Francesco Manacorda racconta il «suo» Castello di Rivoli

Dopo gli otto anni di Carolyn Christov-Bakargiev, il neodirettore arriva da Londra per dirigere il museo che compie 40 anni: «Aspiro a un pubblico coinvolto, rilassato e “ricorrente”, che trovi continuamente motivi e occasioni per vivere il museo»

Francesco Manacorda, direttore del Castello di Rivoli. Foto Andrea Guermani
Alessandro Martini |  | Torino

Nell’anno in cui il Castello di Rivoli compie 40 anni (è stato inaugurato il 18 dicembre 1984), cambia la sua direzione, ora affidata a Francesco Manacorda dopo otto anni sotto la guida di Carolyn Christov-Bakargiev. «Ma il Castello continuerà a dedicarsi ai grandi maestri dell’Arte povera, così come è da sempre nella sua storia, e ancora recentemente con le grandi mostre dedicate a Giovanni Anselmo da poco scomparso e a Michelangelo Pistoletto, in corso fino al 25 febbraio. E, insieme, proseguirà nel suo lavoro di indagine e promozione attiva dell’arte più strettamente contemporanea, anche con giovani artisti, come abbiamo fatto con Renato Leotta», spiega la presidente Francesca Lavazza.

Manacorda, nato a Torino nel 1974 e direttore di Artissima nel 2010-12, arriva a Rivoli dopo anni di esperienza internazionale: prima alla direzione della Tate Liverpool (2012-17), poi dello spazio Ges 2 della V-A-C Foundation di Mosca (2017-22). «Ci ho tenuto ad aprire il mio mandato, alla presenza dei giornalisti, all'interno del museo, nelle sue sale: meravigliose e da me molto amate. Qui, mi piace raccontare non tanto il programma e le sue linee guida, ma i valori che sosterranno il mio mandato», spiega Manacorda.

Quali saranno i valori fondanti del suo mandato?
Inizio con un concetto per me importante: «incastonare» l’arte nella società civile, rendendola visibile, rilevante e significativa. Dare forza e valore all’arte, e abilitare il pubblico all’esperienza intellettuale ed emotiva di tale validazione. Mettere il pubblico in condizione di decodificare il mondo che ci circonda. E, ancora, amplificare la voce degli artisti e permettere loro di rappresentare i temi più urgenti, ma anche far dialogare civiltà lontane e arricchire il patrimonio artistico della sua comunità. L’arte ha la capacità di guardare il mondo in modo diverso, e il museo ha l’obbligo di mettere il pubblico nelle condizioni di compiere questo processo di comprensione.

Ma che cos’è l’arte, per Manacorda?
Deve essere prima di tutto accessibile al grande pubblico, parlando quindi di temi di interesse generale. Deve essere quindi trans-storica e trans-culturale. Dobbiamo quindi impegnarci a realizzare una programmazione e una didattica adatta al XXI secolo e alle sue aspettative ed esigenze.

Che cos’è il museo, oggi, e Rivoli in particolare?
È per metà attività culturali, per metà il suo pubblico. Certo che io intendo aumentare gradualmente il numero di visitatori, ma il mio primo obiettivo è riportare Rivoli nel cuore delle persone, capace di attrarre periodicamente e ripetutamente un pubblico diversificato. Odio l’idea di un museo d’arte contemporanea come luogo elitario, in cui serve possedere un dottorato di ricerca per sentirsi coinvolti e a proprio agio. Aspiro a un pubblico appassionato, coinvolto e rilassato. Un pubblico «ricorrente», che trovi continuamente motivi e occasioni per venire a visitare e a vivere il Castello. Il museo oggi deve essere non soltanto un luogo di dialogo, ma anche di incontro e potenzialmente di scontro. Questo diventa sempre più importante al giorno d’oggi, in cui il museo è chiamato a incorporare approcci, epistemologie e tradizioni differenti. Serve quindi aprire sempre di più il canone artistico a sistemi conoscitivi e artistici non occidentali.
Una veduta esterna del Castello di Rivoli. Foto Paolo Pellion di Persano
C’è poi l’educazione e la didattica.
Un museo non esiste se non assolve a questa funzione pedagogica, che non si limita alle attività del dipartimento educativo. Etimologicamente (educare significa «trarre fuori»), il museo deve portare le persone al di fuori dei suoi territori conosciuti, stimolando domande «giuste», sviluppando capacità critica. Tutto questo ricordando che la centralità del patrimonio in ogni politica culturale e museale. Se un museo non pensa alle generazioni successive non fa il suo lavoro. Dobbiamo lasciare alle generazioni future conoscenza. Mi piace ricordare il «principio della settima generazione», concetto proprio dei nativi americani, secondo cui un aspetto centrale di ogni azione, anche culturale, è l’impatto che questa produce sulle successive sette generazioni.

