Green is the New Black | Per un mondo dell’arte sostenibile

Dalle coalizioni di settore come GCC alle iniziative individuali, un’analisi su come l’industria dell’arte sta rispondendo alla crisi climatica ed ecologica

Dopo decenni di viaggi in giro per il mondo e di consumi vistosi, il mondo dell’arte sta finalmente abbracciando le questioni verdi. Dove andremo a finire?
Louisa Buck |  | Londra

«Green is the New Black» potrebbe sembrare un titolo piuttosto arguto per una rubrica che guarda a come il mondo dell’arte sta rispondendo all’emergenza climatica e ambientale. Ma sono anche consapevole del fatto che, dopo decenni di viaggi in tutto il mondo, di jet privati e di consumi vistosi, il recente avvicinamento del mondo dell’arte alle questioni verdi, pur essendo indubbiamente positivo, dovrebbe essere visto con occhio lucido e talvolta con un sopracciglio alzato.

In mezzo all’attuale pletora di mostre e iniziative a tema ambientale, lo scopo di questa rubrica è quello di individuare che cosa e chi sta effettivamente facendo la differenza in modo tangibile, piuttosto che fare semplicemente rumore. Si può trattare di artisti, organizzazioni o singoli individui. Se il nostro settore vuole fare la sua parte nell’evitare la crisi climatica ed ecologica, sono necessarie azioni piuttosto che gesti. Le motivazioni saranno sempre diverse, ma mi concentrerò sui risultati e sul modo in cui vengono raggiunti.

Vediamo a che punto siamo ad oggi. Nel Regno Unito le istituzioni pubbliche hanno fatto da apripista nel considerare l’ambiente. Già nel 2008 l’allora direttore della Tate Nicholas Serota aveva presentato un documento al Bizot Group, che coinvolge diversi direttori di gallerie internazionali, offrendo linee guida ecologiche per il controllo delle condizioni ambientali dei musei.

Incoraggiata da Culture Declares, un’iniziativa co-fondata dagli artisti Heather Ackroyd e Dan Harvey, la Tate ha poi dichiarato l’emergenza climatica nel 2019 e da allora si è impegnata a rispettare l’ambiente rendendo pubblica la sua policy ambientale per il periodo 2021-23. Ora la Tate è sulla buona strada per ridurre le emissioni di carbonio del 50% in tutti i suoi edifici entro il 2023 con l’obiettivo di azzerare completamente le emissioni entro il 2030.
Culture Declares ha utilizzato manti d’erba e un cavallo bianco per invitare la Tate a dichiarare l’emergenza climatica nel 2019. Courtesy di Louisa Buck
Nel 2012, l’Arts Council England (ACE) è stato il primo ente culturale al mondo a inserire nei suoi accordi di finanziamento a lungo termine con le organizzazioni artistiche la rendicontazione ambientale (e risultati annessi). Ora l’ACE insiste affinché tutte le organizzazioni affiliate presentino i loro dati sulle emissioni di carbonio e abbiano piani d’azione ambientali come condizione per il finanziamento.

Altre istituzioni proattive includono il Guggenheim, che nel 2020 ha lanciato un Sustainability Leadership Team per implementare pratiche ecologiche in tutte le sue attività, mentre quest’anno il Guggenheim Bilbao è stato il primo museo in Spagna a misurare le proprie emissioni di carbonio e a pubblicare un piano di sostenibilità completo per tutti i suoi programmi e attività.

E ora finalmente anche il settore commerciale sta iniziando a mettersi al passo. La Gallery Climate Coalition è stata presentata a Londra nell’ottobre 2020 da un gruppo volontario di galleristi e professionisti dell’arte, tra cui la sottoscritta, per sviluppare una risposta adeguata alla crescente crisi climatica ed ecologica entro i confini del nostro settore sregolato e inquinante.

Oggi la GCC è un ente di beneficenza registrato a livello internazionale con più di 800 membri con un occhio indirizzato verso ogni attore del mondo dell’arte, dalle grandi gallerie commerciali ai piccoli spazi gestiti da artisti, ai musei e alle gallerie pubbliche, dalle case d’asta agli artisti e ai privati. Oltre al GCC di Londra, ora ci sono squadre di volontari che operano a Berlino, in Italia e a Los Angeles, con New York in fase di preparazione e tentativi di formare squadre in Spagna, Brasile e Giappone.
Comitato di fondazione della GCC, compresa la corrispondente Louisa Buck. Courtesy GCC
L’obiettivo principale della GCC è quello di fornire gli strumenti e le risorse per un mondo dell’arte più verde e sostenibile; di ridurre le emissioni di carbonio del settore di almeno il 50% entro il 2030, in linea con l’Accordo di Parigi e, infine, di abbattere la produzione di rifiuti. A tal fine, il sito web del GCC offre un calcolatore di emissioni di carbonio specifico per ogni settore, nonché consigli aggiornati su una serie di questioni quali spedizioni, viaggi, gestione degli edifici, imballaggi, riciclaggio, compensazione e NFT.

