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Epidemie nell'arte in Italia | VENEZIA

Quando la peste ti fa bella. Il «morbo insanabile» che colpì nel 1575 e nel 1630 la capitale della Serenissima Repubblica fece scaturire capolavori di architettura e pittura

J. Heintz il giovane «La processione del Redentore» (particolare) Venezia, Museo Correr

Quando l’attualità s’intreccia con la storia scaturiscono corrispondenze che mai avremmo immaginato in tempi non sospetti, come sembra testimoniarci una tra le più celebri opere di Giambattista Tiepolo (Venezia, 1696-Madrid,1770), «Santa Tecla libera Este dalla pestilenza», eseguita nel 1758 per celebrare la fine dell’epidemia che flagellò Venezia e i territori limitrofi nel biennio 1630-31.

La grande pala d’altare si trova tutt’oggi conservata nel Duomo della cittadina padovana a 16 chilometri dal piccolo centro di Vò Euganeo, balzato poco più di un mese fa alla cronaca nazionale per aver pianto il primo morto di Covid-19 in Italia.

La storia ricorre, quindi, a ricordare il dolore della malattia e della perdita, reso immortale dal pennello tiepolesco attraverso il cammeo del suo capolavoro: una bimba in lacrime, inconsolabile, prona sul cadavere della madre nel disperato tentativo di risvegliarla, invano.

In questa struggente metafora della morte forse ora più che mai ci si può riconoscere attraverso una sorta d’immersione emotiva che rischia di obliterare il resto della raffigurazione, ben più importante nelle intenzioni dell’artista. A dominare la scena sono, infatti, i personaggi all’estremità opposta della tela: santa Tecla inginocchiata e Gesù Cristo che ordina agli angeli di porre fine all’epidemia.

Questo, nell’immaginario dei veneziani, era accaduto in quei tragici anni del primo Seicento e nel terzo quarto del secolo precedente (1575-76), quando il «morbo insanabile» investì la città decimando un terzo della popolazione (46mila su 142mila abitanti) e cambiandola radicalmente nel volto e nell’anima.

Nonostante la Serenissima avesse avuto esperienza della malattia già in epoca medievale (la prima pestilenza di grandi proporzioni risale al 1348) e fosse dotata di strutture ospedaliere deputate alla cura e quarantena in due isole della Laguna, il Lazzaretto Vecchio e il Lazzaretto Nuovo, non riuscì a impedirne la diffusione sul territorio.

Alcuni errori, tra cui uno decisamente veniale, concorsero a far esplodere l’epidemia in brevissimo tempo. Alludiamo a una circostanza del tutto prevedibile e di buon senso, gestita invece dal doge con estrema ingenuità per non sfigurare agli occhi del «vicinato», nella fattispecie il duca di Mantova. Questi, nel 1630, aveva inviato a Venezia come suo ambasciatore il marchese de Strigis, che giunse in città emaciato e privo di forze, ovvero con sintomi di peste molto sospetti, tanto più considerando che in bassa Lombardia il morbo era già ampiamente diffuso. Giudicato «persona di troppo riguardo» per essere trasferito nel Lazzaretto, s’insediò nell’isola di San Clemente, che per risultare più confortevole all’ospite venne sottoposta a lavori di ammodernamento svolti da un falegname di Castello; quest’ultimo, terminato l’impiego, se ne tornò nella sua dimora innescando il contagio su larga scala.

Il secondo, drammatico errore, investì invece il piano della politica, secondo un canovaccio a tutti noi tristemente noto e legato al timore di compromettere il benessere economico dello Stato con misure restrittive. E proprio la consapevolezza d’interrompere i traffici commerciali e le normali attività cittadine fece negare agli organi di Stato l’evidenza della malattia, intimando il Provveditore alla Sanità Giambattista Fuoli, deciso nel proclamare lo stato d’emergenza, a contenersi «nel proferire così liberamente concetti pregiudiziali a negotii et al commercio publico et privato et alla libertà della patria».

La peste ebbe quindi modo di diffondersi con grande celerità tra la popolazione inerte, completamente indifesa e terrorizzata, i cui i cadaveri venivano abbandonati per strada, privi di sepoltura, a causa della mancanza di monatti; ragione per cui il Senato, in data 2 novembre 1630, offrì ai carcerati in attesa di rimborsare le spese processuali, di commutare l’ammenda economica prestando servizio come becchini. Riesce difficile immaginare un tale, apocalittico scenario nella città della bellezza e del piacere, che cercava di difendersi con il silenzio e la solitudine nelle case sbarrate, quasi a nascondersi dalla morte.

