Fede Galizia «amazzone della pittura»: top Sotheby’s da 1,8 milioni

I valori delle nature morte «silenti» della pittrice, opere metafisiche del ’600 che anticipano Morandi, sono ormai ultramilionari

«Alzata di cristallo con pesche e mele cotogne sparse» di Fede Galizia, venduta da Sotheby’s nel 2019 a 1.751.090 euro
Filippo Maria Ferro |

Differente dall’esistenza, sempre sull’orlo del dramma, di Artemisia Gentileschi, la vicenda di Fede Galizia (1578-1630) si declina in un ambito isolato, strettamente privato. Fede è un’eroina silente, come la sua pittura, le sue scelte rimangono tutte interiori. Giunge con il padre Nunzio, miniatore, nella Milano borromea e subito si fa notare per il talento. Vive in rapporto con artisti e intellettuali. Posano per lei Federico Zuccari, Paolo Morigia, Ludovico Settala, e ancora i notabili di Spagna e le loro famiglie. Complice dei loro sentimenti e segreti, si compiace di ritrarre le dame di rango, e le abbiglia alla moda con monili e stoffe pregiati. Vi è poi un angolo, nello studio di posa, che difende con gelosia, dove contempla in solitudine gli effetti di luce su «cose di natura» che assembla con attenzione, studiandone con acume analitico la disposizione. Un modo di procedere che anticipa, di diversi secoli, quello di Giorgio Morandi.

Pochi sono gli oggetti a cui ricorre: eleganti maioliche di Faenza, alzate di terso cristallo, fruttiere metalliche finemente niellate. I frutti sono quelli che le stagioni, nel loro variare, offrono: persici, ciliegie, grappoli d’uva, fichi, meloni, pere, mele cotogne, castagne. Si afferma così quale pittrice celeberrima di «nature morte». Il suo studiolo sembra annunciare l’intuizione di Virginia WoolfA woman must have money and a room of her own»), è uno spazio geloso, «tutto per sé», dove lo sguardo della pittrice si posa sui frutti, penetrante, atto a cogliere ogni momento della vita silente, a catturarne il segreto, a meditare sulla vanitas della bellezza e della perfezione. Nascono così nature morte, anzi «vive», mirabili, che sanno catturare l’anima delle stagioni, il loro dolce variare, e si offrono quali riferimenti portanti per essere «visioni del mondo». Fede sa cogliere l’essenza della vita, quando dei frutti esplora il tarlo sottile, il lume interiore e perturbante che pure li anima: registra i punti neri delle pere, le rughe dei persici, le grinze delle mele, le imperfezioni di superficie troppo odorose e per questo già corrotte, preda di insetti che le suggono.

Sodale di Panfilo Nuvolone e attenta in gioventù alla lenticolare maestria del Figino e all’estrosa fantasia di Arcimboldo, Fede è poi certo stregata dalla «Canestra» di Caravaggio acquisita dal cardinal Federico Borromeo per l’Ambrosiana. Siamo nel primo decennio del Seicento, e spetta alla sua sensibilità squisitamente femminile aprire a uno sguardo insieme di estremo realismo e di astrazione metafisica che sarà proprio dei grandi maestri del genere, da Chardin a Cézanne, a Morandi. Queste nature morte hanno da sempre affascinato i collezionisti e tuttavia la predilezione per la loro eccellenza si è andata rafforzando nell’ammirazione, a partire dagli anni Novanta del Novecento, per la sua figura di donna. Una consonanza esplosiva in termini economici.

Negli ultimi anni le sue tavolette incantate, meravigliose, sempre apprezzate dal mercato, sono salite alle stelle in asta: «Canestro di ceramica con pesche» (Sotheby’s, 6 luglio 2006) ha fatto registrare 865.560 euro; sino a toccare vertici che rappresentano autentici record: «Ceramica con grappoli d’uva, pere castagne e melograno sparsi» (Sotheby’s, 1 febbraio 2018) venduta per 1.360.683 euro, cifre confermate da «Alzata di cristallo con pesche e mele cotogne sparse» (Sotheby’s, 30 gennaio 2019), passata di mano per 1.751.090 euro e dalla variante della medesima composizione dove al posto della locusta spicca un fiore di gelsomino (Sotheby’s, 8 luglio 2015), battuta per 1.834.300 euro. Ci sembra di poter concludere che le quotazioni delle nature morte restano alte e stabili, almeno per le tavolette di qualità eccezionale, genere nel quale Fede non ha rivali.

Lo sguardo inedito volto a esplorare l’essenza delle «cose» impronta in parallelo i suoi bellissimi ritratti, dove traspare, è Alessandro Morandotti a notarlo, l’improvvisa empatia che si stabilisce con il ritrattato e permette di «raffigurare la personalità e non la persona». Incantevole e premiato dal mercato è il doppio ritratto su rame del giureconsulto Menocchio e della moglie (Sotheby’s, 30 gennaio 2019, 131.331 euro). Alla sensibilità rabdomantica per i «naturalia» e per i «volti» si abbina tuttavia l’anima della «femme forte»: Fede sa lottare per la sua identità di donna, autentica «amazzone della pittura», come rivela la Giuditta del 1596: l’eroina è elegante e «overdressed», eppure ha compiuto giustizia implacabile sul condottiero tiranno dopo averlo sedotto, ancora impugna la lama ricurva con cui l’ha decollato e su cui sigla la firma. È una donna che sa proclamare i suoi diritti e mostrare il coraggio adatto per conseguire una piena e rivoluzionaria maturità di ideali.

Nel 2019 è comparsa sul mercato londinese una deliziosa tavoletta giovanile, raffigurante «Giuditta» affiancata dalla vecchia nutrice sbigottita e con gli occhi sbarrati nel contemplare la crudeltà, aggiudicata da Christie’s l’1 maggio 2019 per 53.371 euro e subito emigrata negli Stati Uniti. Del tutto recentemente è poi comparsa un’altra inedita Giuditta su tela di formato più grande (127x95,5 cm) firmata con il sangue che gronda dalla testa mozzata di Oloferne mentre viene riposta nel sacco. Un dettaglio: mentre lascia la «scellerata stanza» dell’oltraggio e del delitto, Giuditta è accompagnata non dalla vecchia nutrice bensì da una ragazza risoluta, fiera della forza d’animo della padrona (e sarà così anche nell’intuizione di Artemisia Gentileschi): Ann Sutherland Harris e Linda Nochlin, e con loro Mary Garrard, sarebbero entusiaste nel veder dichiarata un’audace sorellanza femminista.

In ogni modo, in questo caso, Fede ben si confronta con la generazione coeva di pittori inquieti e passionali, quali il Cerano, il Procaccini, il Morazzone, quelli che Giovanni Testori ha definito felicemente «pestanti». L’opera è stata aggiudicata nel maggio 2023 presso Dorotheum a Vienna per 480mila euro. E, con la consueta lungimiranza che avverte il polso del mercato e l’abbina con naturalezza alla militanza critica, Robilant+Voena l’ha esposta presto a New York nella mostra «Ahead of her Time», aperta fino al 10 febbraio. Forse sarà questa Giuditta il dipinto destinato a divenire il «top lot» di Fede? Staremo a vedere.

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