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Giulio Minini è Massimo Paolini

Mentre il Castello di Rivoli festeggia gli ottant'anni dell'artista con una mostra, il gallerista che lo conosce meglio di tutti lo interpreta, in un’intervista immaginaria

Massimo Minini e «L’immagine di un’immagine (Plotino)» (2020)

Giulio Paolini potrebbe essere un esempio di come le sigle non siano altro che convenzioni. Che cosa c’entra l’artista genovese di nascita (1940), ma torinesissimo d’adozione, con le trasmutazioni materiche, l’esaltazione dell’energia, l’elezione di materiali di recupero a medium artistici o il dialogo con la natura che sembrano essere i tratti caratteristici dell’Arte povera? In realtà il più apollineo tra gli artisti italiani del secondo ’900 non ha nulla a che fare con certo furor informale, o addirittura con le radici futuriste di molte opere dei suoi compagni di strada negli anni Sessanta e Settanta.

Nello stesso tempo, ne sublima il côté più concettuale, ma non solo: problema dello sguardo e della visione, centrale nel suo lavoro, a un dato punto viene affrontato da un suo «contrario», Giuseppe Penone (nell’opera «Rovesciare gli occhi»), con il quale sembrerebbe condividere soltanto le iniziali. Il tema della storia (per lui, dell’arte e delle sue modalità di espressione e apparizione) è presente, sia pure in una versione antitetica rispetto alla sua, anche in Kounellis e Merz. Questo artista che annovera tra i suoi modelli de Chirico, ovvero la ciclicità del tempo e, sostanzialmente, la precarietà di ogni pretesa di sistemazione storica, respira atmosfere metafisiche quanto, in certi momenti, Giovanni Anselmo. E con Boetti condivide certo tratto ludico e ironico, per non dimenticare il tema della specularità e del doppio.

È allora il valore assegnato da Paolini all’arte come pensiero a radicalizzare all’estremo limite, in lui, tante istanze non solo poveriste ma di altre neoavanguardie del XX secolo. Dal 15 ottobre al 31 gennaio il Castello di Rivoli, a cura di Marcella Beccaria, festeggia gli 80 anni di Paolini con la mostra «Le chef d’oeuvre inconnu»: un titolo ripreso dal celebre racconto di Balzac che ha tra i suoi protagonisti un altro grande «pensatore d’arte» (e come tale molto amato da Paolini) come Poussin. Del tutto paoliniana è invece la scelta di non esporre, in questa occasione, le sue opere in collezione al Castello, proponendone di nuove. Abbiamo chiesto a un gallerista che lo conosce bene, Massimo Minini, un «ritratto» dell’artista.
E Minini, in un certo senso, ha prodotto un testo «a specchio», a ruoli ribaltati, che ricorda un’opera storica di Paolini: «Giovane che guarda Lorenzo Lotto». [Franco Fanelli]

La scrittura è come il disegno: cresce man mano, le parole già scritte attirano le nuove fuori dalla penna, a creare ghirigori inattesi. Cosa scriverò per Giulio Paolini, ora, con soli sette giorni di tempo? Quando inizio a scrivere non so cosa dirò, inizio alla cieca. Sarà la scrittura stessa a trasportarmi: «rentrez dans la danse, voyez comme on danse, embrassez qui vous voulez» (cit.).

La scrittura può essere lenta o veloce, ma se scegli il binario della velocità il tempo ti incalza, la sabbia della clessidra precipita inesorabilmente così come precipita il tempo che ci resta da vivere. Se accetti questo vortice, che dà vertigine, allora devi stare al gioco e spingerlo alle estreme conseguenze.

Sei nello studiolo, da poco ricavato in una stanza lontana dal brusio, sei solo, le pareti foderate di libri, tuoi e suoi: lui ne ha fatti davvero tanti, è l’autore di cui hai più libri di ogni altro. Nel piccolo studio solo Arte povera, Minimal, Concettuale, Fluxus, Happening.

Stai per scrivere il tuo ultimo testo su Giulio Paolini, te lo ha chiesto il vostro comune amico Umberto: rilassati, distenditi (cit.). Apri i libri, o forse no, meglio ricordare a memoria. Qualcuno ha detto «dimenticare a memoria» (cit.), ma sono frasi a effetto.

Quando sei solo con la penna in mano e il foglio bianco, ti trovi nell’identica situazione dell’autore davanti alla tela bianca.

Da dove iniziamo? Dove eravamo rimasti?

