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Mostre

Harper’s Bazaar ha 153 anni ma è sempre di moda

Una leggenda in mostra a Parigi. Sulle pagine della più antica rivista americana del settore stilisti, artisti e fotografi si allearono per sostenere le avanguardie

Kate Winslet in uno scatto di Peter Lindbergh per la copertina del numero di agosto 2009 di «Harper’s Bazaar». Cortesia Peter Lindbergh, Parigi

È sulle copertine di «Harper’s Bazaar» illustrate da Erté che nacque l’identità iconografica degli Anni folli. Sulle sue pagine il giovane Richard Avedon rivoluzionò la fotografia di moda, mentre Carmen Snow, «storica» caporedattrice dal 1934 al 1957, inventò per Christian Dior la formula vincente di «New Look». Sono stati gli scatti di Peter Lindbergh a fare di Kate Moss una star. Il primo numero di «Harper’s Bazar» (che prese il nome dai fondatori Harper & Son e che all’epoca usciva con una sola «a») uscì il 2 novembre 1867 e da allora il magazine è un vivaio di idee e talenti.

Prima settimanale, poi mensile dal 1901, acquistato dal potente editore Hearst nel 1912, «Harper’s Bazaar» (che prese la seconda «a» nel 1929) è la più antica rivista di moda americana («Vogue» è nata nel 1892). Per i suoi 150 anni, nel 2017, le più belle copertine sono state proiettate lungo l’Empire State Building. Ora il Musée des Arts Décoratifs di Parigi presenta dal 28 febbraio al 14 giugno la mostra «Harper’s Bazaar. Primo magazine di moda», un’immersione nella storia dell’influente rivista cha accosta 60 abiti, firmati Dior, Lanvin, Schiaparelli, Poiret o Worth, attinti dalla collezione del museo parigino, alle foto e alle copertine che li hanno immortalati.

Come spiegare tanto successo? «Harper’s Bazaar è sempre stato fonte di proposte estetiche innovative, spiega il curatore Eric Pujalet-Plaà. Il formato della doppia pagina, per esempio, con le grandi immagini pubblicate in orizzontale, ripreso da tutte le riviste, fu un’invenzione del direttore artistico Alexey Brodovitch. Influenzò molto la cultura di moda, per esempio prendendo presto le difese di alcuni stilisti. Carmen Snow fu la prima a difendere Balenciaga e non si è sbagliata. Ma l’influenza del giornale si spinge oltre, contribuendo a forgiare il nostro patrimonio culturale».

È negli scatti eleganti di Richard Avedon che si è formato l’immaginario degli anni Cinquanta valido ancora oggi. Colette, Jean Genet, François Sagan, Simone de Beauvoir hanno scritto sulle sue pagine. «Bazaar» non ha mai neanche esitato a sposare delle cause. La sua prima caporedattrice, del resto, fu Mary Louise Booth, suffragista e abolizionista. Il giornale si è fatto «manifesto» e anche in questo ha dato l’esempio.

«Per le caratteristiche che gli sono proprie, un magazine può sfruttare diversi canali per prendere posizione, ha aggiunto Pujalet-Plaà. Lo può fare per esempio tramite scelte editoriali ardite. Quando negli anni Trenta “Bazaar” invitò Dalí a contribuire al giornale, non solo come illustratore ma anche come scrittore, prese apertamente le difese dell’estetica surrealista. Si possono fare anche scelte grafiche radicali. Un esempio recente è rappresentato da “Vogue Italia” che, per denunciare l’impatto ambientale delle riviste di moda, ha pubblicato un numero senza fotografie affidando le sue 7 copertine e le storie di moda ad artisti e illustratori internazionali come, tra gli altri, Vanessa Beecroft, Milo Manara, David Salle e Paolo Ventura. È una presa di posizione ideologica molto forte».

L’evoluzione estetica di «Harper’s Bazaar», così come di tutte le riviste, è legata anche all’evoluzione della tecnologia. Lungo il percorso si vede come, un po’ alla volta, l’illustrazione ha lasciato il posto alla fotografia, il bianco e nero al colore. «L’immagine è diventata sempre più lussuosa. Oggi l’espressione su carta, nuova e multiforme, può competere con il net e Instagram, ha spiegato il curatore. Negli anni 2000 le astuzie del fotoritocco l’hanno resa imbattibile». Perfezione tuttavia che viene rimessa sempre più in discussione.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 405, febbraio 2020


  • A sinistra il numero di giugno 1964 con una fotografia di Hiro e, a destra, la copertina disegnata da William H. Broadley per il numero di marzo 1896 di «Harper’s Bazar»

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