Ho perso e mi sono perso, ma per ora sto volando alto

Il leader dei R.E.M., Michael Stipe, alla Fondazione Ica di Milano. Dalla musica alla fotografia

Uno scorcio della mostra «I have lost and I have been lost but for now I’m flying high», di Michael Stipe. Cortesia Fondazione Ica Milano. Foto Dario Lasagni
Teresa Scarale |  | Milano

Fino al 16 marzo 2024 presso Fondazione Ica Milano è in programma l’ultimo progetto di Michael Stipe (1960, Usa) in qualità di artista visivo. Il già leader dei R.E.M. abita le stanze della fondazione con la sua mostra personale «I have lost and I have been lost but for now I'm flying high», curata dal direttore di Ica Alberto Salvadori. Perno di tutto il lavoro è il concetto di vulnerabilità considerato forza propulsiva e di sopravvivenza, meditato e mediato attraverso le 120 opere esposte (ritratti fotografici, gessi, sculture, vasi, opere multimediali). L’ispirazione-madre della mostra è la poesia «Desiderata» (1927) di Max Ehrmann, sorta di mantra motivazionale declinabile in ogni epoca, indirizzato all’essere umano come «figlio dell’universo». Le prime opere che si incontrano entrando da Ica sono un tappeto di testoline di gesso («121 plaster heads») e tre colonne di plastica («A cast of the space under my cheap plastic chair endless column»), come un omaggio a Marisa Merz.

Abbiamo intervistato Michael Stipe.
Michael Stipe
Una colonna di sedie di plastica può definirci «figli dell’universo»?
Il riferimento di quell’insieme di opere è Brancusi (anche alla «Colonna infinita», Ndr). Le teste di gesso addormentate sono un omaggio alla «Musa dormiente». La sedia penso sia una bellissima struttura, dotata del cosiddetto «spazio negativo». Il titolo viene da un’opera di Bruce Nauman, «A Cast of the Space Under my Chair» (1965-1968); credo che Nauman a sua volta si sia ispirato a Brancusi… Al di là di questo, spero di aver messo un po’ di me stesso in ciascuna opera. E sì, è parte dell’universo.
Uno scorcio della mostra «I have lost and I have been lost but for now I’m flying high», di Michael Stipe. Cortesia Fondazione Ica Milano. Foto Dario Lasagni
Si sente più vulnerabile quando fotografa o quando scrive?
Quando scrivo. La suggestione che mi arriva quando scatto una fotografia è potente. Ma scrivere è un atto di audacia. Ti guardi indietro e ti chiedi se valga la pena di mettere certe cose nel mondo o se sia meglio gettarle via. La vulnerabilità sorge da questa decisione.

Pensa che a volte le parole possano fotografare meglio delle fotografie?
Sì. Sono del tutto d’accordo. Le parole possono essere estremamente potenti, in modo positivo o negativo.

Come mai ha scelto Ica?
È stata Ica a scegliere me. Me lo ha chiesto Alberto Salvatori, per me è stato un onore. In quel momento mi sono sentito molto vulnerabile: dovevo fare un lavoro eccellente, non buono. «Buono» non è abbastanza. Il team di Ica è fantastico, lo spazio è splendido. Mi hanno aiutato molti collaboratori: posso dire che insieme abbiamo fatto un ottimo lavoro.

Che cosa reputa di aver perso finora?
Troppe cose per poterle elencare. Ma fa parte della vita. Tutti noi facciamo esperienza della perdita e del cambiamento, che resta la cosa più difficile da accettare per gli esseri umani.
Uno scorcio della mostra «I have lost and I have been lost but for now I’m flying high», di Michael Stipe. Cortesia Fondazione Ica Milano. Foto Dario Lasagni
Come mai la scelta del poema «Desiderata»?
È una poesia che amavo da adolescente. In quel periodo il mondo iniziava a essere cinico. Poi lo è diventato ancora di più. A cavallo del millennio questa poesia riemerge come orrendo messaggio motivazionale per i colletti bianchi. Oggi quei versi stanno per compiere 100 anni: il momento storico in cui stiamo entrando è molto difficile; abbiamo bisogno del consiglio di qualcuno che è vissuto un secolo prima di noi.

In che modo ha trasformato i suoi testi in opere d’arte visiva?
Scrivere qualcosa e vederlo su una pagina è diverso che ascoltarlo. Sto lavorando a una raccolta di testi delle mie canzoni, probabilmente sarà pronto fra due anni.

Quale medium preferisce nella sua arte?
«Li amo tutti… Ma se devo scegliere, preferisco la fotografia. Amo i ritratti, amo l’idea di che cosa possa essere un ritratto. Nel 2023 ognuno ha un telefono per scattare foto, le cerca, le posta. Che cosa è rimasto del significato di un ritratto? Lo esploro nella mostra...

Che cosa resta della tecnica del cut-up che usava nello scrivere i testi delle canzoni dei R.E.M.?
Permane nel modo in cui ho organizzato le foto nel libro (Michael Stipe, 2021, Damiani) che poi è lo stesso della mostra, con due eccezioni. Non sono né organizzato né metodico.

Quali sono i suoi artisti italiani preferiti?
Marisa Merz, Vito Acconci, Leonardo da Vinci.
Uno scorcio della mostra «I have lost and I have been lost but for now I’m flying high» di Michael Stipe. Cortesia Fondazione Ica Milano. Foto Dario Lasagni

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