Epidemie nell'arte in Italia | NAPOLI

Per quello «spettacolo» particolare si confrontarono ai massimi livelli tre geni di metà Seicento: Mattia Preti, Micco Spadaro e Luca Giordano

Luca Giordano «San Gennaro intercede per la peste del 1656» (particolare), Napoli, Museo di Capodimonte
Stefano Causa |

Il coronavirus è come la nebbia di Totò: c’è ma non si vede. Eppure nessuna epidemia aveva goduto sin qui di un tale rendimento iconografico, di un simile surplus visuale. Quando usciremo tutti da questo tempo sospeso, lasciandoci alle spalle settimane di lutti e tensioni che hanno letteralmente capovolto gli assetti mentali e geografici del Paese (a Bergamo si muore, a Reggio Calabria molto meno), non sarebbe male che negli atenei di fresca riapertura docenti e allievi dialogassero sul modo in cui ci sono state restituite, creativamente, forme e immagini dell’emergenza.

La peste è un formidabile pretesto letterario come insegnano Tucidide o Camus. E lo sapeva bene, naturalmente, il milanesissimo Manzoni, storico dell’arte di riflesso, che aveva ripassato le scene e le invenzioni dei «quadroni» lombardi e piemontesi trasformando la vigna di Renzo nella più bella natura morta italiana
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© Riproduzione riservata Giambattista Tiepolo «Santa Tecla prega per le vittime della peste del 1630» Duomo di Este Domenico Gargiulo detto Micco Spadaro, «La Peste del 1656 al Largo Mercatello» Napoli, Museo Nazionale di San Martino. Foto: Wikipedia
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