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Frédéric Jousset mecenate nel terzo millennio

Il fondatore di Art Explora: «L’Europa non ha un problema di offerta d'arte, ma di domanda»

Frédéric Jousset. Foto François Roelants

Il primo premio europeo Art Explora «per favorire la condivisione delle arti e della cultura» viene attribuito il 3 dicembre, a Parigi. Si rivolge a tutti i musei d’Europa che hanno un progetto innovativo per conquistare nuovi pubblici, anche i più lontani, isolati o svantaggiati: bambini, anziani, giovani delle periferie, malati, detenuti o portatori di handicap... Le candidature si sono chiuse il 25 settembre con una grande partecipazione: gli organizzatori hanno ricevuto circa 350 progetti in arrivo da grandi istituzioni di 20 Paesi, come il British Museum di Londra e il MaXXI di Roma, il Van Gogh Museum di Amsterdam e il Prado di Madrid.

Una prima scrematura ha permesso di selezionare 23 progetti finalisti (per l’Italia soltanto la Fondazione Burri di Città di Castello), da cui poi la giuria internazionale, composta da 12 personalità del mondo della cultura (tra cui Sam Stourdzé, direttore di Villa Medici, la coreografa Blanca Li e l’architetto Jean-Michel Wilmotte), ha scelto i tre progetti vincitori. Al primo premio sono attribuiti 80mila euro, al secondo 50mila euro, al terzo 20mila.

Il premio nasce dalla collaborazione originale di un’istituzione secolare come l’Académie des Beaux-Arts, creata nel 1816, e una giovane fondazione, Art Explora, che ha per slogan una nota frase di Dostoevskij: «La bellezza salverà il mondo». Nel suo manifesto si legge: «La cultura liberamente vissuta è una passerella verso l’altro. Essa attenua le differenze. E allora non è più questione di genere, di ambiente sociale, di nazionalità, di religione; è solo questione di un incontro, con se stesso e con l’altro».

Il fondatore di Art Explora è Frédéric Jousset, 50 anni, imprenditore francese di successo (il cui patrimonio era stimato nel 2019 dal settimanale economico francese «Challenge» in 230 milioni di euro), ma anche mecenate e collezionista. Nel 2019, Jousset, che venti anni fa fu tra i fondatori di WebHelp, azienda leader nel settore del call center con un fatturato annuo di 1,5 miliardi di euro, ha deciso di mettere il suo fiuto per gli affari al servizio dell’arte e ha dunque creato Art Explora, una fondazione senza collezione, ma dotata di un capitale di 6 milioni di euro e di una dotazione annua di 2 milioni, con lo scopo di rendere l’arte accessibile ai più.

«La Fondazione nasce dal presupposto che, nel campo dell’arte, l’Europa non ha un problema di offerta, ma di domanda, spiega Jousset a «Il Giornale dell’Arte». In un Paese ricco di storia come l’Italia non si è mai troppo lontani da un monumento o da un museo. Neanche la Francia è un Paese sprovvisto di luoghi di interesse culturale, eppure, da dati del Ministero della Cultura, solo un francese su due visita ogni anno un museo o un sito culturale. La nostra missione è dunque di far entrare l’arte e la cultura nella vita del più grande numero di persone possibili, aiutando le istituzioni museali ad andare incontro al loro pubblico e ad acquisire nuovi pubblici.

La Fondazione
, aggiunge Jousset, ha un’ambizione universale ed è anche per questo motivo che non porta il mio nome. Intende essere un “moltiplicatore” di idee e tessere partenariati. Nel caso del premio europeo, si è associata all’Académie des Beaux-Arts, che mette a disposizione del progetto il suo nome, la sua serietà e un luogo magico come la “Coupole” dell’Institut de France, a Parigi, per la consegna dei premi, mentre noi forniamo il finanziamento e il team imprenditoriale. Nel giro di pochi mesi ci siamo fatti conoscere in tutta Europa.

La maggior parte dei progetti che abbiamo ricevuto si iscrivono nella nostra filosofia proponendo progetti nelle scuole, negli ospedali, nelle prigioni. Per esempio il Mucem, il Museo delle civiltà dell’Europa e del Mediterraneo di Marsiglia, ha proposto di mettere in funzione una navetta gratuita per andare a prendere i giovani delle periferie difficili e invogliarli a visitare il museo. Durante il viaggio viene offerta loro una mediazione personalizzata che prepara la visita in un’atmosfera amichevole.

