Gian Enzo Sperone: «Meglio Gianduiotto che Sanculotto»

Visita della mostra al Mart di Rovereto in compagnia del collezionista

«Madonna dell’umiltà con angeli» (1445-50) di Zanobi Strozzi (1412-68), Collezione Gian Enzo Sperone
Gian Enzo Sperone |  | Rovereto

Abbiamo chiesto al nostro opinionista Gian Enzo Sperone in occasione della mostra della sua collezione al Mart di Rovereto (per impedimenti tecnici, il «Vademecum» dedicato alla mostra della Collezione Sperone al Mart di Rovereto, aperta fino al 3 marzo 2024, segnalato sulla prima pagina del Giornale dell’Arte, sarà allegato al numero di gennaio 2024. Scusandoci per il disguido, potete visionarlo in anteprima scorrendo questo pdf, Ndr) come spiegare l’improbabile coesistenza tra la sua figura preminente di gallerista leader nelle avanguardie contemporanee del XX secolo e l’illimitata versatilità atemporale delle sue scelte collezionistiche personali. E per quale motivo, contro ogni logica, sia Rovereto anziché la sua città Torino a ospitare la strepitosa mostra della sua collezione.

Sono nato provinciale, il che di per sé non è né bene né male. Certo se nascevo nella tenda di un pastore errante dell’Asia avrei dovuto fare altri progetti. La mia successiva torinesità tanto impervia da definire quanto molesta da vivere è un fattore influente quanto il mio Dna. Non meno delle nebbie di un tempo, che ora dalle mie parti sono diventate merce rara ma che allora risultavano scomode ma misteriose. E poi un punto: noi cittadini dell’Augusta Taurinorum siamo sempre stati sudditi. In antico dei Romani poi della dinastia sabauda e infine di casa Agnelli con annessi e connessi. Sempre sudditi. Dai rissosi duchi sabaudi di uno staterello che in Europa contava come il due di picche abbiamo ereditato una sudditanza attiva.

La torinesità, dicevo, tuttavia non mi ha mai frenato né impedito di agognare a diventare cittadino del mondo e di Manhattan (e meno suddito): e questo ben prima «dell’età della ragione». Di noi torinesi si dice ironicamente che siamo dei «bôgia nen» equivocando che questo ordine dato a Pietro Micca, militare sabaudo addetto alle mine nella difesa di Torino del 1706, voleva semplicemente e brutalmente dire nel dialetto nostro «non muoverti (non scappare)», cioè: «bôgia nen». È così che si fece saltare con la Santa Barbara nella Cittadella di Torino, fermando una parte della soldataglia francese del Re Sole.
Paradossalmente la sua povera vedova ottenne poi dal re un vitalizio di due pani al giorno e due anni dopo si risposò con un disertore appena scarcerato da cui ebbe parecchi figli. Happy end!

Già nel 1957 mi ero imbattuto nella prima traduzione italiana, delle Foglie d’erba di Walt Whitman, l’impertinente cantore di sé stesso «I sing myself» oltre che sperimentatore coraggioso della poesia «in prosa». Sino ad allora i miei modelli amatissimi erano piuttosto Montale, Quasimodo, Leonardo Sinisgalli, Giuseppe Ungaretti, Umberto Saba, Sandro Penna. Dopo le Foglie d’erba non solo ho spezzato (fortunatamente) la mia penna di giovane poeta ma ho intravisto nuovi orizzonti espressivi né previsti né sognati sino ad allora.

Era l’inizio di possibili avventure artistiche fuori dalla Sabaudia. Studente fuori corso alla Facoltà di Lettere (già lavoravo) avevo avuto la fortuna di superare un esame su James Joyce con il giovane professore Umberto Eco e di subire di conseguenza un altro scrollone alle mie convinzioni artistiche. Avrei rivisto Umberto Eco vent’anni dopo nella mia galleria di New York, al 142 di Greene Street, a commentare la stranezza della mostra di «fumetti» di Roy Lichtenstein che lui ricordava di avere visitato e non amato a Torino nel 1963. Nel 1968, all’imbocco di quel tunnel ambiguo che chiamiamo «età della ragione» sono salito su un Boeing 707 dell’Alitalia (indimenticata compagna di un terzo della mia vita) diretto a New York.

Allora si faceva ancora scalo a Shannon in Irlanda, prima dell’attraversata atlantica. Doveva poi arrivare nel 1970 il Jumbo Jet 747 grazie al quale sarei diventato definitivamente il commesso viaggiatore, aspirante trombettiere nonché imbonitore dell’avanguardia italiana oltreoceano: habitué di quella rotta mi spostavo mediamente sei volte l’anno (dodici con il ritorno) per coltivare il mio sogno di torinese/americano.

Il fatto è che mi serviva una platea immensa come moltiplicatore delle aspirazioni avanguardistiche (da Sanculotto) che a Torino non poteva esserci. Certo tenevo bene a mente il titolo di un’opera di Mario Merz che mutuava il generale dei vietcong Giáp il quale sconfisse prima i francesi e poi le forze statunitensi con le sue originali teorie di guerriglia poco avventata e piuttosto ingegneristica. Così recitava: «Se il nemico si concentra perde terreno, se si disperde perde forza». Era diventato un mio mantra: se riuscivo a guadagnare l’America rischiavo di perdere l’Italia e viceversa.

Mi allargavo e al tempo stesso mi indebolivo. Del resto non avevo altra scelta: Torino e non solo era «occupata» dalle forze ambiziose ma sgangherate nonché fracassone di Lotta Continua.

La mia galleria all’epoca aveva sede nello stesso edificio dove c’erano il pensatoio e la segreteria operativa di Lotta Continua e subivo molestie con scritte minacciose (e ridicole) sui muri dell’androne della galleria: «Attento servo dell’imperialismo, il pennello non va a destra». Per la verità l’arte non va né a destra né a sinistra. Va dove vuole. Serve la rivoluzione e anche l’imperialismo. E non ci puoi fare niente.

Tutto quanto è successo dopo, è stato un progressivo abbandono del mio ruolo di megafono dell’arte e degli artisti contemporanei. Per la verità avevo sempre collezionato acqueforti e quadri antichi ma mi mancavano baldanza, tempo e risorse per fare il salto.
Ora ero solo al servizio di me stesso e il gioco cambiava completamente.

L’ebbrezza di quella libertà dura tutt’ora e non ci sono parole per descriverla. Non vado più a New York. Le tecniche del marketing hanno troppo contaminato «l’innocenza» degli artisti e non mi dolgo più se i prezzi del contemporaneo hanno fatto saltare il banco.
Evitando l’esborso forte per Jeff Koons o Basquiat, si può comprare un’intera quadreria di pittura antica, di qualità museale (è poco, è molto? Non so rispondere). Ma questa follia dei prezzi dell’arte che sono solo simbolici (ma i soldi sono veri) non mi diverte più.

Meglio Gianduiotto che Sanculotto.

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