Firenze diventò la Damasco della sua vita

Detlef Heikamp ricorda Kirsten Aschengreen Piacenti

Detlef Heikamp |  | Firenze

Cristina Aschengreen Piacenti era nata a Madras. Suo padre, grande stratega economico e amministrativo, dopo aver lavorato in Cina si era trasferito in India, dove Cristina trascorse i primi anni della sua fanciullezza. Educata trilingue – danese, la lingua madre; inglese e tedesco – aveva studiato storia dell’arte a Londra al Courtauld Institute. Dopo la tesi di laurea sul pittore olandese Cornelis van Poelenburg, artista che dipinse quadri di piccolo formato e paesaggi di poesia arcadica con scene mitologiche, Cristina aveva fatto un viaggio in Italia e a Milano aveva incontrato Franco Piacenti, che sarebbe diventato professore ordinario di chimica prima a Pisa, poi a Firenze. Si erano sposati e Cristina aveva scelto l’Italia come sua nuova patria, ammirandola sempre di più, come capita a tanti che, provenendo dalle brume del Settentrione, si stabiliscono nella Penisola. Cristina era alta, bionda: le sue origini nordiche erano chiare; anche dopo aver imparato l’italiano, non perse mai il suo simpatico accento straniero.

Ci siamo conosciuti quando lei era appena arrivata a Firenze e siamo diventati amici di una vita. Nei primi anni viveva a Pisa, dove insegnava il marito, e ogni mattina prendeva il treno per Firenze, finché Franco non vinse una cattedra all’Ateneo fiorentino, e allora comprarono una casa colonica a Reggello, che ristrutturarono senza cancellare le tracce della sua destinazione d’uso precedente, quando era casa di mezzadri dalla vita semplice e dura, come era quella dei contadini di un tempo.

Le stanze avevano i soffitti bassi ed erano arredate con sobrio gusto borghese, ma non vi era traccia di quello «stile rustico» che allora era di moda nelle case di chi abitava in campagna. C’era qualche accento di splendore: una serie di piatti cinesi di porcellana del Settecento «famille rose», xilografie giapponesi dell’Ottocento, qualche bronzo indiano e qualche quadro danese Biedermeier: eredità dei genitori di Cristina. In quella casa i Piacenti invitavano i tanti amici fiorentini e Franco cominciò a occuparsi della conservazione del marmo e della pietra serena quando sono esposti all’aperto: così, oltre che in matrimonio furono uniti anche nei loro interessi di studiosi.

All’Istituto germanico Cristina incontrò Ulrich Middeldorf, che le presentò Ugo Procacci, un vero e proprio talent scout che intuì subito le capacità di questa giovane nordica. Procacci le offrì un posto di assistente al Museo degli Argenti, oggi giustamente rinominato «Tesoro dei Medici». Come prima tra Pisa e Firenze, ora la sua vita era divisa fra la reggia di Pitti e la modesta casa di campagna. Il museo si presentava ancora nel suo aspetto ottocentesco: la sala di Giovanni da San Giovanni, per esempio, era sovraccarica di vetrine neorinascimentali riccamente scolpite in legno di noce e gremite di porcellana europea e asiatica, di oreficeria e di pietre dure: un disordinato accumulo da Wunderkammer, una pletora di oggetti che provenivano dalla frettolosa divisione del patrimonio d’arte mediceo e lorenese nell’Ottocento, rimasto poi intatto e polveroso per decenni. Cristina non si fece scoraggiare da questa giungla e cercò di aprirsi un varco in questo materiale sconfinato e affascinante.

Capì subito che la sua carriera e il suo ruolo nella storia museale fiorentina e italiana avrebbe potuto svolgersi qui. Così cominciò a studiare gli avori, un materiale a lei già in parte familiare grazie alle collezioni del castello di Rosenborg a Copenaghen. Studiò gli inventari medicei e le carte rimaste delle botteghe di corte, adesso riunite nella cosiddetta Guardaroba dell’Archivio di Stato di Firenze. Le si aprì un mondo: riuscì a fare importanti scoperte e attribuzioni e a chiarire quasi senza lacune la storia della collezione medicea di avori. Anche il mobilio del palazzo, che fino ad allora era sembrato un arredo piuttosto anonimo a dispetto dei capolavori di ebanisteria che conteneva, divenne oggetto dei suoi studi.

Insomma, Cristina capì che anche le arti applicate, come i quadri e le sculture, si possono studiare attraverso le carte d’archivio. Dall’Ottocento in poi gli esperti di arti applicate erano i grandi antiquari italiani, come Stefano Bardini, che superava tutti nel suo mestiere. La storia dell’arte italiana, che fino ad allora si era preoccupata soprattutto di esplorare la pittura e la scultura, cominciò finalmente a guardare alle arti applicate. Era un fenomeno nell’aria e Cristina cominciò la sua attività proprio durante questa svolta. Oggi l’opera iniziata da Cristina trova una grande eco non solo a Firenze e in Italia ma anche in Olanda, Austria e Germania e tra gli studiosi nel resto del mondo.

