Hirst è il mercante, la Borghese è il tempio

La galleria romana espone a maggio parte delle opere che abbiamo visto a Venezia nel 2017

Flaminio Gualdoni |

Finalmente. Pare che i musei riaprano e che le mostre riprenderanno. Non mi aspetto da subito chissà che cosa, dal momento che le mostre, per farle, bisogna prima pensarle, finanziarle e prepararle, ma per il momento basta che qualcosa di non banale succeda.

Oddio, la prima notizia che leggo sulla mia casella email non promette niente di buono, perché mi cala di colpo nel solito stantio incrostato di chic del più ovvio: la Galleria Borghese annuncia per maggio una mostra di Damien Hirst, esattamente «un imponente gruppo di opere dalla serie “Treasures from the Wreck of the Unbelievable”», quindi presumo cose che già avevamo visto a Venezia nel 2017.

Sì, proprio Hirst, quello del cranio tempestato di diamanti e dei quadri a pallini, quello che all’insegna del «famolo strano» (ma «con juicio») inventa beni di lusso, ma solo di lusso materiale, dal momento che per lui non si parla che di prezzi, mai di valore, men che meno di idee.

Vessilliferi del «conspicuous consumption» planetario, i suoi lavori esistono perché sono degli Hirst, mediaticamente perfetti, molto raccontabili: e il suo genio, caso da manuale di estremismo warholiano, è proprio «being Damien Hirst» senza se e senza ma o, come avrebbe detto Totò, «a prescindere»: è nato a Bristol, d’altronde, come (pare) Banksy, e da quelle parti il far parlare tutto il mondo di sé è una specialità della casa.

Ora approda alla Borghese, e t’immagini già il brivido d’eccitazione scorrere lungo le schiene del Cafonal (citazione doverosa di Dagospia) di riccastri e sciurazze romani folgorati dall’occasione supermondana, dei giornalisti già intenti a tirare a lucido i peana eccetera. Solo che. Solo che per Hirst la Borghese è né più né meno che una location, un luogo aulico da colonizzare, un posto mitico dove sono di casa Bernini e Caravaggio e un sacco di altra gente ma chissenefrega.

Quale sia l’aggancio identitario, critico, storico, artistico, concettuale o altro che dia un senso alla sua presenza nel luogo non è incomprensibile, è ininfluente. In fondo il suo è solo arredamento, tra i deliri astuti, da James Cameron lisergico, dei «Treasures» e l’indifferenza graziosa dei «Color Space».

Per la Borghese il vantaggio non lo so vedere: semmai, sembra molto l’ulteriore onorificenza carrieristica che si appuntano sulla giacchetta i curatori, un po’ com’era accaduto qualche anno fa quando avevano accozzato insieme nello stesso luogo Bacon e Caravaggio con la scusa patetica che erano entrambi dei «maudit».

Hirst e la Borghese sono entità dell’arte radicalmente estranee, inconciliabili. L’uno prende, l’altra dà, anche se ai suoi reggitori magari sembra di nobilitarla perché il Damien è uno figo a livello internazionale ed è l’oggetto non oscuro del desiderio di tutti i ricchi scemi del mondo.

Porca vacca, se penso alla storia della Borghese, dal papa Paolo V a quello squalo di Scipione suo nipote e ai loro discendenti, fino a Camillo marito di Paolina Bonaparte, per quarti di nobiltà e importanza artistica il contenitore surclassa a baffi stesi il contenuto in arrivo.

A voler ben vedere, non è questione di antico e di contemporaneo, ma proprio di peso specifico: Hirst è il mercante e la Borghese è il tempio. Che sia perfetta per fare da «splendida cornice», come scrivevano un tempo le cronache, mi sembra un filino poco.

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