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Il criptico d'arte

Gli odiatori di Renoir non hanno altro cui pensare?

Da cinque anni un «movimento» sbeffeggia il pittore e chiede la rimozione dei quadri dai musei

Uno scatto dal profilo Instagram «renoir_sucks_at_painting»

Forse nel 2015 la cosa era nata come una bravata culturalmente scorretta, che in quanto tale si fece strada rapidamente nel mondo fluttuante del web. Un tizio, Max Geller, aveva dato vita a manifestazioni di protesta di fronte al museo di Boston chiedendo che si rimuovessero i quadri di Renoir perché «Renoir sucks at painting», in sintesi fa schifo e, recitava un altro cartello dei manifestanti, «God Hates Renoir». Il che ci sta, nella Nazione che ha inventato il Primo Emendamento, compresa la solita solfa che i Renoir sono robe per «just white males and their white male gaze».

Nell’account Instagram si sostenevano una serie di vaccate di quelle tipiche da buonsenso dell’uomo della strada che non conosce una cippa ma ha un’opinione su tutto, a prescindere: gli alberi veri sono bellissimi, ma Renoir li riduce a «scarabocchi verdi» (per vero ti sovviene, ohibò, che anche il severo Togliatti nel 1948 usò il termine «scarabocchi», insieme a «orrori» e «scemenze», a proposito dell’arte astratta), è noioso, non sa dipingere le tette eccetera.

E allora i duemilaquattrocento adepti della prima ora di «renoir_sucks_at_painting» giù duri a farsi selfie mentre si esibiscono in boccacce schifate davanti ai quadri del pittore, il che, se hai sette anni, è un giochino divertente, come scrivere scemo chi legge, disegnare piselli lunghissimi al cesso, fare le corna con la mano al compagno di banco, poi di solito smetti.

Non erano radicali, men che meno vandali, cazzeggiavano e basta intorno a un concetto che la cultura pop ci impone (Renoir è un genio, un artista da museo: ché per loro è cultura pop) e lo sbeffeggiavano: a noi non ce la raccontate giusta, non ci crediamo al fatto che Renoir fosse un grande pittore, dunque via i Renoir dai musei. S’è visto di ben peggio, ammettiamolo. In effetti non ci sono state reazioni indignate alle loro provocazioni; educata indifferenza sì, ma nessun trombone che si ergesse a paladino dei «sacri valori» dei musei e della pittura: mi sa tanto che loro ci speravano, ma non è successo.

Immaginavo che, in mancanza di antagonisti, la cosa si fosse estinta da tempo, invece ho scoperto che nel frattempo l’impavido movimento cazzaro ha superato i quattordicimila follower e ancora adesso c’è chi si esibisce in sfottò confrontando i volti con foto di gatti, notando come le melanzane di Renoir siano allusioni falliche e le sue donne abbiano sempre dei «disarming breasts», il che in tempi di body-shaming e di rifattone da web diventa un demerito specifico: il meglio che ti può capitare è l’ideona di montare su un ritratto femminile il volto di Trump (uno che esibisce con orgoglio il suo Renoir ben sapendo che è falso), e c’è pure qualcuno che si sente figo per aver pensato tale possente banalità.

Uno dice: vabbè, quattordicimila follower non sono nulla, sono un piccolo club di nullafacenti privi di idee che si raccontano di non essere ignoranti, ma che è il sistema bacato dei musei a essere affetto dal morbo di apprezzare Renoir e imporlo con occhiuta arroganza. Ma poi ci si chiede chi glielo faccia fare: da cinque anni sono aggrappati a questa ossessione fissa e non han perso un minuto neppure a leggere un opuscolo su Renoir o sugli impressionisti, dal quale avrebbero appreso che per trovare qualcuno che desse loro ragione devono risalire a Louis Leroy, che schifò Renoir e compagni sin dal loro apparire.

Ma non è un loro problema: fare graduatorie d’importanza artistica comporterebbe conoscere altri pittori e loro non possono mica imporre questa fatica al loro unico neurone, tutto concentrato a odiare Renoir. La loro non è un’opinione estetica, è un gioco di società fatto tanto per fare, per coniare battute e meme di gusto improbabile e di nessun effetto, evidentemente in mancanza di meglio da fare. Poi ti chiedi: ma quanti di quelli che proclamano il loro amore per Renoir sono anche loro convinti che è importante perché sta nei musei e costa un sacco di milioni di dollari, e basta?

Flaminio Gualdoni, da Il Giornale dell'Arte numero 409, agosto 2020



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