Un altro bel progetto del Van Gogh Museum ha proposto di utilizzare la realtà virtuale per avvicinare gli anziani delle case di riposo all’opera di Van Gogh. Ci siamo accorti che spesso sono le innovazioni più semplici a essere anche le più efficaci. Ma soprattutto è stato un piacere constatare che i musei non sono indifferenti al problema e che anzi sanno di poter svolgere un  ruolo attivo nella vita sociale e come veicoli di conoscenza per le giovani generazioni. Che l’arte può davvero rendere la società più unita
».

Il premio europeo è solo una delle attività della Fondazione. Quali altri progetti avete in corso?

Finanziamo la prima retrospettiva di JR, il celebre artista e fotografo francese al crocevia tra arte e azione sociale, che apre questo mese alla Saatchi Gallery di Londra. Faremo anche delle azioni per i bambini delle scuole della periferia londinese, perché possano andare a visitare la mostra. Finanziamo poi il nuovo «museo mobile» del Centre Pompidou, il MuMo, un camion che, a partire dalla fine del 2021, percorrerà le strade di tutta la Francia, con tappe nelle cittadine e nelle periferie, facendo viaggiare 25 opere, scelte nella sua collezione. In un secondo tempo l’idea è di varcare i confini e, per tre mesi all’anno, far viaggiare il camion in Svizzera, in Belgio e, perché no, in Italia. Il 15 gennaio inauguriamo inoltre nel quartiere di Montmartre, a Parigi, una residenza per artisti in collaborazione con la Cité Internationale des Arts, con 10 atelier, circondati da uno splendido giardino. Le borse di studio, da tre a sei mesi, saranno consegnate a progetti di artisti, singoli o in duo con un ricercatore, selezionati in funzione della loro dimensione sociale e su temi dell’esplorazione scientifica e tecnologica. L’idea è di rompere con gli stereotipi legati all’immagine dell’arte élitaria e dell’artista isolato. Le candidature si sono chiuse il 6 novembre e abbiamo ricevuto oltre mille progetti da artisti di 60 Paesi.

A ottobre, in piena crisi sanitaria, ha lanciato anche un’altra struttura, ArtNova, un fondo di 100 milioni di euro.

Si tratta di un fondo «impact investing». Non ha missione filantropica. L’obiettivo è di raccogliere risorse investendo in aziende e progetti, ma solo a due condizioni. La prima è che nel business model sia previsto un investimento nel settore della cultura. Per  esempio abbiamo investito in Artsper.com, una piattaforma online che permette alle gallerie d’arte di dematerializzare i loro inventari, presentando le opere online, e di entrare in contatto con i potenziali acquirenti. Sono proposte solo opere a piccoli budget, tra mille e duemila euro. Il progetto rientra nella nostra visione di democratizzazione del mercato dell’arte, che in questo modo si apre ad acquirenti nuovi, persone che non avrebbero mai acquistato in galleria. La seconda condizione è che il 50% del valore aggiunto realizzato venga versato nel capitale permanente di Art Explora, per poter alimentare le casse della Fondazione e quindi finanziare le sue azioni filantropiche.

Come mai ha deciso di lasciare il suo posto di ceo di WebHelp per dedicarsi all’arte?

Se ho lasciato le funzioni operative, resto ancora azionista di WebHelp, un’azienda che in 20 anni è cresciuta molto. Oggi conta 55mila dipendenti ed è presente in 40 Paesi. So che è un lusso ma posso dire che ho raggiunto i miei obiettivi professionali e che sono fiero del percorso fatto finora. Ma sono anche fiducioso nel futuro e, a 50 anni, ho i mezzi, il tempo, l’energia e la volontà per affrontare nuove sfide. Bill Gates, a cui certo non mi paragono, ma che è per me un modello assoluto, ha lasciato Microsoft quando aveva la mia età. Intorno a me vedo un mondo che soffre e i mesi di lockdown forse hanno accelerato la presa di coscienza. Sulla mia scelta deve avere di sicuro contato anche la paternità. Avere una bimba di quattro anni ti fa riflettere su che tipo di mondo si vuole lasciare ai propri figli. Infine ritengo che per essere efficaci non si debbano svolgere due lavori allo stesso tempo.

Da diversi anni è «Grand Mécène» del Louvre. In che cosa consiste la sua collaborazione con il museo?

