I 70 anni della Fondazione Cini | Renata Codello

Il segretario generale della Fondazione Cini illustra il passato e il futuro dell'istituzione

Fondazione Giorgio Cini, Isola di San Giorgio, Venezia
Enrico Tantucci |  | Venezia

Un simbolo che l’accompagnerà per tutto l’anno, tratto dall’edizione cinquecentesca dell’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo di cui possiede l’unica copia al mondo, stampata a Venezia, e il «San Giorgio e il drago» di Paolo Uccello, che tornerà dalla Francia per l’occasione. Sono due dei modi tangibili con cui la Fondazione Giorgio Cini festeggerà i suoi settant’anni di vita a Venezia, sull’Isola di San Giorgio. Una grande istituzione culturale di livello internazionale che ha retto anche i colpi dell’emergenza Coronavirus e che ora si prepara a riaprire, come spiega in questa intervista il segretario generale dell’istituzione Renata Codello.


Settant’anni e la Fondazione Cini è ancora qui. Qual è oggi il suo ruolo tra le istituzioni culturali veneziane e come si è modificato rispetto al passato?
Per celebrare questa importante ricorrenza ci sarà un simbolo ispirato ai caratteri alfabetici originali della straordinaria cinquecentina dell’Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo, che per tutto il 2021 affiancherà il logo istituzionale. Tra gli innumerevoli tesori custoditi dalla Fondazione sull’Isola di San Giorgio Maggiore c’è l’unica copia al mondo del poema cavalleresco di Boiardo, stampata a Venezia nel 1514. L’opera, rarissima e di enorme pregio, è stata donata da Vittorio Cini nel 1962 insieme alla sezione veneziana della collezione di incunaboli e cinquecentine illustrate del Principe di Essling. Uno degli scopi statutari della Fondazione Cini è promuovere la ricerca e la diffusione del sapere in ambito umanistico.

Questa missione non è mai cambiata in settant’anni. Il Centro di ricerca digitale di eccellenza della Fondazione ARCHiVe, infatti, ha recentemente completato il processo di digitalizzazione dell’
Orlando Innamorato. Ciò che è cambiato e continuerà a cambiare, sulla base dei principi ispiratori della nostra Fondazione, sono gli approcci e i metodi con cui usiamo le nuove tecnologie per trovare ulteriori ambiti di ricerca e modalità innovative di diffusione del sapere. Una delle chiavi per affrontare questa sfida è l’orizzonte tecnologico della digitalizzazione del patrimonio culturale. La Cini è all’avanguardia in questo settore grazie al progetto ARCHiVe e alle iniziative a esso collegate.


Il restauro dello scalone monumentale del Longhena e della facciata del portale del Buora sono gli ultimi interventi compiuti sul proprio patrimonio monumentale. Come procederanno gli interventi di recupero sull’isola nei prossimi anni?
Abbiamo dovuto avviare lo scorso anno una grande campagna di restauro delle opere architettoniche di Andrea Palladio, Baldassarre Longhena e Giovanni Buora, pesantemente danneggiate dall’Acqua Granda la notte del 12 novembre 2019. È passato più di un anno dal drammatico evento e la Cini, nonostante le difficoltà causate dal Covid, ha raccolto circa 800mila euro grazie alla generosità e all’impegno di istituzioni, aziende, comitati privati italiani e stranieri che hanno donato ciascuno secondo la propria disponibilità, perché credono nel valore primario della salvaguardia dei luoghi della cultura.

Questi fondi hanno consentito di avviare e concludere alcuni importanti interventi, come il restauro dello Scalone del Longhena (con il contributo della Fondazione di Venezia e dell’Acri) e del Portale rinascimentale del Buora (in collaborazione con l’Uia - Università Internazionale dell’Arte nell’ambito di un cantiere didattico e con un contributo dell’Associazione Un Amico a Venezia). Questi sono solo gli interventi di maggior rilievo, altri verranno eseguiti quest’anno sull’Isola e altri sono ancora da avviare. Le donazioni ricevute hanno consentito di intervenire subito sui danni più urgenti, ma la cifra raccolta copre circa il 30% dei lavori complessivamente necessari.


La Cini ha impostato anche alcuni importanti progetti che riguardano la digitalizzazione.
Attuando un rigoroso protocollo anti Covid, la Cini ha continuato la sua attività permettendo al pubblico e agli studiosi di accedere ai suoi istituti e alle biblioteche sull’Isola di San Giorgio. Il Centro ARCHiVe è stato in prima linea in questo periodo proprio nel lavoro di digitalizzazione del patrimonio documentale della Fondazione. Riceviamo costantemente richieste di consultazione dei nostri volumi da tutto il mondo.

