Elpis cioè speranza. Per l’arte

Marina Nissim, imprenditrice e collezionista, è alla guida della Fondazione Elpis dal 2020, in pieno lockdown. Ora inaugura la sede in un’ex lavanderia industriale di fine ’800 con una mostra di artisti dell’Asia meridionale

La nuova sede della Fondazione Elpis a Milano con l’allestimento della mostra «Haze». Foto Shivani Gupta, © Fondazione Elpis
Ada Masoero |  | Milano

Era il 2020 e si era nel pieno della pandemia quando Marina Nissim, imprenditrice e collezionista, istituiva la Fondazione Elpis, in omaggio alla dea della speranza nella mitologia greca, e avviava, insieme a Galleria Continua e con l’apporto di Threes, il progetto (temerario agli occhi di chiunque, in quel momento) «Una Boccata d’Arte», con cui chiamava 20 artisti a lavorare in 20 borghi, uno per ogni Regione italiana, in una rete di creatività diffusa che ne coinvolgesse e includesse gli abitanti.

La Fondazione Elpis ha, ora, anche una «casa» a Milano, in via Orti 25, zona Porta Romana, in un’ex lavanderia industriale di fine ’800 ristrutturata con grande rispetto da Giovanna Latis, inaugurata in autunno con una mostra, affascinante per i temi toccati e per la qualità delle opere esposte, che resterà visibile fino al 5 marzo. Intitolata «Haze» (foschia, nelle sue più varie accezioni), la mostra riunisce lavori di 21 artisti dell’Asia meridionale (India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka), alcuni dei quali pensati proprio per questi spazi, che hanno riflettuto, con i media più diversi, su tematiche universali come le condizioni e i diritti dei lavoratori, le migrazioni, le questioni di genere, il colonialismo e la sua eredità, la libertà d’espressione, la sopravvivenza di antichi riti e credenze.

Ne parliamo con Marina Nissim, che di Fondazione Elpis è la presidente ma che è anche la presidente esecutiva di un’importante multinazionale di beni di largo consumo, fondata nel 1949 a Milano dal padre Joseph (1919-2019) appena giunto in Italia da una Salonicco devastata dalla guerra, e che oggi è presente in oltre 150 Paesi con 60 marche rinomate. Una multinazionale di cui non fa nemmeno il nome («Sì, faccio tutt’altro nella vita, minimizza, ma in famiglia coltiviamo la riservatezza»), in cui lei, laureata in Medicina, è entrata negli anni ’90, dopo anni spesi nella ricerca universitaria tra Italia e Stati Uniti, imparando ben presto a guidare una macchina tanto complessa: «Come? Per osmosi, stando al fianco di mio padre, uomo di grande concretezza, con cui ho subito condiviso la passione per quel lavoro. Intanto, da una ventina d’anni, ho iniziato a collezionare, perché l’arte contemporanea è l’altra mia passione, e il mio svago».
Marina Nissim. Foto Nicolò Panzeri, © Fondazione Elpis
Dottoressa Nissim, istituire una fondazione nel 2020, nel pieno del lockdown, e intitolarla alla speranza non è certo casuale. Perché e come ha affrontato questa sfida?
No, non è casuale e, certo, temevo d’incontrare delle difficoltà, per il poco tempo a disposizione ma soprattutto per il momento difficile che stavamo vivendo. Invece, partendo in primavera, grazie al lavoro di giovani curatori locali e al coordinamento con gli amministratori e le realtà culturali del territorio, a settembre inauguravamo felicemente la prima edizione di «Una Boccata d’Arte». Così, nel 2021 e nel 2022 abbiamo realizzato la seconda e la terza edizione, e ora stiamo lavorando alla quarta, che si terrà da fine giugno a fine settembre, sempre con la stessa formula, in 20 nuovi siti. Non torniamo mai nello stesso borgo, anzi cerchiamo di toccare sempre nuove province, per rilanciare luoghi e territori magnifici ma spesso dimenticati, abbandonati dai giovani per la mancanza di prospettive professionali. «Una Boccata d’Arte» è una sorta di Grand Tour tra le meraviglie d’Italia ma, più ancora, è un modo per creare una relazione fra le persone del luogo, che spesso non erano mai entrate in contatto con l’arte di oggi, e i giovani artisti chiamati a lavorarci, che si donano generosamente al progetto. Spero così di accendere qualche piccola miccia per creare occasioni e opportunità.

Perché ha voluto dare anche una sede stabile a un progetto nato itinerante?
Questo è il passo successivo: ho istituito la Fondazione, poi le ho cercato una «casa» dove promuovere i giovani e la loro creatività. In Italia i giovani sono poco riconosciuti ma lavorando a questo progetto ho incontrato artisti e curatori molto preparati (fra loro, l’attuale direttore di Fondazione Elpis, Bruno Barsanti), in parte individuati attraverso un gruppo di persone che fanno un lavoro di scouting nei territori. Quanto alla sede, era una vecchia lavanderia industriale abbandonata, un corpo basso in mattoni rossi a vista, ma quando l’architetto (e amica) Giovanna Latis me l’ha proposta, me ne sono subito innamorata, anche perché sapevo di poter contare sul suo gusto rigoroso ed essenziale, molto vicino al mio. Ora possiamo disporre di 800 metri quadrati, su tre piani, con grandi spazi espositivi e uffici, e di due giardini in cui presentare installazioni all’aperto.
La nuova sede della Fondazione Elpis a Milano con l’allestimento della mostra «Haze». Foto Shivani Gupta, © Fondazione Elpis
Per inaugurare la sede ha scelto artisti del subcontinente indiano: com’è nato il progetto?
Da un mio viaggio a Goa, dove ho conosciuto artisti e curatori molto interessanti, in particolare il collettivo HH Art Space, che con Mario D’Souza ha curato la mostra, già molto visitata grazie anche alle due bravissime giovani che guidano le visite. La sede di Milano, dove si possono tenere mostre, performance, incontri, reading e attività interdisciplinari, si pone proprio l’obiettivo di promuovere visioni innovative: piani per il futuro sono, da un lato, continuare a esplorare le scene artistiche di Paesi lontani e, dall’altro, promuovere i giovani artisti italiani. A questo riguardo, la Fondazione Elpis ha promosso quest’anno delle residenze sul territorio con l’associazione culturale Ramdom a Castrignano de’ Greci (Lecce), all’interno dello splendido Palazzo Baronale De Gualtieris. È ciò che facciamo, del resto, sin dal 2017, quando nella Palazzina dei Bagni misteriosi del Teatro Franco Parenti, guidato dall’amica Andrée Ruth Shammah, presentammo la mostra di artisti cubani «¿Soy Cuba?», frutto di un mio viaggio nell’isola con l’amico Maurizio Rigillo, uno dei fondatori di Galleria Continua, che a L’Avana ha una sede. L’anno successivo puntammo invece su giovani artisti italiani, con la mostra «Immersione libera».

Quando ha iniziato la sua raccolta d’arte? Segue una linea collezionistica precisa?
Ho iniziato vent’anni fa e non seguo alcuna linea, scelgo in modo istintivo e acquisto solo ciò che mi colpisce subito. L’opera mi deve appassionare in una frazione di secondo. Se mai, ho una predilezione per la tridimensionalità, per il colore e per le materie: tessuto, legno, bronzo, ceramica... Sono lontana dall’arte troppo concettuale, perché amo capire le opere con gli occhi e amo goderne tendendole accanto a me.

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