Non rimaneva che la fede, quella stessa fede che aveva già salvato il leone di San Marco e i suoi figli dalla pestilenza nel secolo precedente e a cui la Repubblica si era affidata facendo erigere la Basilica del Redentore (1577-92) sul canale della Giudecca, dove ancora oggi, la terza domenica di luglio, si ricorda l’epidemia con una processione votiva.

In data 22 ottobre 1630, all’apice della virulenza, il Senato decise quindi di ripetere il voto fatto all’Altissimo e consegnato ai posteri attraverso gli abbacinanti marmi palladiani, rivolgendosi questa volta alla Vergine, cui veniva fatta erigere la Basilica della Salute su progetto di Baldassarre Longhena (Venezia, 1598-1682): una chiesa «magnifica…con pompa», dove i veneziani si sarebbero recati il 21 novembre di ogni anno in occasione dell’omonima festività, percorrendo uno scenografico ponte galleggiante allestito per ricordare la conclusione dell’epidemia. Nel dicembre dell’«annus terribilis»i contagiati si dimezzarono, per poi scendere progressivamente fino all’estinguersi del morbo.

Il voto aveva funzionato anche questa volta, procurando a Venezia un monumento di grandiosa suggestione, che sarebbe stato protagonista d’innumerevoli vedute del secolo d’oro in virtù della mole poderosa e dei ricchissimi decori, tra cui spicca la statua della Madonna con il bastone da «capitano de mar» posta sulla sommità della cupola più piccola.

Dal più profondo tormento, che le cronache raccontano trasformare uomini e donne in fantasmi vaganti per le strade «nulla più curando la vita», oppure accalcati in attesa di giungere presso i lazzaretti, dove li aspettava un infausto destino che alimentò macabre leggende di creature simili a vampiri, il popolo veneziano seppe rialzarsi non solo con straordinaria dignità, ma con un ottimismo capace di trasformare il dolore in opera d’arte.

Invece di disperarsi per i propri cari perduti per sempre, per la povertà e per l’economia da ricostruire, i figli del leone gioirono di essere sopravvissuti grazie alla benevolenza di Dio e della Madonna, che andavano ringraziati con il meglio che Venezia aveva da offrire: la bellezza, appunto. L’arte diveniva, quindi, strumento di fede e le cerimonie religiose adunanze di popolo, dove la preghiera lasciava spazio alla festosa gioia di vivere, il più genuino sigillo della venezianità la cui apoteosi viene raggiunta nel Carnevale.

Proprio durante la festa della spensieratezza, dove ogni affanno e ogni differenza sociale si accantonano, anche la peste venne esorcizzata con l’arma della dissacrazione. Tra i travestimenti del celebre evento ne abbiamo infatti rintracciato uno del tutto singolare, denominato «medico della peste», assolutamente identico alla divisa di protezione imposta dal dottor Charles de Lomar agli operatori sanitari in visita agli ammorbati, come testimonia un acquarello di Giovanni Grevenbroch.

La divisa, che prevedeva guanti, occhiali e una maschera dal becco adunco dove erano riposte spezie ed erbe medicamentose atte a evitare il contagio, è minuziosamente descritta nei testi del tempo:

«I loro cappelli e mantelli, di foggia nuova,
sono in tela cerata nera.
Le loro maschere hanno lenti di vetro
I loro becchi sono imbottiti di antidoti.
L’aria malsana non può far loro alcun male,
né li mette in allarme.
Il bastone nella mano serve a mostrare
La nobiltà del loro mestiere, ovunque vadano».

Nobiltà del tutto perduta, o perlomeno dimenticata per quanti, avvolti in quegli abiti, si univano ai festeggiamenti nelle calli e campielli veneziani, mischiandosi a dame, cicisbei e tabarri.

Il fascino di quel finto volto dal becco adunco giunge intatto sino ai nostri giorni facendo sfoggiò di sé nelle vetrine dei «maschereri»: forse ignaro delle sue origini, forse soltanto sprezzante di un pericolo ormai scampato di cui ci si può prendere gioco.


Epidemie nell'arte in Italia

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Federica Spadotto, da Il Giornale dell'Arte numero 408, maggio 2020


  • Giambattista Tiepolo «Santa Tecla libera Este dalla pestilenza» Duomo di Este (Padova)
  • Maestro della Fondazione Langmatt «La processione alla Basilica della Salute» Collezione privata
  • L.Carlevarijs «Il ponte votivo della Madonna della Salute» Hartford, Wodsworth Atheneum
  • Giambattista Tiepolo «Santa Tecla libera Este dalla pestilenza» (particolare) Duomo di Este (Padova)
  • G.Grevenbroch «Il medico della peste» Venezia, biblioteca del museo Correr

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