Esclusiva. Chi ha dipinto il banchetto sacrilego nel Palazzo del Governo Vecchio a Roma?

Una straordinaria scoperta del restauratore Antonio Forcellino potrebbe aprire nuovi orizzonti per la storia dell’arte a Roma nel Quattrocento

Una veduta d’insieme del grande affresco monocromo del «Banchetto di Baldassarre» scoperto da Antonio Forcellino sulle pareti di Palazzo Nardini a Roma. Foto Maurizio Necci
Arabella Cifani |  | Roma

È di queste ultime settimane la scoperta, da parte del restauratore Antonio Forcellino, di un ciclo di eccezionali affreschi quattrocenteschi siti in uno dei più importanti palazzi romani rinascimentali: Palazzo Nardini, anche noto come Palazzo del Governo Vecchio. Si tratta di uno dei pochi edifici superstiti del primo Rinascimento romano. Fu fatto edificare dal cardinale Stefano Nardini, arcivescovo di Milano, durante gli anni Settanta del Quattrocento incorporando alcuni edifici preesistenti. Si sviluppa intorno a un elegante cortile porticato con loggia ed è ancora dotato di un monumentale portale marmoreo con stemma del cardinale.

Acquistata l’area nel 1472, il palazzo fu costruito nell’imminenza del giubileo del 1475. Si sviluppava, a due passi da piazza Navona, lungo la cosiddetta via Recta o via Papalis, la via principale di Roma. Nel 1480 il palazzo era già abitato dal cardinale Nardini, che nel 1484 al conclave sfiorò l’elezione a papa. Gli fu però preferito Giovanni Battista Cybo (Innocenzo VIII) e il cardinale morì poco dopo: il 22 ottobre 1484. Uomo singolare, transitato dalla carriera militare a quella ecclesiastica (fu capitano di ventura sotto le bandiere di Francesco Sforza), Nardini fu coltissimo umanista e raffinato committente d’arte (basti ricordare lo splendido paliotto fiammingo con gli episodi della Passione, da lui donato al Duomo di Milano, su cui compare anche il suo ritratto).

Poiché in occasione dell’intervento in somma urgenza che ha interessato Palazzo Nardini nel 2006 erano stati ritrovati già alcuni mediocri affreschi tardogotici con lo stemma del cardinale (forse a quel tempo ancora solo vescovo), si riteneva che il religioso fosse culturalmente ancora legato ad ambienti artistici attardati nelle ultime propaggini del Medioevo. La scoperta di Forcellino cambia completamente le carte in tavola aprendo nuovi orizzonti per l’arte romana del secondo Quattrocento. Lo abbiamo intervistato per avere da lui, in diretta ed esclusiva anteprima, notizie circa questo ritrovamento.
Antonio Forcellino al lavoro sulle pareti di Palazzo Nardini a Roma. Foto Maurizio Necci
Professor Forcellino, quando ha iniziato a lavorare a Palazzo Nardini?
A seguito di una proficua collaborazione con la medesima committenza risalente al 2006, relativa al raffaellesco Palazzo Alberini, ho lavorato per oltre due anni per preparare il progetto del restauro complessivo di questo edificio, con gli architetti Marina Cristiani e Isabella Diotallevi. In quella fase mi sono reso conto che il palazzo doveva avere in serbo ancora segreti e sorprese. Era però in pessime condizioni per via dei molti rimaneggiamenti che vi si sono succeduti. Fu infatti in parte residenza, poi collegio (il Collegio Nardini voluto dal cardinale) e, tra il 1624 e il 1755, sede del Governatorato di Roma. Fu poi proprietà di vari enti ecclesiastici fino al 1870, quando il Vespasiani vi intervenne pesantemente per farne la sede della Pretura del Regno d’Italia, che non ne curò molto la conservazione.

Com’è riuscito a trovare gli affreschi?
Era già stato avviato il restauro: un lavoro complesso che si avvale della collaborazione e della sorveglianza della Soprintendenza speciale di Roma diretta da Daniela Porro, seguito dai funzionari Ilaria del Sere, Oliva Muratore, Maurizio Castellani e Maria Milazzi, con un progetto a cui hanno collaborato Pietro Fenici e Maurizio Mele, e i restauratori Maria Alessandra Risolo e Manuela Micangeli. Avendo potuto curare io stesso il progetto, completamente assecondato dalla committenza, ho deciso che tutto quello che c’era ancora di antico andava sfogliato come una cipolla per giungere all’intonaco originale. Mi sono messo al lavoro e sotto spessi strati di volgari ridipinture sono cominciati a emergere lacerti di affreschi monocromi dipinti con una tonalità verdina (una terra verde). Erano frammenti di altissima qualità pittorica e mi hanno molto impressionato. La tecnica è molto originale tanto che ho pensato prima a un pittore fiammingo. Poi è emersa la figura di un re con corona e manto che pareva prossimo alla bottega fiorentina del Verrocchio. In un primo tempo ho ritenuto potesse essere un re magio e di conseguenza la scena una Natività. Il verde si è arricchito a poco a poco di segni neri tirati con tratti affilati fino all’inverosimile, ricavati da pennelli sottilissimi, ideali per tratteggiare con una prodigiosa abilità manuale la cascata di capelli ondulati che andava emergendo sulla parete. Dopo i primi giorni di lavoro è stato chiaro che ci trovavamo di fronte a un’opera d’arte di qualità superba per la sicurezza delle pennellate con le quali veniva tratteggiato il disegno, ma anche molto originale per la sua tecnica: una pittura monocroma realizzata con la terra verde e pochi altri pigmenti, simile a un immenso disegno lumeggiato sulla base preparatoria verde, dove però erano sapientemente applicate velature trasparenti violacee per definire le ombre e i mezzi toni, e dare profondità alle figure.
Un particolare del grande affresco monocromo del «Banchetto di Baldassarre» scoperto da Antonio Forcellino. Foto Maurizio Necci
Ha
riconosciuto subito il soggetto?
No, non era semplice. Nei mesi successivi, proseguendo nell’opera di descialbo, è apparsa una tavola a cui sedevano personaggi, apparentemente commensali del re, che era a capotavola, intenti a banchettare con i visi atteggiati a una solenne malinconia e le teste coperte da fantasiosi copricapi orientaleggianti. La costruzione dei visi con pennellate sicure e vibranti di energia, la gestualità delle mani dipinte in bellissimo scorcio, stimolavano le prime riflessioni sul possibile autore del dipinto chesi collegava alle maestranze che lavorarono nel registro inferiore della Cappella Sistina in quegli stessi anni. Ma il soggetto all’inizio era indecifrabile.
Un particolare del grande affresco monocromo del «Banchetto di Baldassarre» scoperto da Antonio Forcellino. Foto Maurizio Necci
E com’è riuscito a distinguerlo?

