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Mostre

I colori della maiolica italiana ai tempi di Raffaello

Al Palazzo Ducale di Urbino la più importante collezione privata di maiolica rinascimentale

Rinfrescatoio con una «Corsa di bighe», probabilmente bottega di Orazio o Flaminio Fontana, o di Antonio Patanazzi, Urbino, 1562-80 ca

In concomitanza con la mostra «Raffaello e gli amici di Urbino» (dal 3 ottobre 2019 al 19 gennaio 2020), la Galleria Nazionale delle Marche - Palazzo Ducale di Urbino ospita, dal 31 ottobre al 13 aprile 2020, la mostra «Raphael Ware. I colori del Rinascimento», curata da Timothy Wilson e Claudio Paolinelli con la direzione di Peter Aufreiter. L’allestimento della mostra, nella Loggia del Pasquino al secondo piano del Palazzo Ducale, a fianco delle sale che espongono una parte delle ceramiche della collezione permanente, verrà poi utilizzato per ampliare lo spazio espositivo dedicato a questa sezione. Pubblichiamo un estratto del saggio «La maiolica italiana: i colori e il mondo privato del Rinascimento» di Timothy Wilson introduttivo al catalogo della mostra (edito da Allemandi).

I 147 raffinati esemplari di maiolica italiana rinascimentale raccolti in questa mostra al secondo piano della loggia sud di Palazzo Ducale a Urbino sono tratti dalla più considerevole e importante collezione nel mondo di questo ramo artistico in mano a privati. L’ambizione degli organizzatori è stata quella di mostrare questa forma d’arte (...) alla luce diretta del giorno, per ricordarci che la maiolica ci mostra, come quasi nessun’altra forma d’arte di quel periodo può, i suoi colori non sbiaditi, esattamente com’erano quando uscirono dalla bottega del ceramista. (...) Non è esagerato dire che nel XVI secolo, sotto i duchi Della Rovere, la maiolica era l’arte di Urbino e Urbino era il paese della maiolica, specialmente l’istoriato, che divenne la specialità del Ducato e che per secoli fu conosciuto nelle lingue europee come «Raphael Ware», ceramica di Raffaello, dal più grande artista della città. Il rapporto tra la maiolica e Palazzo Ducale è l’argomento del saggio di Claudio Paolinelli nel volume che accompagna la mostra.

I vasai di maiolica del XV e XVI secolo adottarono una tecnica che avevano imparato dal mondo islamico e la trasformarono in un ramo dell’arte pittorica rinascimentale. Non vi è nessun’altra forma d’arte che rifletta così vividamente e in modo così ampio il mondo degli uomini e delle donne del Rinascimento italiano quanto la maiolica artistica. Si tratta di una forma d’arte intima, che decorava le stanze e veniva utilizzata negli ambienti pubblici e privati delle case dei ceti medio-alti e non solo. È una forma d’arte prevalentemente laica, che mostra quanto il «revival dell’antichità classica» venne recepito e assorbito da uomini e donne di una certa cultura, senza alcuna pretesa accademica.

(...) La maiolica non è mai stata tanto costosa quanto i metalli preziosi o la rara porcellana cinese d’importazione. Era apprezzata non per il suo valore materiale (il valore di riciclo era pari a zero), ma come indicatore del buon gusto e della cultura del suo proprietario. Quando Lorenzo de’ Medici, nel 1490, ricevette della maiolica in dono da Galeotto Malatesta, signore di Rimini, lo ringraziò dicendo: «Se le cose più rare debbono essere più chare, questi vasi mi sono più chari, et più li stimo che se fussino de argento, per essere molto excellenti et rari, come dico, et nuovi a noi altri di qua» (...). (La maiolica) rifletteva un sistema di valori che possono essere visti come tipicamente rinascimentali: novità, varietà, rarità, perizia tecnica e l’idea che per apprezzarli fossero necessari conoscenza e buon gusto.

Gli italiani del Rinascimento amavano coprire praticamente ogni superficie (pareti, tappezzerie, arredamento, anche le suppellettili di vetro) con immagini. Attorno al 1490-1500, in diversi centri, tra cui Faenza, Pesaro, Cafaggiolo, Siena e Deruta, i pittori di maiolica iniziarono a coprire l’intera superficie o quasi con «istorie», con soggetti di ogni sorta; nel Ducato di Urbino, Casteldurante, Gubbio, Pesaro e soprattutto Urbino stessa divennero famose per l’istoriato. Queste opere potevano essere inedite o riflettere composizioni rintracciabili in quelle che siamo soliti chiamare «arti maggiori», o ancora potevano derivare da xilografie contenute in libri o da incisioni. Nella sua forma migliore, l’istoriato può essere considerato a pieno titolo un ramo della pittura rinascimentale (...). Gli stemmi sui pezzi esposti mostrano che, tra coloro che commissionavano o ricevevano maiolica raffinata, vi erano grandi personalità quali Francesco II Sforza duca di Milano, lo storico Francesco Guicciardini, duchi e duchesse di Urbino e cardinali della chiesa romana.

(...) Le donne erano regolarmente coinvolte nella maiolica, sia come committenti sia come riceventi di doni. Almeno alcuni dei pezzi con stemma partito inclusi in mostra vennero commissionati da o per donne sposate o vedove. Il piatto con lo stemma partito Orsini-Della Rovere, potrebbe essere stato un dono da Eleonora, duchessa di Urbino, all’amica Felice Della Rovere, figlia illegittima di papa Giulio II e vedova di Giangiordano Orsini. Quando nel 1563 lo scrittore Annibale Caro cercava di recuperare per l’artista Taddeo Zuccaro i disegni che egli aveva realizzato per la credenza di maiolica che il duca Guidobaldo II di Urbino aveva regalato a re Filippo di Spagna, non scrisse a nessun membro maschio della famiglia ducale, bensì alla duchessa Vittoria Farnese. Alcuni anni dopo, nel 1593 e nel 1599, furono commissionati un corredo con lo stemma di Juan de Zúñiga e uno simile con lo stemma di Fernando conte di Lemos, entrambi viceré spagnoli di Napoli, come mostrano i documenti, non da o per il viceré, ma come dono per le rispettive mogli (doni allo stesso tempo personali e diplomatici) da parte di Isabella, sorella di Francesco Maria II, duca di Urbino.

Timothy Wilson, da Il Giornale dell'Arte numero 401, ottobre 2019



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