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Epidemie nell'arte in Italia | BOLOGNA

«Murati» in casa, Guido Reni, Guercino, Simone Cantarini sopravvissero alla pestilenza che flagellò la città tra il 1629 e il 1633

Guido Reni «Pallione del Voto» (1630), particolare. Bologna, Pinacoteca Nazionale

Chissà se un giorno lontano, con un filo di voce e il cuore ancora scosso, diremo che questo, che stiamo vivendo ora, fu un «terribile tempo», quando le «Romagne e la Lombardia, ma specialmente Milano e Bologna, ebbero a provare le percosse del funestissimo e fatale flagello». Chissà se racconteremo a un crocchio di persone, magari a una scolaresca distratta, oppure guardando in camera, con gli occhi annacquati, rivolgendoci a un cronista di Rai Storia, che «i sintomi non furono dappertutto i medesimi».

Se, con una mano tremula indicheremo un punto distante, indefinito, oltre la linea dell’ultimo orizzonte, dicendo di come «i paesi invasi dalla pestilenza vennero percossi d’alto ed estremo terrore. Non solo la vicinanza e l’alito d’un infermo, ma il tocco di ciò che fu suo, di ciò che da lui venne tocco, appiccava il morbo». Forse, con un groppo in gola (vuoi per il dolore del ricordo, vuoi per un senso di vergogna per la propria vigliaccheria), avremmo da confessare con gli occhi bassi alle nuove generazioni che «la viltà, l’egoismo, la vinsero appieno sull’amore, sull’umanità».

Che «i cittadini si schivavano a vicenda, il vicino abbandonava il vicino; e gli stessi congiunti, se pur facevansi visita, squadravansi fra loro sospettosi, e tenevansi in distanza reciprocamente». O, anche, che vedemmo, senza poterlo impedire, senza alzare un dito, «talora il fratello abbandonare il fratello, lo zio il nipote, la moglie il marito, e talor persino padri e madri rifuggire alla vista de’ figliuoli fatti preda del morbo». Spero di no, e direi di no, a giudicare dalla prima reazione del paese.

Eppure, è con quelle precise parole che Salvatore Muzzi narrava negli Annali della Città di Bologna (Bologna 1844, VII, pp. 409 e seguenti) come andarono davvero le cose a Bologna nell’Anno di Cristo 1630. Ossia, nell’anno centrale di quella terribile pestilenza ricordata dal Manzoni che, tra il 1629 e il 1633, flagellò non solo Bologna, ma anche «la Lombardia, il Veneziano, il Piemonte, la Toscana, e una parte della Romagna».

A quel tempo, a quel terribile tempo, «la terra consacrata più non bastò alle sepolture; si aggiunse spazio ai cimiteri; vi si gittarono i cadaveri a strato a strato frettolosamente, e di poca terra si copersero. In tempo di siffatta miseria ritornò Legato a Bologna il benemerito Cardinale Bernardino Spada. Ei vide morire in quell’anno [1630] 23,691 persone dentro la città, e 18,000 pel contado». Sono numeri spaventosi, a pensarci oggi, a distanza di quasi quattrocento anni. Eppure, col 24% dei decessi stimato dagli storici moderni, andò un poco meglio che a Milano (26%), ma decisamente meglio che nel Veneto, dove in città come Padova o Verona la percentuale dei morti per contagio arrivò a superare la metà della popolazione.

Una strage, seppur poca cosa rispetto ai numeri soverchianti della Peste Nera che a metà del Trecento mieté in Europa quasi duecento milioni di vite, o alla più recente ed egualmente letale influenza «Spagnola», che sul finire della prima guerra mondiale, nel giro di una manciata di mesi, uccise nel mondo tra i quaranta e i cinquanta milioni di persone, di ogni sesso ed età, tanto per capire le proporzioni quando nei talk show si parla di pandemia globale.

«Quest’isolamento, e il terrore che aveva invasi tutti gli spiriti», parole sempre del Muzzi che suonano attualissime, avrebbero potuto ricordare ai più anziani di quell’altro tempo oscuro che travolse Bologna solo una quarantina d’anni prima. Fu allora la carestia a portar via le vite, e ne resta il vivido ricordo non tanto nelle parole dei cronisti quanto in un angolo della parete conclusiva del ciclo con la «Storia della Fondazione di Roma», affrescato da Agostino, Ludovico e Annibale Carracci nel salone al primo piano di Palazzo Magnani a Bologna, terminato nell’anno del Signore 1590.

