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Funziona la didattica a distanza?

Nelle Accademie di Belle Arti le limitazioni imposte dal Covid-19 si aggiungono a problemi irrisolti da decenni. Ma docenti e direttori sono ottimisti per il futuro

Studenti al lavoro nei laboratori di incisione dell’Accademia di Brera, Milano. Foto: Cosmo Laera

Da Nord a Sud il coro è unanime: senza l’esperienza fisica del laboratorio, l’Accademia di Belle Arti rischia di perdere la sua identità peculiare. Dopo la chiusura imposta per tutto il secondo semestre dello scorso anno accademico, fino allo scorso ottobre un respiro di ripartenza aveva lasciato sperare nella possibilità di riaprire i laboratori in presenza, con gruppi contingentati di studenti, almeno per i corsi tecnico-pratici e per le nuove matricole. Così è stata un’estate di lavori per il riadattamento e la pulizia delle aule, di individuazione di nuovi spazi per consentire il distanziamento, di organizzazione ferrea di turni, di entusiasmo diffuso, nonostante le oggettive difficoltà, con il desiderio di ripartire (anche le iscrizioni hanno confermato l’interesse nazionale e internazionale per le nostre accademie).

Poi, proprio nei primi giorni di attività, l’emergenza sanitaria per Covid-19 di nuovo blocca, sospende, disorienta, svuota; anche se il Dpcm del 3 novembre 2020 lascia margini di salvaguardia per le attività formative laboratoriali, nella pratica (diffusione di casi di positività, pendolarismo, elevato numero di docenti e studenti fuori sede) è tutto complicatissimo. Ritorna la Dad, la didattica a distanza, che è semplice (e tuttavia non indolore) immaginare per i corsi teorici, ma che nessuno pensa di poter davvero sostituire alle pratiche laboratoriali.

E, mentre i docenti si lanciano a sperimentare nuove soluzioni, auspicando di arrivare almeno a un modello «blended» che alterni distanza e aula, i direttori delle Accademie italiane sono pronti ad aprire un dibattito nuovo e propositivo, per salvaguardarne l’essenza, trovare un senso produttivo per l’esperienza attuale e, soprattutto, per guardare concretamente al futuro.

«La Dad possiede le sue preziosità, rappresentate dagli strumenti tecnici, ma non può trasformarsi in un arrangiamento della lezione nata per l’aula. Deve essere una lezione inventata in misura nuova, afferma Luca Cesari, professore all’Accademia di Belle Arti di Urbino. Ma come si farà a trascendere o a prescindere dal rapporto con il torchio, con il marmo, con il legno, con gli acidi, con l’argilla, con il gesso, con i forni, con i telai? La formazione non è meccanicistica e neppure algoritmica. La formazione arriva alla pelle e vi fa ingresso. L’insegnamento preso in se stesso, isolato, è un’astrazione. A esso corrisponde una fisica, una fisiologia, una temporalità non falsificabile», continua Cesari, che a Urbino «di fronte all’aut aut (o il computer o la lastra) posto da docenti e studenti» ha scelto la seconda opzione, mantenendo l’opzione di flessibilità tra le due modalità di operare.

«Ci chiediamo quanto saranno penalizzati gli studenti d’arte da questo lungo periodo, se non riusciremo a riattivare un sistema formativo integrato con tutte le istituzioni culturali, ricorda Cristina Francucci, neodirettrice a Bologna ed esperta di pedagogia e didattica. La didattica attiva e laboratoriale non è propria solo delle discipline tecnico-pratiche, ma si estende anche alle materie teoriche; conoscere attraverso il fare è un modo di imparare molto efficace, tanto che anche le Università negli ultimi anni lo hanno introdotto, prendendo a modello proprio le Accademie. Dobbiamo essere consapevoli che quello che per loro è innovazione è la nostra tradizione». E continua: «Sappiamo che lo spazio fisico, i luoghi, inducono attitudini, attivano un sistema di relazioni fondamentali, su cui si fonda la cultura umanistica, che è conoscenza dell’altro da sé, l’unico modo per sostenere una società democratica».

E se la Dad non può certo dirsi democratica per il persistere del «digital divide», in questo momento, propone Umberto De Paola da Palermo, «bisogna cercare di amplificarne la portata, capire cosa può darci in più; senza dimenticare quello che ci sta togliendo in termini di “ritualità magica dell’aula” possiamo utilizzarla per creare workshop collaborativi tra docenti e studenti a livello nazionale e internazionale, attraverso progetti interculturali condivisi in incontri virtuali».

A Palermo De Paola ha avviato il progetto «Inside Outside» per offrire occasioni di dialogo «che fanno sentire partecipi di una stessa umanità, e di una stessa situazione. Si può provare a colmare le distanze, anche attivando una lezione dal proprio studio, introducendo un tipo particolare di condivisone, di intimità, con gli studenti».

