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Eretici e profeti

Han Nefkens collezionista di emozioni

«L’arte è uno dei mezzi più efficaci per parlare di ciò che si teme e per rendere visibile ciò che non si desidera vedere»

Han Nefkens. Foto Roberto Ruiz

Un mecenate compra per donare e aiuta a produrre arte (con una predilezione per i video) per abbattere i tabù (l’Aids) e riflettere sui problemi del mondo attuale riuscendo a fare ciò che gallerie e musei non possono permettersi.

Scrittore, collezionista e mecenate, nel 1987 Han Nefkens (Rotterdam, 1954) era corrispondente per la radio olandese a Città del Messico quando ha scoperto di essere sieropositivo e ha iniziato un lungo e difficile percorso di dolore, lotta e crescita personale in cui l’arte ha giocato un ruolo fondamentale. Da allora ha visto la morte in faccia in più di un’occasione. «Vivo un tempo prestato» dice e per questo vuole condividere ogni minuto, ogni pensiero e farlo attraverso l’arte. Viaggia molto, ma il suo triangolo personale ha i vertici in Olanda, Messico (il Paese di suo marito Felipe) e la Catalogna, dove ha stabilito la sua fondazione e in meno di 15 anni è diventato uno dei mecenati più importanti di Spagna. In questi anni ha donato a Barcellona un’opera pubblica di Lawrence Weiner, installata nel mercato di Santa Caterina, e ha organizzato mostre indimenticabili come «You are not alone» nel 2011, per commemorare i trent’anni della scoperta del virus Hiv. Da poco ha creato due nuovi premi in collaborazione con la Fundación Tàpies e la Fundación Miró.

Più che comprare e accumulare, lei produce, mostra e dona. Quanto e come hanno influito le sue vicende personali nella sua atipica forma di collezionismo?

Io stesso sono una persona atipica (a causa di una malformazione congenita, Ndr) e questa condizione, che mi ha fatto tanto soffrire quando ero giovane, adesso è diventata uno strumento che uso a mio favore. E lo dico come consolazione per tutti quei ragazzi che soffrono sentendosi differenti, perché sappiano che possono trasformare la loro diversità in una forza. Questo ha segnato anche il mio modo di collezionare. Fin dall’inizio avevo chiaro che non m’interessava accumulare, ma condividere ciò che mi commuove con altre persone e quindi ho cominciato a collaborare con musei dove potevo depositare le opere che compravo senza preoccuparmi che le loro dimensioni e caratteristiche non fossero adatte a una casa. A un certo punto mi sono reso conto che anche artisti con una solida carriera spesso hanno problemi a produrre un’opera, specialmente quando si tratta di lavori audiovisivi che richiedono un budget consistente e apparecchiature che né le gallerie né i musei possono fornire. Così sono passato dall’acquisto alla produzione. Produrre cambia completamente la tua relazione con l’arte, perché ti permette di vivere tutto il processo di creazione e di scegliere l’artista e non l’opera. Evidentemente è meno rischioso comprare un’opera che ti piace, ma si può ridurre il rischio conoscendo il percorso dell’artista. Il mio scopo principale non è possedere un’opera, ma sostenere gli artisti e posso assicurare che molto raramente mi hanno deluso. Spesso, com’è logico, il risultato è diverso dal previsto ma non è una cosa che mi disturbi, anzi queste sorprese mi hanno fatto crescere e mi rendono felice.

Com’è iniziata la sua avventura nel mondo dell’arte?

Nel 2006 ho creato la Fundación ArtAids con lo scopo di eliminare il tabù della malattia e parlarne attraverso l’arte. Il più grande ostacolo alla prevenzione rimane la paura della condanna e dell’esclusione sociale. L’arte è uno dei mezzi più efficaci per parlare di ciò che si teme e per rendere visibile ciò che non si desidera vedere. Per dieci anni ArtAids ha lottato contro i pregiudizi producendo opere e organizzando mostre, workshop, conferenze e azioni per aiutare la gente a capire e a considerare l’Aids una malattia cronica come tante altre. In dieci anni abbiamo prodotto più di 150 opere sul tema, di artisti come Elmgreen & Dragset, Deimantas Narkevicius, Latifa Echakhch o Lawrence Weiner. Purtroppo organizzare mostre è molto costoso e non riuscivo più a conciliare l’idea di spendere tanto per esporre delle opere d’arte, quando centinaia di persone non hanno neanche accesso alle medicine di base. Così ho dato per concluso questo progetto, ma continuo a finanziare la ricerca medica, perché non si deve abbassare la guardia.

Il suo è un collezionismo olistico e non solo per la quantità e diversità degli aiuti che concede. La sua fondazione non si limita a finanziare l’opera ma offre all’artista l’appoggio di un’équipe, diretta da Hilde Teerlinck, che lo segue in tutte le fasi della creazione, dall’idea fino alla diffusione, aiutandolo a risolvere problemi tecnici e concettuali ma anche emotivi e personali.

