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Falsari sotto la lente d'ingrandimento

Il critico e giornalista Harry Bellet ripercorre in un volume le vite e le truffe dei più grandi falsificatori d'arte

Uno dei più celebri falsari contemporanei, Wolfgang Beltracchi, a Venezia

Harry Bellet ripercorre le vite e le truffe dei più grandi falsari, tanto geniali da rendere le loro rocambolesche vicissitudini sconcertanti e al contempo di grande fascino. Le pagine scorrono veloci suscitando nel lettore una certa simpatia per queste figure e per le loro iniziative. Non certo per le vittime.

Prestigiosi musei, storiche gallerie, facoltosi collezionisti e soprattutto generazioni di esperti e storici dell’arte sono stati messi in ridicolo, cadendo nei loro tranelli; lo stesso Bellet ci è cascato con una falsa scultura di Gauguin. Un mestiere, quello del falsario, tra i più antichi del mondo: ve ne sono esempi noti già in Grecia a danno dei collezionisti romani, poi nel Medioevo con le false reliquie e nel Rinascimento per continuare con assiduità fino ad oggi.

Bellet incentra i suoi racconti nel XX secolo. Il primo caso è quello della tiara di Saitaferne, realizzata a Odessa da un artigiano e poi rivenduta da un mercante al Louvre. Più noto è il caso di Van Meegeren, così bravo da ingannare Hermann Göring vendendogli un finto Vermeer. Il suo segreto? Cuocere le tele a 105 gradi per due ore. Tra i truffatori è ricordato Eric Hebborn che produsse più di mille disegni ispirati al Rinascimento, utilizzando una tecnica (quasi) perfetta.

Più di 200 dipinti falsi sono quelli venduti da John Myatt e John Drewe: il primo produceva i falsi, mentre il complice manometteva fondi archivistici, inquinandoli con documenti utili a rilasciare certificati di autenticità. Altrettanto quello di Wolfgang Beltracchi, che fece tesoro di tutti gli insegnamenti di chi lo precedette. Talmente ammirato da divenire eroe: oggi c’è la lista di attesa per avere una sua opera, autenticamente falsa.

Se, tuttavia, si pensa che l'unica motivazione di questi autori sia il denaro, si sbaglia. I falsari spesso si considerano artisti mancati, dunque spinti dall’ambizione di beffare il sistema, il mercato e i tronfi critici d’arte. I quali, smaniosi di riscoprire un dipinto disperso, ma citato in qualche catalogo ragionato, fanno da facile esca ai criminali. I pittori dipingono la natura, mentre i falsari dipingono opere d’arte, quelle che tutti cercano e che sognano di vedere.

Gli effetti di queste truffe sono spesso drammatici: pagine di storia dell’arte fondate su false informazioni, carriere rovinate da imbarazzanti expertise, gallerie indebitate destinate a chiudere i battenti. Fortunatamente, anche qualche anno di carcere per i furbastri tipo Arsenio Lupin. L’autore conclude il volume con un affabile manuale dedicato all’apprendista falsario: un elenco dei principi fondamentali da seguire, tra cui la scelta del pittore da copiare e l’importanza di non attribuirgli l’opera, lasciando dunque l’onere e l’onore ai critici, da anni alla ricerca proprio di quel dipinto presunto perduto.

Emergono due verità: il perfetto falsario, genio ed eroe, come sovente è presentato nelle memorie, non esiste; tuttavia le sue opere, quelle ben realizzate, si trovano ovunque, ancora appese a delle pareti.

Falsari illustri, di Harry Bellet, traduzione di Eileen Romano, 128 pp., Skira, Milano 2019, € 19,00

Carlotta Venegoni, da Il Giornale dell'Arte numero 398, giugno 2019


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