Epidemie nell'arte in Italia | BOLOGNA

«Murati» in casa, Guido Reni, Guercino, Simone Cantarini sopravvissero alla pestilenza che flagellò la città tra il 1629 e il 1633

Guido Reni «Pallione del Voto» (1630), particolare. Bologna, Pinacoteca Nazionale
Marco Riccòmini |

Chissà se un giorno lontano, con un filo di voce e il cuore ancora scosso, diremo che questo, che stiamo vivendo ora, fu un «terribile tempo», quando le «Romagne e la Lombardia, ma specialmente Milano e Bologna, ebbero a provare le percosse del funestissimo e fatale flagello». Chissà se racconteremo a un crocchio di persone, magari a una scolaresca distratta, oppure guardando in camera, con gli occhi annacquati, rivolgendoci a un cronista di Rai Storia, che «i sintomi non furono dappertutto i medesimi».

Se, con una mano tremula indicheremo un punto distante, indefinito, oltre la linea dell’ultimo orizzonte, dicendo di come «i paesi invasi dalla pestilenza vennero percossi d’alto ed estremo terrore. Non solo la vicinanza e l’alito d’un infermo, ma il tocco di ciò che fu suo, di ciò che da lui venne tocco, appiccava il morbo». Forse, con un groppo in gola (vuoi per il dolore del ricordo,
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© Riproduzione riservata Giuseppe Maria Mitelli «Allegoria della Menzogna» Stampa. Guido Reni «Pallione del Voto» (1630), particolare. Bologna, Pinacoteca Nazionale Guido Reni «Pallione del Voto» (1630), particolare. Bologna, Pinacoteca Nazionale
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