I 70 anni della Fondazione Cini | Luca Massimo Barbero

Il direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte illustra il passato e il futuro dell'istituzione

Enrico Tantucci |  | Venezia

Un simbolo che l’accompagnerà per tutto l’anno, tratto dall’edizione cinquecentesca dell’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo di cui possiede l’unica copia al mondo, stampata a Venezia, e il «San Giorgio e il drago» di Paolo Uccello, che tornerà dalla Francia per l’occasione. Sono due dei modi tangibili con cui la Fondazione Giorgio Cini festeggerà i suoi settant’anni di vita a Venezia, sull’Isola di San Giorgio. Una grande istituzione culturale di livello internazionale che ha retto anche i colpi dell’emergenza Coronavirus e che ora si prepara a riaprire, come spiega in questa intervista il direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte Luca Massimo Barbero.


Com’è stato lavorare «in cattività» alla Cini in questi lunghi mesi di Covid?
Non facile, ma non ci siamo fermati mai, abbiamo ampliato i materiali online dei nostri archivi, consultabili da tutti, e proseguito nella loro digitalizzazione e nelle nuove acquisizioni.


Quali sono le novità da questo punto di vista?
L’acquisizione dell’intero corpus dell’archivio Pauly & C., uno dei marchi vetrari muranesi storici e più prestigiosi, ma anche, sul fronte del vetro contemporaneo, quello dei materiali di artisti come Giorgio Vigna e Cristiano Bianchin. A tutto questo ora si aggiunge un’altra donazione molto importante e significativa. Il lascito di una persona straordinaria come Franca Fenga Malabotta, da poco scomparsa a Trieste, immortalata da Daniele Del Giudice nel suo romanzo Lo stadio di Wimbledon come la signora dei sestanti. È stata, con il marito Manlio Malabotta, notaio illuminato, una delle più grandi collezioniste italiane dell’opera di Filippo De Pisis, con una raccolta donata alla fine degli anni Novanta al Comune di Ferrara.


Che cosa sarà donato alla Cini?
Un nucleo molto importante di libri d’artista e di grafiche dello stesso De Pisis, ma anche una preziosa raccolta di opere, in particolare sculture,  di Arturo Martini. Rare e importanti, come il gesso de «La sete» o la piccola terracotta dell’«Ofelia», appartenuta a Giovanni Comisso, ma anche, tra le altre, una «Natura morta» e un «Cavallino».


Parliamo di mostre. Dopo lo slittamento per Covid torna la seconda edizione di «Homo Faber» (dal 9 al 26 settembre).
È una mostra molto importante per l’artigianato d’eccellenza contemporaneo, anche in riferimento a una città come Venezia che pure dal suo artigianato di qualità deve ripartire. La durata è ampliata a circa un mese e i sedici spazi espositivi saranno curati da grandi personalità tra cui il regista Bob Wilson e gli architetti Michele De Lucchi e Stefano Boeri.


Ma la stagione espositiva della Cini prevede molti altri appuntamenti.
Sì. Voglio ricordare innanzitutto la mostra «Est- Storie italiane di viaggi, città e architetture» dal 12 maggio, dedicata agli architetti italiani contemporanei da Casamonti a Fuksas che negli ultimi trent’anni hanno realizzato progetti importanti nell’area orientale del mondo, dalla Russia alla Cina, proseguendo una tradizione che dai tempi di Giacomo Quarenghi a San Pietroburgo li ha sempre visti impegnati in queste aree. Il 28 maggio riaprirà anche la Galleria di Palazzo Cini, proponendo oltre alla sua collezione un nuovo allestimento della mostra «Piranesi-Basilico», con altre foto e altre incisioni piranesiane a confronto.

In un momento in cui Venezia era chiusa per Covid, la campagna di manifesti delle opere in mostra che abbiamo lanciato sui muri della città è stato un modo per continuare a farla vivere all’esterno. Tornerà a Palazzo Cini anche «Un ospite a Venezia», che porterà qui un’opera per noi fortemente simbolica come il «San Giorgio e il drago» di Paolo Uccello dal Musée Jacquemart-André di Parigi. Infine, dal 20 maggio ci sarà la mostra di disegni e acquerelli dedicati a Venezia tra il 1955 e il 1975 dall’architetto Tomaso Buzzi, l’autore della magnifica scala ovale di Palazzo Cini. In passato la Cini gli aveva già dedicato una mostra ai vetri da lui ideati per Venini, ma in questo caso si tratta di un omaggio a Venezia.


E poi c’è il vetro.
Sì. Per il progetto Le Stanze del Vetro, dedicato all’arte vetraria veneziana del Novecento, si è già aperta la mostra sulla collezione di animali in vetro di Murano che un grande storico dell’arte e direttore di museo, come Pierre Rosenberg, ha raccolto nel corso della sua vita. E in autunno ospiteremo la mostra «Toni Zuccheri e Tapio Wirkkala alla Venini», che metterà a confronto il minimalismo del grande designer finlandese con il bestiario lagunare del maestro friulano. Ma andremo anche all’estero.


Dove?
A novembre porteremo per la prima volta nella storia della Fondazione Cini una selezione dei capolavori d’arte antica all’Istituto di Storia dell’Arte ad Aix-en-Provence in Francia. Intitolata «Trésors de Venice» e curata da me con l’architetto Daniela Ferretti, la mostra esporrà opere che vanno dal dipinto di Pontormo che è nella Galleria della Cini alle incisioni delle carceri di Piranesi, a miniature e altri oggetti normalmente non esposti al pubblico.

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