Ma certo, eravamo davanti alla tela con «Disegno geometrico», a proposito della quale Italo Calvino, nella prefazione a Idem, Einaudi del 1972, scrive: «Il pittore ha cominciato il suo discorso... con una tela grezza in cui sono tracciate due linee perpendicolari e due diagonali: la squadratura geometrica del foglio, il disegno preliminare di qualsiasi disegno. Ma siccome gli sembrava che quelle linee occupassero il quadro con troppa presunzione, quasi credendosi più importanti della tela su cui erano tracciate, le ha messe tra parentesi perché non si credano d’essere chissà cosa neppure loro. Un anno dopo ha cercato di mettere tra parentesi la tela... Voleva risultasse chiaro che la tela fa parte del quadro, ma non è il quadro».

Non è un mistero che Giulio Paolini, l’artista che conosciamo (che crediamo di conoscere), l’artista che ha spinto l’arte oltre le colonne d’Ercole del visibile e governa la caravella verso l’ignoto, ha deciso di sottrarsi non tanto all’arte quanto alla nostra curiosità.

Ci resta il dubbio che lui stia tentando di sottrarsi a se stesso, negandosi, cercando di cancellare le tracce lasciate nei lunghi anni di militanza in quei gruppi di costruttori-guastatori che dagli anni Sessanta hanno rivoltato il concetto di arte, i suoi modi, i contenuti, le ragioni.

Curioso che accetti ora questa mostra «au chateau». Nessuna paura di contraddirsi? Chi sa usare le parole trova subito la giustificazione. Leonardo Sciascia chiese che incidessero sulla sua lapide questa frase: «Contraddisse e si contraddisse». Una buona indicazione di metodo.

Non so se l’hanno fatto, bisognerà andare fino a Racalmuto per vedere.

Come fare per ricreare un’attesa? Accettare dunque un’altra intervista?

Recentemente Hans Ulrich Obrist gliel’ha chiesta. Obrist ha intervistato tutti, proprio tutti. Gli manca Paolini ed è come se in una raccolta di francobolli mancasse il Penny Black.

Per Paolini invece è l’inverso: lui è stato molto intervistato. Per ricreare un’attesa bisogna dire no e rendere spasmodica la stessa, fare in modo che l’aspettativa non venga soddisfatta. Dire di no, negarsi, sparire: «fuori l’autore».

Ma Obrist insiste, la casella vuota grida vendetta e allora Paolini cerca di accontentarlo.

Giulio Paolini: «Perché non chiedi a Massimo Minini? Lui mi conosce bene, potrebbe raccontarti, vedrai che non ti dice di no. Ascolta il mio consiglio».

Detto fatto. «Sono Obrist. Ciao Massimo. Sai Giulio mi ha detto che...».

Massimo Minini: «Certo, Giulio ha chiamato e mi ha detto. Ma sai ne ho fatte tante di interviste, mi sono un po’ stancato, ripeto sempre le stesse cose, anche perché mi fanno sempre le stesse domande: che arte farà domani? E io che ne so. Mica faccio gli exit poll dell’arte. Comunque proverò a mettermi nei panni di Giulio, non facile, proviamo?»

HUO: «Caro Giulio (caro Massimo), ho intervistato tutti i grandi artisti del mondo intero e ormai solo tu manchi. A questo punto la tua mancanza grida vendetta».

GP: «No scusa, Hans, non grida vendetta, semmai tace vendetta. Tace e basta. Che bisogno c’è di gridare? Gridano tutti ormai. Ma nel generale frastuono si ode meglio il silenzio. Non so se l’hai mai letto ma in Perché leggere i classici, Italo Calvino scriveva: “È classico ciò che tende a relegare l’attualità al rango di rumore di fondo, ma nello stesso tempo di questo rumore di fondo non può fare a meno”; e ancora “È classico ciò che persiste come rumore di fondo anche là dove l’attualità più incompatibile la fa da padrona”».

HUO: «Sai che non mi arrendo. Non ci conosciamo bene ma presumo che tu sappia di me come io di te, seppur a distanza, attraverso le tracce che abbiamo lasciato».

GP: «Certo, però tieni presente che da qualche tempo, nonostante io abbia colpevolmente lasciato in gioventù molte tracce, sto cercando di cancellarle. Vorrei che restassero solo le mie impronte digitali».

HUO: «Quindi la risposta è no? Avrò questo buco nei miei tomi ormai sterminati?»

