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Epidemie nell'arte in Italia | TORINO

Profezia e commemorazione della peste nel Ducato Sabaudo: lo «Speculum humanae vitae» e altre storie di contagio nell’arte piemontese

Giuseppe Sariga «Il voto dei chieresi per la pestilenza del 1630» (particolare) Cappella della Madonna delle Grazie, Duomo di Chieri ( Torino)

Il ducato sabaudo durante i primi trent’anni del Seicento fu terreno di scontri e di gravi turbolenze politiche, sociali e religiose. Terra di confine e porta d’Italia, fu interessata dalle eresie che scendevano dal Nord Europa con l’aspro scontro fra cattolici e valdesi che destabilizzò in modo devastante la società locale e l’economia. E poi una serie di stagioni di clima instabile che provocarono pesanti carestie.

A nulla servirono gli editti di Carlo Emanuele I per calmierare i prezzi e arginare le speculazioni: un esodo interno dalle campagne verso Torino riempì la capitale (al tempo contava circa 20mila abitanti) di miserabili, mendicanti, straccioni in condizioni igieniche spaventose. La peste scoppiò nel gennaio del 1630 e fu subito un’ecatombe. I Savoia scapparono a Cherasco e della città si occupò solo più l’eroico sindaco Giovanni Francesco Bellezia, che si ammalò e riuscì a guarire; lo affiancò il protomedico ducale Giovanni Francesco Fiocchetto, raffinato intellettuale e collezionista di alto livello, che fu fra i primi a comprendere la necessità di una rigorosa igiene personale e pubblica e a contestare duramente tutte le superstizioni astrologiche e religiose.

Il suo Trattato della peste et pestifero contagio di Torino, pubblicato a Torino nel 1631, fece scuola in tutta Europa e fu ristampato fino al 1720 come una guida medica sempre affidabile. Durante la peste perirono fra gli 8 e i 10mila cittadini e la ripresa fu lenta.

Come in un cannocchiale rovesciato possiamo immaginare e vedere, lontanissima ma nitida, la Torino che si avvicina all’epidemia: piccola, vitale, già ricca di commerci, ma travagliata dalla miseria di molti e dalle troppe guerre, percorsa continuamente da processioni votive come quella raffigurata in un ex voto del 1628 con la Sindone, gli abitanti con stendardi e candele in mano incappucciati e salmodianti come tanti beati Paoli, in un brusio di preghiere, un mormorio sommesso di parole, un trapestio di passi strascicati fra fumi di incenso e lamenti.

Nel 1627 i frati della Chiesa di San Francesco d’Assisi di Torino, con spirito profetico e gusto del funereo veramente molto torinese, fecero dipingere dal pittore Giovanni Battista Della Rovere (Torino, prima del 1604-Torino, 1631 ca) un cupo e spaventoso dipinto intitolato «Speculum humanae vitae». Il quadro, oggi al Museo Diocesano di Torino, è sempre stato ricordato dalle fonti storiche come presente nell’atrio del convento: una sorta di inquietante e beffardo benvenuto per i visitatori e i fedeli.

Il dipinto rappresenta un’architettura con un frontone e una grande nicchia nella cui parte alta sono ai lati due obelischi. La parte superiore della nicchia è occupata dalle tre Parche e sotto di esse è rappresentata la ruota della vita ai cui lati superiori stanno Adamo ed Eva che si scambiano la mela sopra un teschio. Al centro della ruota sta un fanciulletto a cavalcioni del mondo nell’atto di soffiare bolle di sapone. Otto spicchi dividono la ruota, ognuno dei quali con un teschio con le tibie che indossa un copricapo: vorticano nella danza della morte papi, imperatori, vescovi, sultani, dogi, re, cardinali. La ruota poggia su un vecchio che rappresenta il Tempo, ai suoi lati due tetri pleurant avvolti in manti neri. Alla base della grande nicchia sta un sarcofago con un cadavere e la nicchia stessa è sostenuta da due scheletri che fungono da telamoni.

Tutto il quadro brulica di riferimenti simbolici alla morte dipinti per sgomentare l’osservatore. Sopra il timpano, due putti piangenti rovesciano le faci della vita e al colmo due braccia scheletrite reggono un grosso sasso con il quale sarà colpita la prossima vittima di Thanatos, che tiene tra le braccia la clessidra implacabile e sotto un teschio da cui germinano vermi. Un cumulo disordinato di ossa scorre precipite verso il basso dai due obelischi, sopra i quali sono infilzati due crani. Tutto è vanità; sotto il sepolcro sono ammucchiati inutili pastorali, croci astili, libri, scettri, sacchi di denaro, spade, armi; non manca la civetta, notturna abitatrice dei camposanti. Il dipinto è letteralmente costellato di scritte, che spingono alla meditazione sulla humana fragilitas.

