Edith Gabrielli: «Le idee buone non scadono»

I nuovi direttori dei «supermusei» statali | Roma

Guglielmo Gigliotti |  | Roma

Edith Gabrielli è la direttrice del nuovo polo «Vittoriano e Palazzo Venezia»: «Questo tempo “sospeso” si sta rivelando utile per le analisi, le riflessioni e i programmi a medio e a lungo termine. Per il pubblico del futuro, pensare a esperienze speciali, magari uniche»

La riforma promossa nel 2019 dal ministro Franceschini ha tripartito il Polo Museale del Lazio, diretto dal 2015 da Edith Gabrielli, in Direzione regionale musei Lazio, Direzione musei statali della città di Roma e in istituto autonomo Vittoriano e Palazzo Venezia. Dal 2 novembre, a seguito di una selezione internazionale, Edith Gabrielli dirige quest’ultima nuova realtà museale italiana, mentre per le altre due componenti territoriali dell’ex Polo museale del Lazio è in atto al momento la selezione dei nuovi direttori Tra progetti a medio e lungo termine, il primo nodo affrontato è inevitabilmente relativo alla pandemia in corso.

Come valuta la situazione?
Dal 18 maggio avevamo profuso notevoli sforzi per riaprire i musei, ovviamente in piena sicurezza. Richiuderli, sebbene necessario, anzi prioritario, è stato certamente doloroso, in primo luogo sotto il profilo sociale e culturale, ma anche economico, ovvero in termini di introiti da bigliettazione e ancor più da indotto. Ciò detto, tendo per educazione ed esperienza a cercare in ogni circostanza aspetti positivi. Anche questa crisi può trasformarsi in opportunità. Questo tempo, in apparenza «sospeso», si sta rivelando utile per le analisi, le riflessioni e i programmi, soprattutto a medio e a lungo termine, senza dover necessariamente rincorrere le pressioni dell’immediato. Le idee, quando sono buone, non scadono.

Quale sarà l’impatto sulle istituzioni culturali in genere, e quale è, per lei, la filosofia con cui affrontare il panorama del post Covid?
Le notizie degli ultimi giorni sull’efficacia del vaccino lasciano intravedere una luce in fondo al tunnel. Non credo tuttavia che si tratterà semplicemente di tornare al marzo 2020, cioè di «rimettere indietro le lancette dell’orologio». La crisi pandemica, oltre a cambiare tutti noi e perciò incidere sul nostro stile di vita, ha riaperto con forza il dibattito sulla funzione sociale del museo e sugli strumenti più idonei per assolvere tale funzione. L’uso corretto e calibrato degli strumenti dell’era digitale, per trasformare la visita a un museo in un’esperienza di conoscenza unica e reale, rappresenta solo uno dei fronti del dibattito. Sono persuasa che questo patrimonio di idee non debba andare perso. Rinascere non significa dimenticare.

Com’è cambiato il suo lavoro di direttore durante l’emergenza?

Ogni aspetto deve essere rivisto alla luce della sicurezza del personale e dei visitatori. La chiusura rimane comunque una sconfitta, o almeno un trauma. Giustamente si è spinto per la riapertura dei nostri musei. È una questione di civiltà e insieme di ordine funzionale. La presenza del pubblico è importante sul piano della tutela.

Di quali risultati raggiunti alla guida del Polo museale del Lazio va più fiera?

Chi mi conosce sa che l’essere fiera non rientra nel mio carattere. Ciò detto, so di restituire al pubblico 46 fra musei, aree archeologiche e un’importante biblioteca in condizioni molto buone, a volte ottime.

L’autonomia conferita al nuovo istituto costituito da Vittoriano e Palazzo Venezia darà nuovo slancio a due musei «dalle potenzialità enormi», secondo le parole del ministro Dario Franceschini: quale sarà il loro futuro?