Da buona danese, Cristina conosceva la vita di una monarchia che ha la reggia ancora abitata dal re e dalla corte; sotto questa luce aveva visto anche lo splendore dei palazzi reali inglesi, il castello di Windsor, con i suoi tesori. Era affascinata da questo mondo e vedeva palazzo Pitti in questa prospettiva: sotto sotto era convinta che il funzionario della Soprintendenza non deve agire come tale ma come un principe, deve cioè liberarsi di ogni traccia del tran tran burocratico, delle limitate prospettive del borghese, e deve invece agire da principe, facendo rivivere direttamente il fasto principesco e facendolo anche capire al visitatore del museo. In questo senso il carattere delle sale di palazzo Pitti non è quello di un museo ma di una reggia abitata dai granduchi che, come ci ricorda il Vasari, sono come semidei. Questa visione fu realizzata da Cristina coinvolgendo tutti i musei di Firenze e ricostituendo gli appartamenti reali secondo le precise descrizioni dell’inventario sabaudo del palazzo del 1911. Infatti chi visita oggi gli appartamenti sembra per magia trasportato in un mondo di più di cento anni fa.

Negli anni Cinquanta palazzo Pitti era divenuto la prestigiosa cornice della moda italiana, di cui ospitava le sfilate. Cristina, dal canto suo, inventò il Museo del Costume come sfondo storico di questa nuova attività, celebrando così l’arte dei sarti italiani attraverso i secoli. A quel tempo il mercato antiquario offriva ancora vestiti del Sette o Ottocento a prezzi più che accessibili, perché era un settore poco seguito dai collezionisti. Inoltre le famiglie aristocratiche fiorentine conservavano ancora gli abiti nuziali e da ballo dei nonni, come anche i costumi storici per l’inaugurazione della nuova facciata del Duomo. Cristina riuscì a convincere molti a regalare queste cose che giacevano dimenticate negli armadi e nelle cassapanche ed erano conservate al massimo in letti di canfora e naftalina. E poi arrivarono anche i grandi regali dei costumisti del teatro e del cinema, che possedevano a loro volta costumi del Settecento perché costavano meno che realizzarli ex novo.

Ancora, Cristina istituì palazzo Pitti il deposito degli arazzi, che prima erano nei corridoi degli Uffizi e nella galleria dell’Accademia esposti al sole e in sale affollate. Organizzò a palazzo Pitti il Museo degli Arazzi in modo che i tessuti venissero in mostra a turno per pochi mesi. E altresì propose un nuovo Museo delle carrozze, che si spera possa vedere la luce nei prossimi anni. L’istituzione del Museo delle Porcellane in un Casino del giardino di Boboli le permise di sfoltire le sale del tesoro e di mettere in luce questo campionario delle manifatture europee per le quali fece pubblicare cataloghi dai massimi specialisti.
Il Museo degli Argenti venne ampliato con i mezzanini del palazzo.

La nuova, cristallina organizzazione del museo fu per provenienza e materia (già nel catalogo del 1968 si accenna al progetto di questo nuovo allestimento). Cristina fu direttrice del museo dal 1974. Andò in pensione ventidue anni dopo e diresse successivamente il Museo Stibbert. Frederick Stibbert era erede di un notevole patrimonio acquisito dal nonno in India; era considerato un giovane perdigiorno, e invece si rivelò un geniale speculatore riuscendo ad aumentare il patrimonio di famiglia. Diventò un maniacale collezionista su scala globale e alla sua morte lasciò il suo museo privato alla città di Firenze.

E anche qui Cristina portò il rinnovamento: fece restaurare il giardino, il tempietto egizio, gli interni dell’edificio e anche in questo caso sono ancora da realizzare altri suoi progetti. Raggiunta l’età di 83 anni lasciò lo Stibbert; si era già associata in precedenza al gruppo di cittadini di Reggello che cercavano di salvare, a poca distanza da casa sua, il castello di Sammezzano, una apparizione islamica sui colli toscani, con ricchi stucchi modellati da artigiani arabi fatti venire appositamente in questa remota campagna.

Oltre a far rivivere il fasto principesco del passato, Cristina ha sempre atteso alla realtà principesca di oggi, e in segreto riteneva questo uno fra i più grandi successi della sua attività. Nel 1994 celebrò il viaggio di Federico IV di Danimarca a Firenze durante il suo Grand Tour con la mostra Tesori Reali di Danimarca, in cui vennero ricostruite attraverso i documenti le festività in onore del monarca. La Regina di Danimarca, Margherita II, era presente all’inaugurazione della mostra. Cristina fu invitata a partecipare alla catalogazione dei gioielli della corona inglese e fu nominata Lieutenant of the Victorian Order (Lvo), in una sontuosa cerimonia nella quale si dispiegò il fasto delle centenarie tradizioni della corte britannica.

Il percorso di vita professionale di Cristina ha attraversato realtà completamente diverse l’una dall’altra. Sembra un racconto quasi surreale, certamente romantico. L’enigma della sua vita, di una donna di gran classe, estremamente distinta, in apparenza fredda, in realtà animata da ardenti passioni, nascondeva il dono di poter convincere gli altri ad assecondare i suoi progetti, così logici che non si osava dirle di no. Sarebbe da raccontare molto di più sulla sua vita, sulle sue attività poliedriche, su cosa fece durante l’alluvione del 1966 e in occasione dell’ esplosione a palazzo Pitti del 1984, eventi in cui si trovò sempre coinvolta in primo piano: nelle gioie e nelle tragedie, Firenze era ormai diventata la Damasco della sua vita.

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