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Antiquariato

Goffi Carboni apre l’Archivio Simonetti

Vi sono conservati 260 disegni e acquerelli, oltre 300 stampe, 320 documenti, 500 fotografie, 120 tra libri e cataloghi. È prezioso per la conoscenza di un’epoca

In una fotografia del 1915-20 la grande Galleria Simonetti nell’omonimo palazzo in via Vittoria Colonna a Roma. Cortesia dell’Archivio Simonetti, Roma

È nato ufficialmente l’Archivio di Attilio Simonetti (1843-1925), l’antiquario romano tra i più importanti del suo tempo, a opera del pronipote Giovanni Carboni, titolare della Goffi Carboni Antiquariato: «Ho costituito l’archivio per rispondere in maniera adeguata alle richieste di studiosi, collezionisti e musei internazionali. Per esempio, il Museum of Fine Art di Boston mi ha consultato a riguardo di una collezione di scarpe antiche di Simonetti. Con Nick Humphrey, curatore del dipartimento di arredi del Victoria & Albert, stiamo stati in contatto per una famosa cassetta rinascimentale chiamata “Onesta e Bella”».

Gli oggetti trattati da Simonetti ora sono conservati in musei come il Louvre, il Metropolitan, il Prado, il Victoria & Albert di Londra, l’Art Institute of Chicago. Tuttavia Simonetti, ancora prima di diventare un antiquario, è un pittore che ha per maestro e poi per amico fraterno lo spagnolo Mariano Fortuny e tra i suoi collezionisti i Rothschild e i reali d’Italia.

Appassionato di tessuti e abiti antichi, forma una raccolta straordinaria, tanto che in occasione del Carnevale romano del 1880 fa sfilare sessanta personaggi con vestiti seicenteschi originali di sua proprietà. Dei suoi abiti si servivano anche gli artisti, tra cui Giuseppe de Nittis. Nel 1899 si dedica al mestiere di antiquario e apre una lussuosa galleria all’interno di Palazzo Simonetti rilevato dai principi Odescalchi in Prati.

Nell’Archivio Simonetti sono conservati 260 disegni e acquerelli, oltre 300 stampe, 320 documenti, 500 fotografie, 120 tra libri e cataloghi. Tra i suoi interlocutori ci sono i pittori Morelli e Michetti, mercanti d’arte come Goupil, Reitlinger, suo rivale, e il grande antiquario fiorentino Stefano Bardini, studiosi come Wilhelm von Bode e Ludwig Pollak, direttore del Museo Barracco a Roma. «L’archivio è prezioso per la conoscenza di un’epoca e dei suoi protagonisti, offrendo un punto di vista internazionale sull’arte e sul mercato della Belle Epoque», conclude Carboni.

Francesca Romana Morelli, da Il Giornale dell'Arte numero 409, agosto 2020



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