Gli sciamani: dall’Homo sapiens a Beuys e Abramovic

Nel Palazzo delle Albere di Trento e nel Museo etnografico trentino a San Michele all’Adige il tema dello sciamanesimo è posto in relazione anche all’arte contemporanea

Una veduta della mostra «Sciamani» a Palazzo delle Albere, Trento. Foto: Matteo De Stefano
Camilla Bertoni |  | Trento

La chiave di lettura dell’operazione espositiva costruita grazie alla collaborazione tra il Muse-Museo delle Scienze di Trento, il Mart-Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, e il Mets-Museo etnografico trentino di San Michele all’Adige (Tn), la fornisce l’opera di Joseph Beuys realizzata con Buby Durini «Difesa della natura/Grassello». Di proprietà del Mart e datata tra il 1979 e il 1984, l’opera è esposta al secondo piano del Palazzo delle Albere, il cinquecentesco edificio adiacente al Muse.
«Difesa della natura /Grassello» (1979-84), di Joseph Beuys e Bubi Durini. Foto: Mart Rovereto
È qui che si trovano due dei tre nuclei della mostra «Sciamani», visitabile fino al 30 giugno 2024: da Beuys in poi, al secondo piano, il tema dello sciamanesimo è posto in relazione all’arte contemporanea, mentre al primo piano si trovano esposti (a cura di Elisabetta Flor, Luca Scoz e Sergio Poggianella) gli oggetti sciamanici della vasta collezione della Fondazione Sergio Poggianella, ideatore del progetto e partner della mostra da cui provengono oltre un centinaio di elementi rituali, tra abiti, tamburi e maschere inquietanti, perlopiù centroasiatici, dei 300 che compongono la sua collezione unica. Oggetti che al Mets, mescolati tra gli strumenti della vita e del lavoro nelle valli, hanno dato ispirazione ad altri 11 artisti per altrettante installazioni.
Pietra dipinta con figura animale o astratta dal sito Riparo Dalmeri (Trento), Paleolitico superiore, 13.200 anni fa ca. Cortesia Muse - Museo delle Scienze
Frutto di un approccio interdisciplinare tra scienza, storia, antropologia, psicologia, archeologia, artigianato e arte contemporanea, la mostra si avvale di un comitato scientifico e di curatori che uniscono competenze trasversali con l’ambizione di «Comunicare con l’invisibile», come recita il titolo delle sezioni a Palazzo delle Albere. Una ricerca percorsa incessantemente lungo tutta la storia dei Sapiens, come ha spiegato l’antropologo Massimiliano Nicola Mollona, curatore insieme a Gabriele Lorenzoni della sezione dedicata all’arte contemporanea al secondo piano di Palazzo delle Albere, e come racconta in mostra la replica del famoso sciamano dipinto su un sasso proveniente dalla Grotta di Fumane (Verona), considerato una delle più antiche rappresentazioni umane al mondo, conservato al Museo Archeologico Nazionale di Verona di cui è simbolo.
«Balkan Baroque» (1997), di Marina Abramovic, video artist Ramon Coelho
Con l’arte contemporanea, da Beuys in poi, come dicevamo, non si fa altro che «antichizzare il presente», per usare le parole di Mollona, ovvero ripercorrere strade già percorse. Se Beuys si fa lui stesso sciamano facendo coincidere l’artista con colui che si erge in difesa del mondo naturale attraverso una ritualità e una ricerca di connessione profonda, quello di Marina Abramovic in «Balkan baroque» è un rito sciamanico (la pulizia delle ossa dalla carne) reiterato con l’intento di raggiungere un livello di purificazione dagli orrori della guerra fratricida. Ma lo è anche quello di Hamish Fulton che attraversa il mondo a piedi, mentre Jimmie Durham realizza sculture attraverso modalità che, come in un processo sciamanico, danno un significato nuovo agli oggetti di scarto della società consumistica impiegati.
«Untitled (4 Photos with Eagles)» (1970), di Hamish Fulton. Foto: Alessandro Zambianchi, Milano. Cortesia Panza Collection, Mendrisio
Oltre agli artisti storicizzati, con Franco Vaccari, Alighiero Boetti, Daniel Spoerri, Angelo Filomeno, Attilio Maranzano, Claudio Costa, Bracha Ettinger, Louis Henderson, Ramon Coelho, con presenze d’oltreoceano come, Suzanne Lacy, Karrabing Film Collective, Ben Russell ci sono le opere di autori più giovani come Chiara Camoni, con le sue lunghissime «collane» composte da elementi vegetali, la coreana Si On, classe 1979, e ancora David Aaron Angeli, trentino di adozione, classe 1982, Allan Graham, Mali Weil, Anna Perach, María Sojob, Alexandra Sukhareva e Alisi Telengut.
«Grandi Sorelle» (2023), di Chiara Camoni. Cortesia l’artista e SpazioA, Pistoia
Undici le opere mimetizzate tra gli strumenti popolari trentini del Mets, seconda sede della mostra, nel percorso intitolato «Sciamani. Téchne, spirito, idea» realizzate da Adolf Vallazza, Luca Pojer, Pietro Weber, Denis Riva (Deriva), Andrea Marinelli, Federico Lanaro, Bruno Norbu Griparich, Piermario Dorigatti, Andrea Tagliapietra, Paolo Dolzan e Elias Grüner. Sono opere, come ha spiegato Poggianella, curatore insieme a Micaela Sposito e Luca Faoro, nate dalla logica dell’object-specific e ispirate da corredi rituali sciamanici. «In questo modo, commenta il curatore, si ripensano tutti gli oggetti, dentro il museo, come impermanenti, esseri passeggeri affinché il loro portato, la loro capacità evocativa non si risolva esclusivamente nelle rispettive biografie, nella memoria di una funzione, al contrario si plasmi anche attraverso l’esperienza contemporanea degli sguardi».
Damaru (tamburo sacro), Mongolia, XX secolo

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