L’accento è sempre posto su azioni quantificabili e i membri sono incoraggiati a pubblicare i loro risultati. Molti lo hanno già fatto, da Thomas Dane a Londra a Jan Mot a Bruxelles e Hauser & Wirth in quattordici sedi in tutto il mondo. L’obiettivo è che tutti calcolino e agiscano sulle proprie emissioni di anidride carbonica e sui rifiuti nello stesso modo in cui attualmente controllano le proprie finanze.

Non ci sono vincitori o vinti in un’emergenza climatica che, in fin dei conti, riguarda tutti noi. A tal fine, la GCC è entrata a far parte del PACT (Partners on Art and Climate Targets), una coalizione internazionale di organizzazioni nel campo delle arti visive, tutte impegnate a sostenere e accelerare in maniera diversa i processi a favore della lotta climatica.

Anche altre organizzazioni nel mercato dell’arte hanno iniziato di recente a impegnarsi per l’ambiente. Tra queste Christie’s, che l’anno scorso ha annunciato una Global Sustainability Initiative ed è stata la prima casa d’aste a prendersi l’impegno di diventare «net zero» entro il 2030. La pubblicazione di rapporti annuali sulla sostenibilità è un segnale della volontà di Christie’s di sottoporsi a un controllo, e si spera che la casa d’aste assuma anche un ruolo attivo nella promozione di un sistema più sostenibile per il «minting» degli NFT, processo notoriamente ad alto dispendio di energia.
«There’ll be bluebirds» (2019) di Cecily Brown è stato venduto da Christie’s in un’asta di beneficenza per ClientEarth. Courtesy dell’artista e della Thomas Dane Gallery. Foto Genevieve Hanson
La pandemia di Covid-19 ha fatto nascere uno spirito collegiale all’interno di un settore tradizionalmente competitivo, che perdurerà anche quando il mondo dell’arte tornerà a lavorare a pieno regime. Questa incoraggiante tendenza a unire piuttosto che a dividere si è già manifestata in una serie di iniziative ambientali.

L’anno scorso Christie’s ha unito le forze con la GCC per lanciare Artists for ClientEarth, una serie di aste che finora ha raccolto 5,5 milioni di sterline a favore dell’associazione ambientalista ClientEarth, grazie a Cecily Brown, Antony Gormley, Xie Nanxing e Rashid Johnson e le rispettive gallerie: Thomas Dane, White Cube e Hauser & Wirth, che hanno donato le opere per la vendita all’asta.

Per abbassare l’alto livello di emissioni generate dal trasporto aereo, Christie’s ha inoltre stretto una partnership con Crozier, compagnia trasportatrice di opere d’arte, per aprire mensilmente una nuova rotta marittima tra Londra e New York e un servizio marittimo bimestrale tra Londra e Hong Kong. Ogni spedizione offre a Christies il 60% dello spazio in container, mentre il resto è destinato alle spedizioni dei clienti consolidati di Crozier. Resta da vedere se questa azione avrà ripercussioni anche tra le altre compagnie di spedizione e di assicurazione.

Vale la pena notare che gran parte dell’attuale dibattito sul trasporto marittimo rispetto a quello aereo sono state innescate dall’artista Gary Hume che, nel 2019, in occasione di una mostra a New York, ha commissionato un rapporto sull’impatto del trasporto di opere dal suo studio di Londra via mare anziché via aerea, rivelando che l’impronta di carbonio era inferiore del 96% rispetto al trasporto aereo, oltre al vantaggio economico. Hume ora impone che le sue opere vengano sempre spedite via mare. Questo è solo uno dei modi con cui un numero significativo di artisti si sta mostrando sempre più come una formidabile risorsa per affrontare l’emergenza climatica ed ecologica, ed è giusto che questi sforzi vengano valorizzati.

Ora che sono tornate le biennali, le fiere d’arte e i viaggi internazionali, la necessità di bilanciare le urgenti preoccupazioni ambientali con la praticità dei modelli operativi istituzionali e di business sta ponendo sfide a tutto il nostro settore. Il modo in cui il mondo dell’arte, le sue infrastrutture e gli artisti stessi stanno affrontando queste sfide è la materia di questa rubrica. La questione tempo è ormai essenziale, quindi soffermiamoci su chi sta davvero conducendo il cambiamento.
La spedizione di arte via mare può ridurre le emissioni di carbonio di circa il 96% rispetto al trasporto aereo

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