Il nostro ambizioso progetto per il futuro è di riuscire a studiare e a digitalizzare, mettendo a disposizione degli studiosi e del pubblico internazionale buona parte del nostro patrimonio documentale, composto sia dalle collezioni di Vittorio Cini sia dai lasciti e dalle importanti acquisizioni di questi anni.
Basti pensare allo straordinario Centro Studi del Vetro, unico al mondo, ai documenti e agli archivi di musica, arte, teatro e melodramma per cogliere il ruolo primario della Fondazione nel settore degli studi umanistici a livello internazionale.


La Cini ha da sempre questa immagine di istituzione culturale prestigiosa ma un po’ staccata dalla città e non solo per il fatto di essere su un’isola. C’è un lavoro da fare in questo senso, aprendo maggiormente gli spazi? O quello che si è fatto è abbastanza?
Il rapporto tra la Cini e Venezia è storico e ricco di ogni sorta di implicazioni storiche e culturali. Un rapporto con la comunità di riferimento che viene costantemente confermato dai servizi culturali offerti alla popolazione residente. Mi riferisco alle biblioteche della Fondazione, che sono pubbliche e accessibili a tutti, alle mostre, ai convegni e concerti che ogni anno vedono la partecipazione di centinaia di migliaia di esperti e appassionati.

Ma anche ad esempi concreti di collaborazione con le altre istituzioni pubbliche e private cittadine, come il recente rilancio del
Dorsoduro Museum Mile (un percorso tra le più prestigiose istituzioni culturali che hanno sede nel sestiere di Dorsoduro: le Gallerie dell’Accademia, la Galleria di Palazzo Cini, la Collezione Peggy Guggenheim e Palazzo Grassi). Questa co-sostanzialità non esaurisce però la natura della Fondazione, che come Venezia stessa ha una fortissima identità internazionale. La Fondazione è su un’Isola dell’arcipelago della Laguna. Questo la rende una istituzione intrinsecamente veneziana, ma distinta, con una sua autonomia, indipendenza e vocazione. Siamo parte di un tessuto locale che dobbiamo e vogliamo contribuire a rendere più forte. Allo stesso tempo siamo un punto di partenza, una testa di ponte da cui prendere lo slancio per aprirsi al mondo.


Quanto il Covid ha ostacolato i vostri programmi?
Anche a Cini nel 2020 ha dovuto ridurre le attività in presenza, continuando l’azione di conservazione e valorizzazione del nostro patrimonio, quella «dietro le quinte», che non fa clamore come gli eventi pubblici, ma di enorme importanza. Abbiamo potenziato il lavoro di digitalizzazione del nostro patrimonio documentale, continuato le attività di studio e ricerca al fine di organizzare convegni e seminari, che si sono comunque tenuti in modalità digitale consentendoci di aumentare la partecipazione.

Abbiamo inventato nuove modalità di condivisione digitale come la serie di incontri
#CiniTalk, in cui i direttori degli Istituti e dei Centri di ricerca della Cini si sono presentati al pubblico in un format inedito pensato per i canali social della Fondazione. Durante il lockdown la playlist dedicata all’Istituto Interculturale di Studi Musicali Comparati sul canale YouTube della Cini, che conta oltre 80 videoclip sulle tradizioni musicali e coreutiche di 26 Paesi, ha superato il milione di visualizzazioni, dimostrando la presenza di un grande interesse anche per attività impropriamente considerate «di nicchia».


La Cini ha puntato molto sulla mostra «Homo Faber», di cui ospiterà la seconda edizione, per rilanciare l’artigianato artistico di grande qualità. Con quali ricadute per Venezia?
La Cini crede profondamente nel valore e nell’importanza dell’alto artigianato artistico e sostiene da sempre le attività che ne promuovono il rilancio. Lo stesso Vittorio Cini, definito «faustiano» per la vastità del suo interesse collezionistico, ha dotato il patrimonio della Fondazione non solo di dipinti e opere documentali, ma anche di manufatti lignei, avori, vetri, ceramiche, smalti, arazzi. La nostra Fondazione negli anni ha sempre dedicato attenzione a queste arti impropriamente definite «minori», attraverso studi, pubblicazioni e mostre.

Venendo a esempi più recenti voglio ricordare l’impegno della Cini nella valorizzazione del vetro artistico, una delle risorse culturali e produttive per cui Venezia è famosa nel mondo, attraverso il progetto Le Stanze del Vetro, che dal 2012 condivide con Pentagram Stiftung. Questo straordinario programma ha visto sia l’organizzazione di due mostre l’anno nell’omonimo spazio a San Giorgio, sia la creazione del Centro Studi del Vetro all’interno dell’Istituto di Storia dell’Arte della Cini, con i suoi oltre 150mila tra disegni, schizzi e progetti esecutivi originali, un unicum nel suo genere da considerarsi ormai l’Archivio Generale del Vetro Veneziano più completo al mondo.

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© Riproduzione riservata Paolo Uccello, «San Giorgio e il drago», 1456-60 Renata Codello © Matteo De Fina
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