La nostra è una fondazione unica per la sua forma organica di lavorare. Essere una fondazione di piccolo formato, boutique come l’hanno definita in modo più elegante, ci permette di avere un rapporto diretto con l’artista e non solo di tipo professionale, ma anche personale e affettivo. Lavoriamo con artisti di tutto il mondo e specialmente di Paesi dove le condizioni di vita sono molto dure e mancano cose fondamentali come l’acqua o l’elettricità. Conoscerli ci dà il privilegio di scoprire queste realtà, che troppo spesso preferiamo rimuovere. Più che premi, le mentorship grant sono borse di studio di 15mila euro che possono diminuire o aumentare secondo le necessità della produzione.

Perché ha scelto di vivere a Barcellona e di aprirsi all’arte non occidentale?

A Barcellona la vita è comoda e facile, c’è un buon clima, il mare e un aeroporto con voli per tutto il mondo. C’è anche una buona infrastruttura artistica e quando sono arrivato la situazione era molto favorevole e anche se adesso è più complicata, è comunque facile lavorare. Sicuramente è necessaria una buona legge sul mecenatismo (una vecchia rivendicazione del settore artistico, Ndr), che regoli la situazione fiscale e dia un riconoscimento sociale equo al ruolo del mecenate. La scelta di lavorare con artisti di Paesi dove non esistono infrastrutture artistiche è dettata dalla volontà di agire laddove siamo più utili. Abbiamo appena prodotto due video di Erkan Özgen che vive a Diyarbakir, la capitale del Kurdistan, una città che soffre una violenza continua. Erkan riscatta storie e persone messe a tacere ed escluse dal flusso informativo globale, nei suoi video utilizza la testimonianza per ripristinare la memoria. Adesso stiamo lavorando con la palestinese Shuruq Harb e con l’afgano Aziz Hazara. È incredibile vedere come si è sviluppato il loro linguaggio da quando possono creare senza pressioni né preoccupazioni materiali. Naturalmente ci sono artisti più restii ad accettare critiche e suggerimenti, ma è sempre un processo di crescita collettiva molto gratificante.

Perché ha scelto di concentrarsi esclusivamente sul video?

È il mio primo amore. La prima opera che ho comprato nel 2000 è stato un video di Pipilotti Rist, «Cinquante Fifty (Installation for a Parking Lot)», ora in prestito al Museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam (il 90% delle sue opere è in deposito nei musei di mezzo mondo, Ndr). Inoltre è vero che produrre un video è più caro che dipingere un quadro, ma in cambio spariscono i costi di trasporto e di assicurazione. In questi anni ho praticato diversi tipi di patrocinio, nel campo delle arti plastiche, della moda e della creazione letteraria, ma alla fine per raggiungere l’eccellenza è necessario concentrarsi e ho scelto il video.

Lei ha creato un potente network di collaboratori, ha un gruppo di talent scout e per scegliere gli artisti forma una giuria con i direttori dei musei e dei centri d’arte che s’impegnano a esporre l’opera una volta prodotta. Che cosa deve avere un artista o un’opera per interessarla?

Mi piacciono le cose belle esteticamente, le opere poetiche, ma aver conosciuto in profondità artisti molto diversi ha fatto evolvere i miei gusti. È fondamentale che l’artista abbia una voce propria, differente dalle altre per quello che dice e per come lo dice. M’interessano gli artisti che accettano di rischiare, di superarsi, di rompere i propri limiti e faccio il possibile per metterli in condizione di farlo. Quando lavorano con noi, hanno l’opera pagata, i problemi tecnici risolti e gli spazi dove esibirla, quindi possono permettersi di essere più audaci.

Ha pubblicato tre romanzi tutti di carattere autobiografico: due in olandese e l’ultimo, «Tempo prestato», in spagnolo. Continua a scrivere?

Il processo della scrittura è duro perché ti scontri con te stesso. Io scrivo perché mi sembra che tutto quello che ho vissuto abbia un senso solo se lo metto nero su bianco, ma nessuno aspetta il mio prossimo libro, quindi posso farlo senza pressioni, al mio ritmo.

Recentemente la sua collezione è stata esposta in Italia in due occasioni: a Lecce e poi a Lissone, nella mostra «Ai bordi dell’identità» che si può visitare fino al 24 novembre. Ha altri progetti in Italia?

Per il momento no, ma è stata un’esperienza molto positiva e spero di ripeterla presto. Mi affascina la sensibilità alla bellezza che dimostrano gli italiani, non il mondo dell’arte, ma la gente in generale.

Roberta Bosco, da Il Giornale dell'Arte numero 402, novembre 2019


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