Gli interventi di restauro in corso sull’arco di Settimio Severo

Dopo i monumenti di Tito e Costantino un grande intervento riprende le indagini cruciali degli anni '80 sul più antico arco trionfale di Roma

Tecnici al lavoro sull’arco di Settimio Severo a Roma © Parco Archeologico del Colosseo - Foto Montanelli Restauri
Arianna Antoniutti |  | Roma

Dopo il lavoro di restauro che ha riguardato l’arco di Tito nel 2019, seguito nei mesi scorsi dalla manutenzione straordinaria dell’arco di Costantino, sono in corso interventi sull’arco di Settimio Severo. «Si tratta di un articolato programma di conservazione che ha consentito un approfondimento della conoscenza di questi monumenti applicando tecnologie innovative», spiega Alfonsina Russo, direttrice del Parco Archeologico del Colosseo.

«Il progetto, racconta Federica Rinaldi, responsabile dei lavori, intende salvaguardare tutte le parti del monumento pervenute a noi, incluse le stratificazioni di epoche successive a quella in cui venne costruito, e valorizzarle. Sono almeno tre le fasi del progetto: indagini di carattere conoscitivo o di tipo diagnostico, rilievo fotografico e ortofotografico, una sequenza di interventi di manutenzione organizzati secondo un percorso di metodo, rigido ma al tempo stesso flessibile, consistente in operazioni che vanno dalla rimozione della patine biologiche e delle piante infestanti a quella delle croste nere, alla riadesione delle parti distaccate, fino ad arrivare alla rimozione delle stuccature e di tutti gli interventi precedenti non più funzionali o dannosi e in ultima istanza alla stuccatura e microstuccatura di tutte le fessurazioni e fratturazioni del tessuto lapideo necessarie per la protezione e la presentazione estetica finale».

«Lo stato di degrado, aggiunge l’architetto Cristina Collettini, direttrice dei lavori, è dovuto ad alterazioni causate dalla prolungata esposizione agli agenti atmosferici, dalla presenza nell’atmosfera urbana di inquinanti di diversa natura (smog e gas), ma anche dagli interventi umani che si sono succeduti nei secoli».

In merito alla mappatura delle superfici e al rilievo in 3D la restauratrice Angelica Pujia ci spiega che «l’intento documentale di un rilievo 3D costituisce la trasposizione informatizzata dell’approccio scientifico e analitico inaugurato nel nostro contesto agli inizi degli anni ’80, grazie ai finanziamenti contenuti nei “Provvedimenti urgenti per la protezione del patrimonio archeologico di Roma” (Legge speciale n. 92/1981). Sono migliorate le tecnologie che ci supportano, ma il metodo e l’intento conoscitivo rimangono base imprescindibile dei nostri interventi. Con il rilievo delle superfici dell’arco sono state individuate le patine biologiche, la decoesione della pietra e le croste nere. Queste ultime interessano maggiormente gli elementi più riparati e quindi meno soggetti al dilavamento dovuto alle precipitazioni e all’azione del vento e dove i depositi di inquinanti, in combinazione con l’umidità atmosferica, attivano reazioni chimiche dannose per le superfici».

Alla domanda se i lavori hanno evidenziato precedenti interventi di restauro, risponde: «Sì, e in questo senso a essere cruciali per la conoscenza del monumento furono gli anni ’80. Nell’ambito della Legge speciale n. 92/1981, fu possibile, esattamente come oggi, accedere con comodi ponteggi al monumento e osservarne oltre alle tracce di interventi di messa in sicurezza delle strutture per mezzo di imperniaggi e cerchiaggi, anche e soprattutto lo stato di conservazione. In quel periodo furono portate avanti attività di studio delle patine di ossalato, mappature analitiche e un approccio scientifico al restauro, rilevando problemi di degradazione su tutta la superficie quali dilavamento, processi di solfatazione, fessurazioni e fratturazioni ma anche decoesione ed esfoliazione della pietra. Nelle relazioni dell’epoca si indicavano gli interventi da eseguire volti al consolidamento, alla pulitura, alla stuccatura delle superfici oltre alla sostituzione degli elementi metallici ossidati e al corretto smaltimento delle acque meteoriche e si trova documentazione di un intervento mirato nella porzione sud-occidentale del monumento».

Come spiega il restauratore Alessandro Lugari, in una piccola area del monumento si sperimenterà il ristabilimento della coesione del marmo con il bioconsolidamento per mezzo di batteri carbonatogeni: «Il sistema sviluppato dall’Università di Granada si basa sull’utilizzo del formulato Mixostone che è in grado di stimolare l’attività calcinogenica (produzione di carbonato di calcio) degli ecosistemi microbici che spontaneamente s’instaurano nei materiali lapidei ottenendo così il risanamento della pietra e sfruttando il potenziale metabolico intrinseco del materiale».

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