Serve un impegno a collaborare per piegare a una visione creativa anche l’innovazione tecnologica, come a Milano dove, evidenzia Giovanni Iovane, «i docenti stessi hanno attivato un percorso di formazione peer to peer, condividendo esperienze e competenze, sfruttando al meglio le tecnologie e le piattaforme. Per esempio allestendo set digitali da cui mostrare pratiche di laboratorio, anche se è chiaro che ci sono corsi, come quello di Restauro, che non possono in nessun modo prescindere dal rapporto diretto con la materia. Ma anche corsi come quello di Comunicazione e didattica dell’arte o di Pratiche curatoriali oggi hanno un’identità produttiva e laboratoriale, che costituisce una prospettiva di ricerca e ha necessità di spazi». 

Squadra di docenti coesa e progettualità di ampio respiro anche a Torino, dove Edoardo Di Mauro sottolinea l’importanza di riattivare le pratiche collaterali integrate alla didattica «con una Pinacoteca Albertina che ha triplicato gli ingressi e le visite turistiche, e ampi spazi per esposizioni e presentazioni di libri e conferenze, che rendono l’Accademia protagonista attiva della vita culturale della città».

Master di primo livello, dottorati di ricerca e nuovi spazi di grande bellezza, come l’ex Manifattura Tabacchi, sono a Firenze già nella previsione di Claudio Rocca, che ricorda come «nella visione del futuro sono importanti anche nuovi percorsi di finanziamento, che consentano investimenti nelle strutture e nel coinvolgimento di un numero maggiore di docenti, perché le nostre accademie hanno ormai grandi numeri di iscritti e un prestigio internazionale consolidato».

Se, dunque, l’emergenza è l’occasione per parlare non solo di ciò di cui sentiamo la mancanza, ma anche delle prospettive future (progetti di ricerca di alto livello, dottorati, aumento di spazi e strumentazioni, potenziamento del personale), va sottolineato che, forse mai come ora, nel nostro Paese le istituzioni di Alta Formazione artistica e musicale stanno cercando di fare sistema.

Il 5 novembre scorso la Conferenza dei direttori è stata l’occasione per mettere in campo le linee di intervento che riguardano i vari domini di questi organi. Primo fra tutti il lavoro di supporto fattivo che c’è da portare avanti nel neocostituito Tavolo permanente Afam, che si occuperà di progettare e proporre una nuova normativa del comparto.

Una prospettiva che, come sottolinea il presidente Antonio Bisaccia, direttore dell’Accademia di Sassari, «serve a rifondare, nel senso etimologico del termine, l’organizzazione delle Afam nell’ottica di un’innovazione reale che toccherà tutti i temi cruciali: dalla ricerca alla governance, dai dottorati ai contratti di ricerca, dalla rimodulazione del reclutamento alla necessità della valutazione ecc. Lo strumento della legge-delega (su cui lavora il ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca Gaetano Manfredi) servirà a riordinare il sistema, che al momento rischia l’implosione, per superare le doglianze storiche che l’affliggono.

I primi segnali concreti sono la possibilità di partecipare ai Progetti di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale (Prin) e tutte le misure presenti nella bozza della legge di stabilità 2021 che il Governo ha mandato in Parlamento: ottimizzazione delle statizzazioni
(il processo di statalizzazione delle istituzioni artistiche e musicali storiche, Ndr), ampliamento dell’organico, creazione della figura del «tecnico di laboratorio», stabilizzazione del precariato con l’edizione della nuova graduatoria nazionale in arrivo in primavera, fino alla soluzione storica del problema dei docenti di seconda fascia che passeranno in prima con Dm successivo e alla soluzione di alcune criticità relative ai contratti co.co.co. nelle Afam.

Provvedimenti che si aspettavano da vent’anni. Anni difficili in cui le Accademie non sono state a guardare. L’Accademia di Sassari, ad esempio, ha potuto contare su fondi europei per sviluppare un progetto pluriennale, “Art Lab Net”, che è stato declinato nell’idea della cosiddetta “terza missione”. Ha poi acquisito spazi notevoli, come il museo Mas.edu (che ha ricevuto un mutuo da Miur per essere riqualificato) e l’Ex-Ma, ribattezzato Ex-mater, per il quale, invece si aspetta, insieme ad altre sette istituzioni, il finanziamento rimasto impigliato tra le problematiche del Covid. Insomma una nuova era sembra essere arrivata per queste istituzioni che hanno contribuito a fare grande l’immagine del nostro Paese nel mondo».

Valeria Tassinari, da Il Giornale dell'Arte numero 413, dicembre 2020

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