Gaspare Celio, l'attaccabrighe che contestava Vasari

Riccardo Gandolfi ha ritrovato in Inghilterra il manoscritto perduto del pittore noto soprattutto per le sue carognate

Arabella Cifani |

Solo chi conosce le difficoltà della ricerca d’archivio può capire quanto sia prezioso il volume di Riccardo Gandolfi, giovane e brillante allievo di Alessandro Zuccari all’Università della Sapienza di Roma, oggi funzionario dell’Archivio di Stato dell’Urbe. Gandolfi ha scelto come tema del suo dottorato Gaspare Celio, artista relativamente poco noto e personaggio non proprio simpatico. La sua lapide mortuaria lo definisce pittore, scrittore, matematico, architetto civile e militare.

Fu tutto ciò, ma fu soprattutto un emerito attaccabrighe, detestato dal Baglione, che nelle sue Vite gli dedica parole di fuoco definendolo «goffo e maligno». Una lingua d’inferno, rissoso, vendicativo, geloso alla follia della propria moglie segregata e maltrattata per quarantacinque anni. Non si fece mancare nulla, compresa una superstiziosa inclinazione agli studi di astrologia della quale si interessò anche l’Inquisizione.

Come pittore appartiene alla categoria di quegli «artisti senza tempo», del tardo manierismo romano. Quadri e affreschi un po’ melensi, dove abbondano scene morbosette di tortura e martirio, suggerite certo dai gesuiti con i quali molto bazzicava. Chiamato a Parma da Ranuccio Farnese per affreschi nel Palazzo del Giardino, divenne così sgradito che le sue pitture furono subito cancellate. Tornato a Roma fu autore di altre opere, spesso rifiutate ed eliminate, ma anche di carognate ai danni di congregazioni religiose al limite della truffa.

Come sovente capita agli intriganti privi di scrupoli, fece però strada: nel 1609 era principe dell’Accademia di San Luca. Potere che usò a sistematico danno dei colleghi, ai quali stava cordialmente sull’anima. Nel 1613 fu nominato Cavaliere dell’Abito di Cristo, grazie alle cattiverie e maldicenze sparse a danno di Orazio Borgianni al quale sarebbe spettata l’onorificenza. Il mite Borgianni dal dolore ne morì.

Oltre alla Memoria delli nomi dell’artifici delle pitture, che sono in alcune chiese, facciate, e palazzi di Roma, del 1620, Gaspare Celio scrisse anche le Vite degli artisti, ritenute perdute. Gandolfi si è messo tenacemente sulle tracce della produzione letteraria di Celio, setacciando le biblioteche di tutta Europa e la sua costanza è stata premiata.

Nella biblioteca dello Stonyhurst College, vicino a Manchester, ha scoperto il manoscritto delle «Vite degli artisti», integro e totalmente autografo,con più di duecento compendi biografici scritti nel 1614 e in seguito aggiornati. Si tratta di un testo di grande importanza, nel quale, tra l’altro, si trova la più antica biografia di Caravaggio, dopo quella redatta dal pittore fiammingo Karel van Mander nel 1604.

Ci sono voluti cinque anni di lavoro per trasformare la scoperta in un’edizione critica. Gaspare Celio scrive un Compendio delle Vite di Vasari in polemica con il pittore toscano aggiungendo oltre quaranta biografie di artisti vissuti dopo di lui. Gandolfi ha accertato che Celio si è valso di fonti di prima mano sui molti artisti vissuti fra secondo Cinque e primo Seicento.

Celio risulta inoltre avere una perfetta conoscenza delle edizioni delle Vite vasariane delle quali contesta (non a torto) la visione toscanocentrica a favore del primato di Roma nelle arti. Ovviamente detesta Caravaggio e la sua degenerata pittura «dal naturale». Il libro testimonia la vivacità (ai confini della rissa) del dibattito culturale a Roma nel primo Seicento. Inizia ora il suo viaggio fra gli studiosi e sarà apprezzato anche dai bibliofili per la cura con cui è stato stampato.

Le Vite degli artisti di Gaspare Celio, «Compendio delle Vite di Vasari con alcune altre aggiunte»,
a cura di Riccardo Gandolfi, prefazione di Alessandro Zuccari, 392 pp., 32 tavv. col., Olschki, Firenze 2021, € 48

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