Il futuro passa attraverso il programma di lavoro che ho sottoposto alla commissione d’esame. Un vaglio tecnico importante. Ricordo i nomi dei commissari: Maria Luisa Catoni, Caterina Bon Valsassina, Miguel Falomir, Gabriele Finaldi e Christian Greco. Il programma prevede una fase di tutela e una di valorizzazione concatenate e interdipendenti.

Perché, a chi e quando è sorta chiara questa esigenza di far di due istituzioni così diverse un’unica entità amministrativa?

La creazione del nuovo istituto rientra nella riforma varata dal ministro Franceschini nel 2019. Dopo aver diretto dal 2015 al 2020 il Polo Museale del Lazio posso ragionevolmente affermare che la disciplina museologica, quando correttamente intesa e declinata, consente di tenere positivamente uniti più istituti, anche molto diversi l’uno dall’altro.

Il Complesso monumentale del Vittoriano, noto anche come Altare della patria, dedicato a Vittorio Emanuele II di Savoia primo re d’Italia, e inaugurato nel 1911 per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, è costituito da distinti settori museali dedicati alla celebrazione del Risorgimento. È possibile immaginare una veicolazione di questi contenuti identitari secondo modalità più attuali?

Guardi, in realtà nel Vittoriano questo già accade da diverso tempo. Se per «modalità più attuali» intende il mondo del web, qualche mese addietro da direttore del Polo ho affidato la comunicazione online del sito alla Vergani&Gasco, una delle ditte italiane più note del settore. Bene: il loro progetto online sul Vittoriano  (sito web e app) ha ottenuto una menzione d’onore agli Webby Awards, noti generalmente come gli Oscar del settore. Una parte del successo del monumento si deve anche a questo.

Il Vittoriano è attraversato, grazie anche all’attrattiva delle terrazze panoramiche, da 3 milioni di visitatori l’anno. Palazzo Venezia, museo tra i più belli (con capolavori dall’Alto Medioevo al ’700) ma anche tra i meno noti della città, ne conta circa mezzo milione. I due istituti sono però vicinissimi, nel cuore della città: quali strategie prevedete per far confluire pubblico dal gigante bianco all’ex residenza pontificia, poi Ambasciata veneziana?

Entrambi gli istituti sono cresciuti molto durante l’ultimo quinquennio. I motivi sono diversi: per Palazzo Venezia è stato importante liberare il giardino interno dalle auto: non a caso parliamo di «giardino ritrovato». Esiste comunque una strategia comune, che possiamo suddividere in tre punti. Uno: stare a sentire con attenzione reale quel che il pubblico, anzi i pubblici desiderano dal monumento. Due: trasformare quella richiesta in un’esperienza speciale, magari unica. Tre: creare le condizioni per il «passa parola» e il successivo ritorno del visitatore.

Palazzo Venezia è un vero gioiello. Che cosa gli manca per rivelarsi a cittadini e turisti internazionali?

La forza del museo risiede nelle arti applicate e nella varietà delle materie e delle tecniche. Ma attenzione: il Palazzo funzionerà in modo organico. Tutte le sue parti, museo compreso naturalmente, obbediranno a un indirizzo comune, nel rispetto delle rispettive individualità storiche e funzionali. La soluzione è tutta qui.

Sono previste mostre temporanee per i due siti?

Certo. Alcune di queste mostre saranno riprese dal programma già elaborato ai tempi del Polo Museale. Penso ad esempio alla grande mostra sul Rinascimento, un concetto che ha una storia e una realtà importanti, anche se oggi viene da più parti messo in discussione. Al di là dei singoli episodi, penso al nuovo istituto come a un luogo dove finalmente Roma possa ambire a un ruolo chiave anche in questo campo, che è appunto quello delle mostre temporanee di alto profilo. Gli spazi a disposizione dicono esattamente questo.

© Riproduzione riservata
Altri articoli di Guglielmo Gigliotti
Altri articoli in MUSEI