A un certo punto il bisturi ha fatto cadere un pezzo di intonaco sotto il quale è apparso un cartiglio con la parola «Mane»: è stato allora chiaro che quello era il festino di Baldassarre, narrato nella Bibbia (Daniele 5-8), quando il sacrilego re, durante un banchetto allestito con i vasi d’oro rubati dal padre Nabucodonosor al tempio di Salomone a Gerusalemme, vide apparire una mano misteriosa che scriveva in alto su una parete della sala le parole «Mane, Thechel, Phares» in ebraico («Pensato, contato, diviso», Ndr), che il profeta Daniele interpretò come presagio della prossima fine di Baldassarre e del suo regno.
Un particolare del grande affresco monocromo del «Banchetto di Baldassarre» scoperto da Antonio Forcellino. Foto Maurizio Necci
Un’iconografia rara nel Quattrocento, vero?
Sì, molto rara, conosciuta per il Medioevo e il primo Quattrocento solo tramite miniature e pochi affreschi. La scoperta della prima parola ci ha permesso di sapere che cosa avremmo ritrovato nel prosieguo del restauro.

Gli affreschi sono di singolare qualità. A quando, pensa, debbano essere datati?
Cronologicamente si collocano fra il 1479 e 1481, come certificano i documenti di acquisto dei fabbricati che il cardinale unisce e ristruttura. Oltretutto gli affreschi sono omogenei e perfettamente coordinati con l’architettura del salone dove si trovano e di cui, idealmente proseguono gli spazi.
Un particolare del grande affresco monocromo del «Banchetto di Baldassarre» scoperto da Antonio Forcellino. Foto Maurizio Necci
Chi può essere l’autore?
Considerata la straordinaria qualità tecnica (sembrano fatti a mano libera tranne i segni dell’incisione delle architetture), penso a una derivazione fiorentina o comunque dell’Italia centrale. Ma a quell’epoca a Roma pochi erano gli artisti in grado di fare affreschi simili: il pittore romano per eccellenza era Antoniazzo che, ad evidenza, non è l’autore di questi affreschi. Il disegno, molto espressivo, con forte caratterizzazione di veli, capelli, sopracciglia, a mio parere porta verso Perugino, Filippino Lippi, Ripanda e quel tipo di ambiente. Pinturicchio era ancora giovane, ma nel 1481 sono a Roma Ghirlandaio, Botticelli, Cosimo Rosselli e Perugino, tutti impegnati alla Sistina. Perugino però era già a Roma nel 1479 e tutti si sono sempre domandati che cosa abbia fatto tra il 1479 e il 1481, prima di iniziare i lavori alla Sistina. C’è anche un’ipotesi sull’architetto del palazzo che potrebbe essere Giovannino dei Dolci, fiorentino, fra i progettisti della Sistina, forse il trait d’union fra i pittori della Sistina e il cardinale.

La scoperta degli affreschi di Palazzo Nardini è di grandissimo rilievo per l’arte italiana e romana del Quattrocento e dovrà ovviamente essere oggetto di studi approfonditi. Una grossa parte degli affreschi è ancora celata sotto l’intonaco e Forcellino freme dal desiderio di tirarli fuori. L’ambiente culturale dei dipinti è quello sofisticato dell’ultimo tratto dell’Umanesimo romano, ma gli affreschi sembrano disporsi proprio nell’alveo di una ben identificata tradizione fiorentina (con qualche sconfinamento), con un occhio di riguardo particolare per Filippino Lippi, Pietro Perugino e Jacopo Ripanda.

Nel «Convito di Baldassarre» si sperimentano soluzioni compositive originali, sostenute da una straordinaria maestria grafica: spiccano la sottile disposizione ritmica dei personaggi e l’insistito esotismo dei loro abbigliamenti, la forte ricerca di unità tra pittura e architettura che scaturisce da un uso molto sapiente della prospettiva.

Forcellino dovrà ora affrontare le prossime pareti e spera di trovare una figura femminile che potrebbe chiarire tante cose su questi dipinti. Come ci ha voluto dichiarare, la notizia della scoperta viene data affinché gli studiosi si possano mettere all’opera, alla ricerca dell’autore. Dei dipinti di Palazzo Nardini sentiremo parlare ancora.

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