a Christie’s è stato un terremoto violentissimo per tutti. Marron era una personalità chiave di New York, geniale presidente di PaineWebber & Co., all’epoca una delle più importanti banche d’affari, brillante presidente del MoMA e anche l’iniziatore della prima fondazione in aiuto dei senzatetto.

In sessant’anni ha raccolto una delle più ispirate collezioni dedicate principalmente a opere su carta del XX secolo. Ossia la collezione che né Christie’s né Sotheby’s avrebbero dovuto perdere. La stima di 450 milioni di dollari avrebbe consentito alla casa d’aste prescelta di affrontare il 2020 con grande serenità. È facile immaginare lo stupore destato dalla decisione degli eredi di vendere tramite un consorzio di mercanti.

Si tratta d’un trio d’eccellenza: Gagosian, Acquavella e Glimcher. Tutti erano in contatto con Marron, avendogli venduto la maggior parte dei quadri della sua collezione. Ricordiamo che i grandi mercanti hanno sempre lamentato di costituire le collezioni dei loro clienti ma di non essere mai presi in considerazione al momento della vendita, un campo finora riservato a Christie’s e Sotheby’s, e ad alcuni outsider.

Sono anni che esprimiamo dubbi sulla nuova politica delle case d’asta, che mescolano a piacere i generi e le politiche di marketing. Le case d’asta nascono come intermediari, ma ora organizzano trattative private, vendono beni di loro proprietà, garantiscono quasi tutto il valore di un’opera d’arte, offrono tutta una serie di servizi finanziari, molto spesso senza avere le conoscenze necessarie. È vero che adesso, quando entriamo nella nostra banca, all’ingresso troviamo un bar, belle riviste in consultazione e in fondo due sportelli quasi in disuso... Un male moderno.

Trent’anni fa gli esperti erano al comando delle case d’asta; certo, spesso non diedero prova di grande abilità manageriale, ma almeno il cliente aveva come interlocutore una persona che si intendeva d’arte. Chissà che risultati darebbe oggi un test sugli attuali dirigenti delle case d’asta. Una volta si entrava in una casa d’aste come in convento e tutta la carriera si costruiva lì dentro.

Ora invece sembra che lo sport preferito dei loro impiegati sia passare da una casa d’aste all’altra. I grandi collezionisti tradizionali non si ritrovano in questo nuovo approccio. I mercanti considerati come obsoleti rappresentano invece una stabilità. Spesso è la terza generazione al comando di queste gallerie, che riescono così a costruire con i loro collezionisti una relazione di fiducia.

Più specificamente nell’arte contemporanea il gallerista avrà sempre il vantaggio di intrattenere relazioni dirette con l’artista, cosa che può difficilmente permettersi la casa d’aste, anche se il ruolo di Pinault grande collezionista e proprietario di Christie’s rimane da chiarire. Le case d’asta hanno subìto negli anni Sessanta una trasformazione radicale ad opera di un uomo eccezionale come Peter Wilson, presidente di Sotheby’s; le gallerie adesso subiscono la stessa rivoluzione grazie a un altro uomo della provvidenza, Larry Gagosian.

C’è sicuramente molto da dire su di lui, ma nessuno può negargli un approccio unico nell’arte e nella finanza. È normale, un mercante è di base un uomo che usa fondi propri, e così ha un approccio più sano al mercato; se dovesse perdere, perderebbe tutto. Un dirigente nella stessa situazione cercherebbe un altro lavoro. Un collezionista, altra figura che spesso ha costruito il suo patrimonio da sé, è sensibile a questo tipo di approccio. Gli eredi Marron hanno a modo loro attraversato il Rubicone del mercato dell’arte. Vedremo quanti li seguiranno.

Ultimo punto: ci sarà certo una mostra pubblica della collezione, ma le trattative saranno totalmente confidenziali. In un mondo sempre più votato alla privacy, questa riservatezza lontana dalle luci della ribalta di un’asta potrebbe essere la chiave di un maggiore successo.

Bruno Muheim, da Il Giornale dell'Arte numero 406, marzo 2020


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