Un giorno, nel 2006, incontrai in modo del tutto casuale Henri Loyrette, il direttore-presidente del Louvre di quegli anni. Parlammo di mecenatismo. All’epoca ancora mi dicevo: ma perché il Louvre, il museo più grande del mondo, avrebbe bisogno anche dei soldi dei mecenati privati? Invece Loyrette mi mostrò una serie di progetti «hors les murs» che restavano nel cassetto per mancanza di soldi. Mi parlò di conferenze di Storia dell’arte nelle prigioni e negli ospedali, di scavi archeologici in Sudan sospesi da anni, di collezioni di libri d’arte per i bambini. Avevo 35 anni e la mia azienda già funzionava molto bene. Allora decisi di impegnarmi. L’ultimo finanziamento che ho fatto in favore del Louvre è stato di un milione di euro. Di questi, 800mila euro sono stati utilizzati per la realizzazione di un’opera cinetica dell’artista venezuelano Elias Crespin, «L’Onde du Midi», che è installata in modo permanente nel museo da inizio 2020. Gli altri 200mila euro sono stati destinati al rinnovamento del sito internet del museo.

È lei stesso collezionista d’arte. Quali artisti colleziona?

Anche se acquisto opere d’arte regolarmente, non mi posso definire un collezionista. Per me il collezionismo, quello vero, implica la nozione di ricerca e di esaustività della collezione. Io acquisto soprattutto in funzione delle circostanze, sulla scia degli incontri. E ho un limite: le pareti di casa! Colleziono solo artisti contemporanei ancora vivi, non per motivi speculativi e sicuramente non perché considero l’arte contemporanea superiore. Per me non ci sono gerarchie nell’arte. Ma perché le opere contemporanee mi parlano del mondo in cui vivo e mi riconosco di più in loro. Do molta importanza al colore. Tra gli ultimi acquisti ci sono opere dell’artista afroamericano Rashid Johnson, dello statunitense Sterling Ruby, del thailandese Korakrit Arunanondchai e dello spagnolo Secundino Hernández.

Nel 2016 ha acquistato per 5 milioni di euro da Thierry Taittinger il mensile «Beaux-Arts Magazine». È importante per lei essere presente anche nell’editoria?

A dire è il vero è stato un «coup de coeur». Non avevo previsto di acquistare la rivista. Il proprietario dell’epoca aveva a cuore che la testata fosse nelle mani di qualcuno che, oltre al progetto imprenditoriale, portasse in sé il Dna della cultura. E io corrispondevo a questo profilo. All’epoca «Beaux-Arts» esisteva solo in formato cartaceo, non proponeva servizi aggiuntivi e non aveva ancora realizzato la sua rivoluzione digitale. Ho capito subito le forti potenzialità del marchio, legato alla sua notorietà. La visita della redazione, diretta da Fabrice Bousteau, mi ha definitivamente conquistato. Ci siamo rimboccati le maniche. A differenza di tante testate che, durante le crisi, tagliano nella redazione e nell’impaginato, noi abbiamo fatto l’esatto opposto. Abbiamo rinnovato la grafica, arricchito i contenuti. Oggi il giornale è più spesso e lussuoso e attira nuove pubblicità. Le vendite sono cresciute. Abbiamo implementato il sito e la presenza sui social e lanciato diversi servizi a beneficio di professionisti del mondo della cultura e dei privati. Per esempio abbiamo creato una società di consulenza con conferenze nei musei o nelle aziende.

Nel 2018 lei ha contribuito a lanciare il Pass Culture, per i giovani di 18 anni. A ottobre 2020 il budget del progetto contava 50 milioni di euro, e gli iscritti erano 100mila giovani. Quale bilancio fa di questa esperienza?
Preciso che ora non ho più nessun ruolo operativo perché ho lasciato il Comitato strategico più di un anno fa. Nel 2018 il Governo mi ha chiesto di apportare una logica imprenditoriale al progetto: avevano bisogno di elaborare dei percorsi in termini di tecnologia, metodi di rimborso e finanziamento. Sono contento sia andato a buon fine. Per la prima volta il Ministero della Cultura è entrato in una logica di fondazione, interessandosi cioè non all’operatore ma al pubblico, e sovvenzionando non l’offerta, ma la domanda. E per la prima volta ha messo sullo stesso piano pubblico e privato: non conta cioè se il giovane va in un teatro pubblico o privato, conta che vada a teatro per la prima volta. È una vera rivoluzione nella cultura pubblica francese.

Luana De Micco, da Il Giornale dell'Arte numero 413, dicembre 2020

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