Futuro Presente | L’interdipendenza tra natura e tecnologia negli «oggetti-immagine» di Mark Dorf

In mostra presso NonostanteMarras a Milano, l’artista americano mette la fotografia e l’arte digitale in dialogo con la scienza

«A New Nature» (2021) di Mark Dorf
Rica Cerbarano |  | Milano

La nuova generazione di fotografi e artisti visivi guarda alla contemporaneità e ai suoi temi più critici con una consapevolezza e un desiderio di sperimentazione inediti. Futuro Presente vuole dar voce ai giovani talenti che rappresentano il futuro della fotografia; un futuro che è, forse, già presente. Sono infatti più urgenti che mai le tematiche affrontate dal lavoro di questi artisti visivi: dal cambiamento climatico alla decolonizzazione dello sguardo, dall’utilizzo degli archivi storici alla rilettura delle classiche pratiche di documentazione fotografica.

La ricerca artistica di Mark Dorf mette a fuoco l’intersezione tra natura e tecnologia attraverso un linguaggio ibrido che comprende fotografia, digital media e scultura. Ispirato da un forte interesse verso la pervasività dell’immagine e l’influenza dei sistemi di informazione e intrattenimento odierni, Dorf indaga il modo in cui percepiamo il rapporto tra natura, urbanistica, design e ambienti virtuali per rivelarne le connessioni e le interdipendenze. Il suo lavoro si concretizza spesso attraverso la collaborazione con scienziati ed ecologisti, assumendo quindi, oltre alla componente sociale e ideologica, anche un carattere scientifico, orientandosi verso la costruzione di un futuro ecologico e inclusivo. «Transposition», una delle serie più note di Dorf, è ora in mostra a Milano presso NonostanteMarras, fino al 7 gennaio, come parte della mostra collettiva «Beginnings» curata da Marcella Manni.
«Transposition» (2016-2017) di Mark Dorf
Il suo processo creativo è fortemente basato sulla ricerca. Come sviluppa i progetti?
Amo molto leggere, scrivere e conversare, parlo sempre con le persone e cerco di andare a fondo nelle cose. Le idee che emergono da questi scambi finiscono per manifestarsi nelle opere che realizzo. A livello pratico, uso molto la manipolazione digitale delle immagini. Le mie immagini sono quasi sempre «lens-based» (fotografie o video), ma a volte anche puramente digitali, come i render 3D.

Quali sono i software digitali che utilizza?
Lavoro con Photoshop Cinema 4D e Blender. Di recente ho iniziato a scrivere, con l’aiuto dell’artista Anton Marini, un codice tutto mio per manipolare le immagini; sto sviluppando alcuni script Python e piccoli software customizzati per analizzare immagini fotografiche e tracciare dati su di esse. Mentre pittori e scultori sono sempre stati in grado di creare i propri strumenti, noi fotografi siamo limitati a una tecnologia preesistente di cui non siamo gli artefici. Di conseguenza sono molto interessato a cercare di sviluppare i miei strumenti digitali personali con l’obiettivo di andare oltre il linguaggio digitale normativo. Penso che questo sia davvero il futuro della fotografia e dell’arte digitale: assumere il controllo degli strumenti di creazione, il che non è un’impresa da poco.

Può spiegarci qualcosa di più sulla serie esposta presso NonostanteMarras?
«Transposition» è un lavoro davvero unico, per molte ragioni. A Milano ci sono solo stampe a parete, ma è un corpo di lavoro che contiene anche opere scultoree… Non ho mai capito davvero come chiamarle, perché non sono né sculture né installazioni, ma le ho spesso definite «oggetti-immagine». Ho cominciato questo progetto nel 2017 a Praga, dove mi è stato chiesto di realizzare un’installazione nei giardini botanici, che a pensarci bene, sono mondi totalmente inventati.. Il giardino botanico rappresenta un’immagine di qualcosa, una versione perfetta di se stesso, ma non è la natura (qualunque cosa significhi questa parola) e non è nemmeno il paesaggio. Sono luoghi pieni di relazioni impossibili tra piante diverse collocate una accanto all'altra, piante che in realtà non si troverebbero mai nello stesso ambiente nel mondo da cui sono state estratte. Mi interessava osservare questa trasposizione: come si inseriscono queste piante nell’ambiente dell'Orto Botanico, e si può trasporre questo concetto nei materiali e nelle opere del mio progetto.
Le opere stampate nella mostra di Milano sono montate su fogli di compensato, un altro materiale che è stato drasticamente trasposto dalla sua forma e dal suo ambiente originario, ma si possono vedere anche texture di compensato nelle immagini stesse e così si innesca una sorta di cortocircuito. Non è chiaro dove finisca una cosa e dove ne inizi un’altra.

Ha detto di essere anche un avido lettore. Quali sono i suoi riferimenti culturali e letterari?
In questo momento sto leggendo molto Timothy Morton, che è un teorico contemporaneo e si concentra sull’ecologia e sulle implicazioni sociali del cambiamento climatico, oltre a una vasta gamma di altri argomenti. Ma leggo anche Rosi Braidotti, pietra miliare del post-umanesimo. Penso che Timothy e Rosie non sarebbero d’accordo su molte cose, ma credo che questa contraddizione sia davvero interessante, perché è solo quando ci sono idee che si scontrano che nasce l’attività cognitiva. Se tutti fossero d’accordo su tutto, vivremmo in un mondo piatto e prevedibile.

Secondo lei, quali sono le forme che la fotografia assumerà in futuro? E in quanto artista, come cerca di riflettere sulle prospettive future?
Ovviamente il tema più scottante in questo momento è quello delle immagini generate da AI. Per quanto riguarda la produzione artistica, non credo che ci sia alcuna minaccia. Un artista sarà sempre tale qualunque sia la tecnologia che ha a disposizione. Quello che mi preoccupa è altro: ho letto un’analisi statistica secondo cui entro il 2036 avremo nel mondo più immagini generate dall’AI che immagini generate dall’uomo. Questo mi mette molto a disagio. Tutto ciò mi fa venire in mente le posizioni di Mark Fisher, il quale sostiene che il capitalismo ferma la crescita culturale sfruttando ciclicamente le tendenze e i prodotti artistici di successo per produrre ulteriore capitale. Realizzeremo sempre più immagini che si basano su immagini precedenti ritenute «di successo», provenienti dai dataset che generano le immagini. Questo tipo di ciclo di feedback e di semplificazione mi rende molto inquieto. Che cosa significa questo per il modo in cui comprendiamo le immagini? E cosa succederà alla diversità visiva? In ogni caso, l’acceleratore è già stato premuto molto forte. Il futuro è incerto.

© Riproduzione riservata «Transposition» di Mark Dorf. Veduta della mostra «Beginnings» presso NonostanteMarras, Milano, 2023, © Cortesia Metronom
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