È indubbio che un simile dipinto nella Torino di primo Seicento abbia sortito un effetto non comune e che il suo crudo messaggio possa aver travalicato intatto i secoli: è infatti impossibile restare indifferenti di fronte alla maestosa e vertiginosa solennità delle affermazioni e delle immagini che fioriscono sulla tela.

Le radici del quadro di Giovanni Battista della Rovere sono in un disegno di Giovanni Fortuna Fortunio eseguito a Siena nell’anno 1588 e inciso da Andrea Andreani. L’incisione, forse per via della sua straordinaria e icastica capacità comunicativa, ottenne in tutta Europa un grande successo e fu copiata e interpretata a vari livelli e con varianti in Spagna, Francia, Germania e Polonia.

Lo stile del pittore, raffinato e sofisticato, si esprime, pur nella fedeltà al suo preciso originale, nell’esemplare definizione pittorica di ogni dettaglio che sottolinea la personale esperienza nell’arte della miniatura.

Il gusto del colore e la tecnica richiamano coevi modelli lombardi, anche se non si deve dimenticare che il pittore fu sicuramente a Roma, dove assorbì quell’aura di «pittura senza tempo» tipica delle tele sacre dell’Urbe fra fine Cinque e primo Seicento.

L’attività pittorica di Giovanni Battista Della Rovere, come la sua vita, fu molto breve, l’artista morì infatti durante l’epidemia di peste. Poco prima di morire dipinse però altri due quadri dedicati a questo tema: sono infatti del 1630 i due quadri votivi per la peste di Carmagnola (To), uno a ricordo del voto del 1522 e l’altro di quello del 1630. Nei due dipinti le terribili rappresentazioni degli appestati si dipanano nella piazza Sant’Agostino di Carmagnola: nel primo resa desolata dall’epidemia e nell’altro affollata di gente intenta a pregare la Vergine.

La memoria delle epidemie torinesi è custodita anche nella Chiesa della Confraternita di San Rocco, Morte ed Orazione di Torino, che racchiude una gran parte della storia cittadina. San Rocco fu designato (spesso associato a san Sebastiano) protettore contro la peste fin dal Medioevo e al santo di Montpellier era stata dedicata a Torino una cappella già nel XIV secolo. Nel 1598, nell’imminenza di una prima grave pestilenza (prologo della seconda del 1630), un gruppo di cittadini fondò una nuova Confraternita, denominata di San Rocco, Morte ed Orazione, con lo scopo di dare sepoltura ai cadaveri abbandonati.

Nel 1620 alcuni confratelli si recarono ad Arles per ottenere una reliquia di san Rocco, sistemata poi in un’urna di cristallo, ancora esistente, donata da Maria Cristina di Francia duchessa di Savoia e da allora i Savoia furono sempre prodighi di favori verso la Confraternita, diventata con il passare del tempo uno splendido edificio e una delle più importanti e ben frequentate chiese della città: una sorta di Rotary Club religioso, dove si incontravano e si scambiavano favori e affari artisti, imprenditori, membri di casa reale e della più alta nobiltà torinese.

Fra le molte cappelle votive per la peste del 1630, ricordiamo, quella dedicata alla Madonna delle Grazie nel Duomo di Chieri (Torino), adornata ancora nel 1759, oltre cento anni dopo la grande peste del Seicento, da due belle pale di Giuseppe Sariga, che raffigurano appunto la peste e Chieri e il voto dei chieresi.

La memoria di un evento così drammatico lasciò una lunga scia di immagini nell’arte piemontese: quadri, sculture e incisioni che testimoniano le preoccupazioni e le ansie delle popolazioni degli antichi Stati sabaudi espresse attraverso opere profetiche o commemorative, visioni o ricordi di dolore e paura per una sorte che può colpire ogni essere umano.

EPIDEMIE NELL'ARTE IN ITALIA
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Arabella Cifani, edizione online, 24 marzo 2020


  • Processione votiva della Confraternita del santo Sudario di Torino, 1628, Avigliana, Santuario della Madonna dei Laghi
  • Giuseppe Sariga «La peste del 1630 a Chieri» (particolare) Cappella della Madonna delle Grazie, Duomo di Chieri ( Torino)
  • Giovanni Battista Della Rovere «Il voto del 1630 della città di Carmagnola per la pestilenza» (particolare) 1630, Carmagnola (Torino) Municipio
  • Giovanni Battista Della Rovere «Il voto del 1522 della città di Carmagnola per la pestilenza» (particolare) 1630, Carmagnola (Torino) Municipio.
  • Elemento decorativo macabro, Confraternita di San Rocco, Morte ed Orazione di Torino
  • Giovanni Battista Della Rovere, 1627 «Speculum Humanae vitae» (particoalre) firmato e datato, olio su tela ,Torino, già Chiesa di San Francesco d’Assisi oggi Museo Diocesano

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