GP: «Ma caro, chi vuoi che se ne accorga quali e quante interviste hai fatto? Mille? Via, non penserai che la gente guardi l’indice per vedere chi c’è e chi no, al massimo un artista verifica se lui è presente. Nessuno saprà mai se io ho detto qualcosa o meno. Alessandro Manzoni scriveva per 36 lettori. Oggi ognuno di noi scrive per sé, unico lector in fabula. Lo so di preciso perché a volte, parlando, butto lì delle affermazioni in codice alle quali il mio interlocutore dovrebbe reagire avendole già lette nei miei numerosi, e noiosi per quanto intelligenti, scritti. Raramente l’interlocutore dà mostra di accorgersi del tranello che io benevolmente gli ho teso, solo per capire se davvero aveva letto. A questo proposito, ti ricordi Autoritratto di Carla Lonzi? Io sono responsabile di molte pagine, ma sai chi ci ha colpito di più tra tutti gli intervistati?»

HUO: «No».

GP: «Cy Twombly, che non ha mai risposto a nessuna delle domande di Carla. Il suo silenzio alla fine risulta molto più eloquente di tante risposte, che a volte paiono più giustificazioni che altro».

HUO: «Quindi niente da fare. Capisco. Mi spiace».

GP: «Non dispiacerti. Pensa che potrei averti salvato, evitandoti errori di interpretazione. Ammettiamo che un giorno il mondo si capovolga, che le Nazioni tornino nei propri confini e si rimettano a far guerra tra loro, come d’altronde è sempre stato. Ammettiamo che una malattia misteriosa e invincibile riduca i commerci, i viaggi, il turismo inutile usa e getta che abbiamo inventato. Che cambiamento! E non credi che questo cambiamento trascinerebbe con sé anche conseguenze sul piano estetico e, alla fine, sulle nostre vite? Vedi Hans, voi non capite. Voi che avete introdotto questa accelerazione. Viaggi di qua, viaggi di là. E noi qui a consumare. Non l’ho dimenticato e trasponendolo nel mio mestiere ho capito che avrei dovuto continuare a farlo, sì, se mi piaceva ancora, ma in modo più leggero, senza riempire il mondo di detriti d’arte».

HUO: «Per questo usi il plexiglas e materiali leggeri e trasparenti?»

GP: «Oh mio Dio! Come si fa a confondere la trasparenza con il materiale! Quello è un veicolo inerte. Tutto dipende da cosa ci metti. Mi hai fatto cadere nella trappola. Mi hai fatto parlare quando ti avevo detto che non lo avrei fatto. Certo sono io, Massimo, a parlare, in nome e per conto di Giulio. Ma rilasciando dichiarazioni lo impegno. Vedi? Tu sei la tentazione, diavolo di un Obrist, e io casco nel tranello tesomi. Basta, non una parola di più. Cerca altrove. Se io non ci fossi, o comunque quando non ci sarò più, dovrete arrangiarvi! Allora cominciate subito. Non potete pensare, usare la testa? Ma è così difficile il mio lavoro? Eppure, è evidente, tutto disteso davanti ai vostri occhi (Beati e felici sono i vostri occhi perché vedono, le vostre orecchie perché sentono)»

HUO: «Questa è bella! Tu hai fatto un’edizione nel 1976 con due occhi d’argento incollati verso l’alto del foglio, vero? E negli occhi hai scritto MAN RAY e comunque perché negare? Perché negarsi?»

GP: «No, scusa, chi si nega? Ti pare che con una mostra così voi possiate dire che io mi nego? Ma andiamo! Un po’ di coerenza! Ma se vi ho messo praticamente tutto il mio lavoro sotto il naso, e ancora devo darvi spiegazioni? Un lavoro compiuto parla da sé, non ha bisogno di spiegazioni di critica o interviste che predigeriscono. Ho fatto troppi lavori? Sta a voi selezionarne alcuni, pochi, rappresentativi: “Disegno geometrico”, “Giovane che guarda Lorenzo Lotto”, “Ciò che non ha limiti”, “Doublure”, “Mimesi”, “Trionfo della rappresentazione”... Sai cosa ti dico Hans? Se proprio non capisci riprova, chiedi a Giulio Paolini! Chi meglio di lui?!»

Massimo Minini, da Il Giornale dell'Arte numero 411, ottobre 2020


  • Giulio Paolini. Cortesia Fondazione Giulio e Anna Paolini, Torino. © Luciano Romano, Napoli
  • Un particolare di «Il modello in persona» (2020). Cortesia Fondazione Giulio e Anna Paolini, Torino. Foto © Agostino Osio, Milano. © Giulio Paolini
  • Un particolare di «Senza più titolo» (2010). © Giulio Paolini. Cortesia Fondazione Giulio e Anna Paolini, Torino. Foto Studio Paltrinieri

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