Emanuele Dessì: «L’insularità è un valore aggiunto»

Per il direttore dell’«Unione Sarda» alla regione servono trasporti e collegamenti, una regia unica che promuova tutta la regione e un cambio di mentalità per comprendere sbocchi e opportunità di un così vasto patrimonio artistico e culturale diffuso in tutta l’isola

Emanuele Dessì, direttore dell’«Unione Sarda»
Giovanna Pittalis |

La Sardegna è una terra con un grande patrimonio artistico e culturale, in parte ancora poco conosciuto e non debitamente valorizzato. La valorizzazione è infatti un capitolo complesso, sia per la scelta delle giuste strategie da mettere in atto sia per l’equilibrio, non sempre facile da conciliare, tra il rispetto dei limiti imposti dalle giuste e doverose esigenze di tutela e conservazione del bene e un’adeguata e soddisfacente fruibilità. Pro e contro del mestiere. In Sardegna, tra le più ambite mete turistiche internazionali per le sue rinomate coste, sono molte le dinamiche che si intersecano. Ne parla Emanuele Dessì, direttore delle testate giornalistiche del gruppo «L’Unione Sarda», da anni impegnato nel racconto di tutte le realtà del territorio, anche attraverso la conduzione del programma televisivo «Sardegna Verde», in onda sull’emittente televisiva Videolina, nel quale con un brillante approccio scientifico e divulgativo mostra, puntata per puntata, paese per paese, la Sardegna e la sua offerta turistica, paesaggistica, enogastronomica, culturale e artistica.

Direttore Emanuele Dessì, lei è un profondo conoscitore di tutta la Sardegna. Un’isola meravigliosa nel cuore del Mediterraneo con spiagge di sabbia finissima, cale, scogliere e acque cristalline. Con 1.849 chilometri di litorali, è la regione con il maggior sviluppo costiero d’Italia. Ma c’è di più.
La Sardegna è una terra meravigliosa, tutta da scoprire, non vorrei essere banale, ma è così. Vanta un patrimonio archeologico unico, non solo nel Mediterraneo, ma a livello mondiale. Bisognerebbe valorizzarne la storia, sarebbe bello se i libri di scuola riportassero anche questo. È inaccettabile che non si conosca questa grande civiltà, capace di costruire gli affascinanti pozzi sacri e i nuraghi (per fare due esempi comuni). La verità è che la Sardegna la si deve andare a cercare, non ci si imbatte per caso, non si sale a bordo di un treno e ci si finisce per sbaglio. Bisogna arrivarci con l’intento di conoscerla, di vederla, esplorarla.

Ma esplorarla e raggiungerla non è sempre facile, bisogna fare i conti con un grosso limite: i trasporti.
Il limite quasi insormontabile sono i collegamenti. È bellissimo vivere in un’isola, ma l’incubo si presenta con un sistema di trasporti che funziona davvero poco. L’accesso dovrebbe essere garantito, attualmente non è così, ma sappiamo che si può cambiare e ci speriamo. Dovremmo, nel nostro piccolo, lottare per chiedere ciò che ci spetta di diritto. D’estate la situazione migliora, ma per quanto riguarda il resto dell’anno ci troviamo penalizzati sia nelle partenze che negli arrivi. Inoltre rispetto agli anni scorsi ultimamente sono stati fatti dei passi indietro per via dei grossi tagli. Ci si trova costretti a raggiungere altre città italiane che spesso sono «low cost» solo sulla carta, o a fare scali assurdi perché in alcuni periodi i voli disponibili sono solo per Roma o Milano e nessun volo per le altre città italiane. Siamo circondati dal mare, l’insularità (cioè la distanza) per me è un valore aggiunto, perché quasi ti costringe a cercarla e per via dell’intreccio di culture che qui si sono imbattute. Come ogni angolo e soprattutto isola del mondo, abbiamo avuto conquistatori e tentativi di conquista da ogni parte, in ogni periodo, con lasciti di testimonianze che meritano di essere conosciute e valorizzate.

Una terra che da sempre ha incuriosito vari popoli (impossibile non citare i Fenici). Misteriosa, magica, ricca, pungente e calorosa come l’orbace, ruvido tessuto di lana tipico degli abiti tradizionali. La Sardegna la si cerca e la si vive percorrendone i sentieri dell’entroterra e quelli che fiancheggiano il mare, respirando quell’odore misto di antichità e quotidianità all’interno delle domus de janas, percependone la grandiosità nelle esedre delle tombe dei giganti e la storia nei guerrieri e nelle sacerdotesse raffigurati nei bronzetti nuragici. Un patrimonio che rischia di essere destinato a pochi senza una rete di sostegno che vada dalle istituzioni ai turisti e cittadini.
Da decenni si parla di una pianificazione che veda coinvolte le istituzioni comunali, regionali, territoriali con vari tentativi, in particolare nelle ultime legislature, di porre rimedio a situazioni di noncuranza dei vari aspetti culturali. Ancora non ci siamo riusciti. Per fortuna le fondazioni sono attive e stanno contribuendo alla valorizzazione e tutela del nostro territorio e di ciò che contiene, ma manca una «regia» regionale che offra una promozione unica per l’intera isola. Sono stati vari i tentativi, sporadici: per un periodo abbiamo avuto l’Esit (l’Ente sardo industrie turistiche), che aveva lo scopo di promuovere il turismo, la cultura e le produzioni artigianali in Sardegna, e che è stato rottamato per scelte politiche. Peccato perché ci stavano provando.

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