Come sarà il «suo» museo?
Gli aspetti generali sono certamente il coltivare la tradizione dell’Arte povera e lavorare sull’inserimento dell’arte italiana nel più vasto discorso internazionale, sulla base anche dell’equilibrio di genere (importantissimo e necessario) e secondo prospettive non occidentali. Solo così si possono espandere i territori dell’arte nota e praticata. Senza mai dimenticare le tracce del passato, compresi i grandi artisti che hanno lavorato a Torino e in Piemonte. Sul fronte della programmazione, intendo lavorare su velocità varie: in primis la collezione, che è forte, tutta da valorizzare e far conoscere sempre di più, e che può essere un confronto e uno stimolo straordinario per gli artisti di oggi, che inviteremo nel Castello. E poi i giovani, l’arte attuale. Mi piace l’idea di mostre «tango», che propongano un dialogo tra artisti famosi e figure meno note. Alla Tate Liverpool per la prima mostra del mio mandato di direttore ho affiancato un protagonista assoluto come Mondrian a un’artista meno conosciuta ma di grande qualità come l’indiana Nasreen Mohamedi (1937-90). Ho diverse idee e progetti, ma desidero prima condividerli con il mio team.

Nel dettaglio, che cosa prevede la programmazione del 2024?
La stagione si apre il 20 aprile con una mostra monografica di Rossella Biscotti (Molfetta, 1978), una degli artisti italiani che si è più affermata nel panorama internazionale, anche lavorando sui temi della storia e della memoria. Non ha mai avuto una monografica in un’istituzione italiana, e siamo molto contenti di confermare Rivoli come istituzione capace di «anticipare». Insieme, una mostra su Paolo Pellion di Persano («La semplice storia di un fotografo», a cura di Marcella Beccaria e Andrea Viliani), grande ritrattista fin dagli anni ’60 e molto legato al Castello, di cui ha documentato la vicenda recente. La mostra valorizzerà la donazione avvenuta nel 2023 al Crri, Centro di Ricerca Castello di Rivoli, da parte degli eredi dell’Archivio del fotografo, con oltre 44mila fotogrammi. In maggio, per «Exposed», il nuovo Festival Internazionale di Fotografia di Torino, lanciamo un progetto molto importante, insieme a Gam, Ogr e Fondazione Arte Moderna e Contemporanea Crt: «Espanded» (maggio-settembre), nei tre capitoli «With», «Without» e «I paesaggi dell’arte», nelle tre diverse sedi. In autunno sarà la volta di Gabriel Orozco (Messico, 1962), a cura di Marcella Beccaria, con la sua monumentale installazione «Shade Between Rings of Air» (2003), inizialmente realizzata in occasione della Biennale di Venezia del 2003 e ispirata al lavoro di Carlo Scarpa, l’opera entra a far parte delle Collezioni del Castello di Rivoli grazie a una generosa donazione dell’artista. È anche il segnale dell’amore e della fiducia che grandi artisti internazionali continuano a rivolgere a Rivoli.

Curerà direttamente qualche mostra?
La mia prima curatela, in concomitanza con l’inaugurazione di Artissima, sarà per Mutual Aid. Arte in collaborazione con la natura (fine ottobre-marzo 2025), in cui coinvolgerò artisti che sin dagli anni ’60 hanno lavorato sulla questione ecologica e sul nostro rapporto con l’ambiente, a cominciare da Giuseppe Penone. La mostra invita a riconsiderare la falsa divisione tra natura e cultura, coinvolgendo anche scienziati, biologi, designer e architetti.

Che cosa porta a Torino dalla sua lunga esperienza all’estero?
La cosa più importante è il network che mi sono creato nel corso degli anni: artisti, collezionisti, colleghi di musei. Un capitale umano, frutto di relazioni e delle conversazioni intessute negli anni soprattutto in Gran Bretagna, ma anche in Russia, sulla base di valori e interessi condivisi.

È ancora in contatto con il mondo artistico russo? Qual è la situazione al momento?
Sento ancora periodicamente i miei colleghi del Ges 2, che continuano a lavorare pur dovendo fare i salti mortali con risorse molto limitate. La struttura è aperta e la dirige Alisa Prudnikova, che si occupava della Biennale degli Urali nelle fabbriche in disuso, già responsabile dell’arte contemporanea fuori Mosca per il Ministero. Ma può operare al 20% delle sue possibilità. Il Ges 2 non può al momento accedere a nessun prestito dall’estero, quindi è al momento fuori dal contesto internazionale. E anche molti artisti russi non vogliono esporre nel proprio Paese, come gesto di protesta e autocensura. Insomma, non è certo una bella situazione.

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