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Mostre

Foto/Industria: fra progresso e futuro

10 mostre ospitate in alcuni degli spazi più suggestivi del centro storico del capoluogo emiliano

«4.5.1», di Matthieu Gafsou (particolare). © Matthieu Gafsou / Galerie C / MAPS

Bologna. Fino al 24 novembre i riflettori sono puntati su Foto/Industria, un appuntamento dedicato alla fotografia industriale promosso da Fondazione Mast. Sotto la direzione artistica di Francesco Zanot, la quarta edizione della biennale si compone di 10 mostre, ospitate in alcuni degli spazi più suggestivi del centro storico, articolate attorno al tema «Tecnosfera: L’uomo e il costruire». Il termine è stato coniato nel 2003 dal geologo Peter Haff per indicare quell'insieme di industrie, infrastrutture, reti energetiche e sistemi di comunicazione con il quale abbiamo appesantito il pianeta di più di 30 miliardi di miliardi di tonnellate, cifra destinata ad aumentare a un ritmo sempre più vertiginoso.

Quale miglior linguaggio, se non la fotografia, per raccontare i cambiamenti del mondo sotto la spinta dei bisogni della civiltà occidentale? Lo vediamo nelle immagini realizzate a cavallo degli anni Trenta da Albert Renger-Patzsch nella regione mineraria della Ruhr tedesca, ma anche in quelle contemporanee di Delio Jasse, giovane autore angolano che a Luanda, capitale dell’Angola, ha dedicato un intenso progetto in cui rivela le tante reminiscenze coloniali che ancora bloccano il paese.

Nonostante l’approccio curatoriale sia indubbiamente attento alle conseguenze del progresso incontrollato, nelle mostre degli autori del passato si avverte una maggiore positività. Dalle immagini realizzate da André Kertèsz negli stabilimenti della fabbrica di pneumatici Firestone, ad esempio, emerge l’entusiasmo per l’interazione fra uomo e macchina. Protagonisti di imprese altrettanto epiche sono i lavoratori del porto di Genova e dell’Italsider ritratti da Lisetta Carmi nel 1964.

In buona parte inedite, le immagini realizzate da Luigi Ghirri per aziende come Ferrari, Costa Crociere, Bulgari e Marazzi, costituiscono una parte interessante della produzione dell’artista emiliano in grado di enfatizzare la bellezza del nostro design. Tutti nati da commissioni, questi progetti sottolineano con entusiasmo la capacità dell’uomo di plasmare la materia e l’ambiente a nostro beneficio, atteggiamento tipico di un periodo storico in cui ancora la questione ecologica era percepita come secondaria. Molto diversa è la visione degli autori contemporanei, decisamente più orientati sulla pressante necessità di pensare a un nuovo modello di sviluppo sostenibile.

I rifiuti trasformati nelle immagini di Yosuke Bandai; il decadimento dell’Olympiastadion di Berlino nelle simulazioni digitali di David Claerbout; i macchinari e le tubature nascoste nei fondali marini che ci rivela Armin Linke; i «miracoli» e i paradossi del transumanesimo indagato da Matthieu Gafsou; e, infine, la città spettrale del video di Stephanie Syjuco. Sono tutte situazioni emblematiche di questa contemporaneità che, come mai prima d’ora, avverte la paura di trovarsi su un treno lanciato in una folle corsa. A queste mostre si aggiunge «Anthropocene», spettacolare progetto di Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier, ospitato nella Gallery del Mast fino al 5 gennaio.

Monica Poggi, edizione online, 4 novembre 2019


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