Glitch art, quando sbagliare è bello

Nella Pinakothek der Moderne la prima mostra che ricostruisce la storia di una delle forme d’arte più giovani e imprevedibili

«I’m not the girl who misses much» (1986) di Pipilotti Rist, Sammlung Goetz, Medienkunst, München © Pipilotti Rist / VG Bild-Kunst, Bonn 2023. Cortesia, Hauser & Wirth e Luhring Augustine
Francesca Petretto |  | Monaco di Baviera

«Glitch: l’arte dell’interferenza» è la mostra che dal primo dicembre 2023 al 17 marzo 2024 occupa le sale 21-26 (oltre 1.200 metri quadrati) della Sammlung Moderne Kunst nella Pinakothek der Moderne di Monaco di Baviera. Gli organizzatori si aspettano già di registrare, sopratutto tra i più giovani, un alto numero di visitatori, perché il glitch (termine che deriva forse dall’yiddish «gletshn» o dal prototedesco «glitschen»: glissare, scivolare, pattinare via) è una delle forme d’arte più giovani e imprevedibili del nostro tempo, trovando nei computer, e nelle conseguenti Digital e Net art, le proprie prime filiazioni.

La mostra racconta però anche (ed è la prima in assoluto che prova a ricostruirne la storia) che le vere origini del glitch e della Glitch art sarebbero da far risalire agli albori della disciplina fotografica (ispirandosi soprattutto alle origini di quella, quando fu forma d’arte contestata dall’accademia ed espressione di una controcultura), passando poi per radio, cinema d’avanguardia e, negli anni Cinquanta, per lo strapotere del mezzo televisivo, fino ad arrivare alle Video e Sound art e ai media digitali di oggi dove i glitch vengono intenzionalmente provocati o deliberatamente programmati dagli artisti per richiamare specificamente l’attenzione sull’estetica dell’imperfezione e sul lato produttivo dell’errore.
«Zizi –Queering the Dataset» (2019) di Jake Elwes © Jake Elwes. Cortesia dell’artista
La Glitch art è insomma la pratica che consiste nell’utilizzare degli errori digitali o analogici a fini estetici; può far riferimento a un’immagine fissa oppure a un video in cui sussistono vari difetti visivi da sviluppare in opera d’arte. Chi la pratica (tra i più grandi esponenti vanno ricordati Len Lye, pioniere già a metà anni Trenta, Nam June Paik e Cory Arcangel) cattura il glitch in quanto immagine distorta durante la riproduzione di un filmato e manipola la figura o i file digitali, software o hardware, di un video.

Questa mostra, curata da Franziska Kunze, direttrice della Collezione di Fotografia e Media presso la Pinakothek der Moderne, si basa sull’idea che quanto viene normalmente indicato come «errore» sia invece ciò che garantisce il progresso e la creatività. I 50 artisti internazionali che vi espongono hanno messo in discussione con le proprie opere la vicinanza dei media alla realtà, hanno creato mondi propri inediti che mettono a nudo ordini normativi e disuguaglianze sociali; l’uso di elementi di disturbo, di glitch per l’appunto, serve loro come mezzo di critica che permette di rendere visibile l’invisibile, l’indesiderato e indesiderabile; tra loro: Broomberg & Chanarin, Maya Dunietz, Jake Elwes, Jamie Faye Fenton, William Forsythe, Arthur Jafa, Gottfried Jäger, J0Dl, Joan Jonas, Ryoichi Kurokawa, !Mediengruppe Bitnik con Sven König, Rosa Menkman, Mame-Diarra Niang, Carsten Nicolai, Kazuma Obara, Nam June Paik, Sondra Perry, Man Ray, Johanna Reich, Evelyn Richter, Pipilotti Rist, Ariella Tai, Wolfgang Tillmans, Raoul Ubac, Steina Vasulka, Peter Weibel.

© Riproduzione riservata «Ground» (2011) di Ryoichi Kurokawa © Ryoichi Kurokawa. Cortesia dell’artista
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