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Gli Odescalchi vendono le loro opere?

Un’interpellanza denuncia presunte alienazioni dalle loro collezioni

Particolare della facciata di Palazzo Odescalchi a Roma, in piazza Santi Apostoli

Un’interpellanza parlamentare del 5 agosto rivolta dall’on. Vincenza Bruno Bossio (Pd) al ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo Dario Franceschini riporta alla ribalta gli Odescalchi, dal XVII secolo famiglia aristocratica tra le più ricche e potenti di Roma, soprattutto a seguito dell’assunzione al soglio pontificio nel 1676 (fino al 1689) di Benedetto Odescalchi, col nome di Innocenzo XI.

L’interpellanza alla Camera dei deputati ha per oggetto la presunta dispersione di parte dei dipinti d’epoca rinascimentale e barocca, disposta dalla principessa Giulia Odescalchi, proprietaria del berniniano palazzo gentilizio in Piazza Santi Apostoli. L’interpellanza elenca una serie di opere d’arte non più presenti nella fastosa dimora, tra cui una «Resurrezione» di Saturnino Gatti di fine Quattrocento, privata di una grande cornice dorata per facilitarne l’espatrio, tanto che era in vendita presso Christie’s New York, il 12 gennaio 1996.

A un’asta di Sotheby’s Londra sono apparsi invece una veduta di Tivoli e una di Grottaferrata di Gaspar van Wittel, precedentemente parte della collezione di Palazzo Odescalchi, come la «Festa di corte in giardino di villa italiana», dipinta nel 1556 dal monogrammista «MO», e giunta nelle sale della galleria antiquaria Trinity Fine Art a Londra. Alienazione lecita? Sicuramente non lo fu quella riguardante un taccuino con disegni di Pietro da Cortona, anch'esso di proprietà Odescalchi, che negli anni ’90 stava per varcare i nostri confini, se non fosse stato sequestrato alla dogana dell’aeroporto di Fiumicino dalla Guardia di Finanza, per esportazione clandestina.

Ora il taccuino è in collezione presso l’Istituto Centrale per la Grafica. Altro taccuino emerso sul mercato londinese è quello di Francesco Allegrini, ma all’appello ne mancano altri 29, tutti acquistati a fine Seicento da Livio I Odescalchi, nipote di Innocenzo XI. L’on. Bruno Bossio auspica un «sequestro preventivo» di quanto ancora rimane nel Palazzo Odescalchi (dove peraltro è stata operata una radicale frammentazione degli ambienti allo scopo di ricavarne appartamenti), onde scongiurare, nello scompaginamento di un insieme di altissimo profilo culturale, «un duro colpo alla cultura capitolina».

Quanto è avvenuto di sicuro nel passato è la spoliazione, da parte di altri componenti della famiglia Odescalchi, di residenze ricche di statuaria antica e opere barocche, a Bassano Romano (scelta da Fellini per scene de «La dolce vita»), a Bracciano (il Castello Odescalchi) e a Palo, a nord di Roma. Un «Mitra tauroctono» è apparso al Getty Museum di Malibu, ma di decine di altri capolavori, tra cui elementi pertinenziali e non amovibili, che sarebbero dovuti entrare nel vincolo unitario del palazzo, non si sa più nulla.

Interpellata, Giulia Odescalchi risponde: «Ho venduto solo due opere di Lucio Massari [autore seicentesco, Ndr], con regolare contratto di vendita, a una galleria di fama nazionale. I taccuini con disegni di Pietro da Cortona non erano miei, del sequestro della Guardia di Finanza non so nulla. Di ogni oggetto che è uscito da Palazzo Odescalchi ho informato le autorità competenti, gli uffici di Soprintendenza sanno tutto, anche delle trasformazioni interne degli appartamenti, tutto è avvenuto sempre legalmente».

Guglielmo Gigliotti, edizione online, 15 settembre 2020



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