Al principiare dell’ultima parete frescata dai Carracci e, più precisamente, nell’undicesimo riquadro del fregio, Annibale, raffigurando il castigo divino che Roma meritò con l’uccisione di Tito Tazio narrato da Plutarco, dipinge attorno al vano di una finestra, una città annientata, fitta di cadaveri di uomini e di armenti fuori dalle mura. Lo fa recuperando il cosiddetto «Morbetto», ossia la stampa che Marcantonio Raimondi (Molinella, 1480 circa - Bologna, 1534) trasse dall’invenzione del suo maestro Raffaello che raffigurava il contagio che colpì Enea e i suoi compagni d’avventure a Creta, seguito dall’apparizione in sogno degli dei Penati. Solo che, al posto della città eterna, Annibale pone la sua Bologna, e i due «obelischi» in lontananza, come ben si capisce, altro non sono che le Due Torri.

Con queste immagini negli occhi, di «cadaveri, la più parte ignudi, alcuni mal involtati in qualche cencio, ammonticchiati, intrecciati insieme, come un gruppo di serpi che lentamente si svolgano al tepore della primavera» (Manzoni), le cronache bolognesi della peste seicentesca acquistano un altro sapore, quando narrano degli «armenti, [che] cacciati dalle stalle, erravano pei campi deserti, in mezzo a biade non mietute» (Muzzi).

Perché, se gli storici ne lasciarono testimonianza, i pennelli tacquero. Non v’è traccia nella messe dei dipinti usciti dalle classi degli allievi di Ludovico Carracci di quei tragici mesi ai quali, parrebbe, tutti i pittori d’una certa fama sopravvissero senza danno. La scampò, tra i primi, il divino Guido Reni, che all’epoca non era più un ragazzino, avendo 55 anni. La scampò il Guercino, che possiamo immaginare murato in casa a Cento, quasi quarantenne, coi suoi famigli; che, anzi, proprio in quel torno di tempo, nel quale altri si preoccupavano di salvare la pelle, assieme al fratello pensava bene di cominciare a tenere nota dei suoi lavori, in quello che poi sarà noto come il Libro dei conti. Insomma, si salvarono tutti, persino il Pesarese (com’era detto Simone Cantarini), che pure spirò anzitempo, ma non prima del 1648.

Passata la «nottata», terminata la conta delle perdite, riempiti i fienili e sanati i debiti, il clero bolognese rialzò la testa e il legato Spada «ebbe molta cura di restaurare, adornare ... il palazzo maggiore; e fu esso che aperse e compose come vediamo la via Urbana», lasciando in città «diversi segni, e tutti onorifici e duraturi, di sua paterna beneficenza». E, per riconoscenza all’autorità superiore (ossia, a quella che sta più in alto di tutti, compresi i senatori, il legato e financo il papa), il Senato bolognese deliberò di affidare al più eccelso pennello della città (il Reni) un pallione (ossia uno stendardo), che si portasse ogni anno in processione dal Palazzo Pubblico alla Chiesa di San Domenico.

Solo allora, forse perché la comanda lo imponeva, Guido Reni ai piedi della sua grande tela di seta, mostra il profilo tetro della sua città turrita vista da lontano: appare in basso, sotto il manto di broccato dorato del patrono Petronio e sotto la sottana bianca e nera di Domenico, presbitero spagnolo spentosi proprio a Bologna, che offre alla Vergine un ramo fiorito di giglio. Oltre la cinta di mura, da una porticina secondaria appena socchiusa, si dipartono due file di persone. A sinistra se ne esce un carro trainato da due coppie di cavalli scortati da quattro nerovestiti; dalla parte opposta, si allontanano due coppie di barellieri con relative lettighe, monatti bianchi come il latte, contro lo sfondo grigio della città. Quella lugubre scena, minimo dettaglio, quasi monocromo, che l’occhio appena percepisce sotto il peso delle figure colorate dei santi (e quasi invisibile a chi avesse partecipato a quella processione) spiega più di qualsiasi pagina stampata.

Fa oggi una certa impressione l’articolo che Catherine Puglisi dedicò venticinque anni fa a questo sublime dipinto del Reni («Guido Reni’s Pallione del Voto and the Plague of 1630», in «The Art Bulletin», 77, 3, 1995, pp. 402-412) mettendo a confronto l’epidemia di Aids, allora al suo apice, coi guasti che la peste bubbonica causò in Europa dal Trecento in poi.

Peste, come il peggiore degli epiteti. Se ne ricordava bene l’arguto Giuseppe Maria Mitelli (Bologna, 1634-1718), quando nella sua stampa con l’«Allegoria della Menzogna», in cui una coppia bendata tenta senza molto successo di percuotere con fruste e bastoni un branco di oche, definisce la Bugia «peste e cagion d’ogni gran male». Dovremmo ricordarci di questo motto, ogni volta che, in questi giorni, riceviamo per mail o WhatsApp una fake news sul nuovo morbo virale.

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Marco Riccòmini, edizione online, 21 marzo 2020


  • Guido Reni «Pallione del Voto» (1630), particolare. Bologna, Pinacoteca Nazionale
  • Giuseppe Maria Mitelli «Allegoria della Menzogna» Stampa.
  • Guido Reni «Pallione del Voto» (1630), particolare. Bologna, Pinacoteca Nazionale

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