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Ecco che cosa ha imparato il mercato dal 2018

Tre «guru» del mercato dell'arte illustrano il loro punto di vista sulla situazione attuale

Un ritratto di Henry Geldzahler e Christopher Scott di David Hockney, diventato l’autunno scorso  il più caro artista vivente. Questo dipinto, che andrà all’asta a Londra il prossimo 6 marzo, è stimato intorno a 30 milioni di sterline. © 2019 Christie’s Images Ltd

Alla fine del 2018 Georgina Adam, giornalista specializzata nel mercato dell’arte ed editor at large della nostra testata sorella inglese «The Art Newspaper», ha riunito tre importanti figure del mercato dell’arte, per guardare all’anno appena concluso e parlare degli eventi più significativi. Erano Francis Outred, direttore di Christie’s per l’arte del dopoguerra, che aveva appena annunciato che avrebbe lasciato l’azienda subito prima di Natale, dopo dieci anni di servizio (senza pronunciarsi sulla sua prossima mossa); l’influente mercante Thaddaeus Ropac, che ha aperto la sua quinta galleria a Londra nel 2017, aggiungendola a una serie di spazi a Salisburgo e Parigi; e Victoria Siddall, direttrice di tutte e tre le fiere Frieze e sul punto di aggiungerne una quarta a Los Angeles, che verrà inaugurata a febbraio. Le considerazioni dei «saggi» sono accompagnate da osservazioni di Georgina Adam (retrospettive sugli ultimi 18 mesi e in prospettiva per l’anno prossimo del mercato dell’arte) e dell’editor della sezione di mercato dell’arte di «The Art Newspaper», Anna Brady.

Quale, per ciascuno di voi, è stato l’evento più rilevante del 2018?
T.R.: Il riconoscimento degli artisti afroamericani. Si può vedere il cambiamento di interessi a ogni livello, dalle istituzioni ai collezionisti, dalle mostre nelle gallerie ai risultati all’asta, in ogni settore del mercato, ma anche nel mondo dell’arte. E pensare che 30 anni fa l’allora direttore del Centre Pompidou quasi perse il posto per «Magiciens de la Terre» (15 maggio-14 agosto 1989, presentava il 50% di artisti non occidentali)! Per moltissimo tempo il mondo dell’arte è stato dominato da europei maschi, finalmente si cambia.
F.O.: Nel settore delle aste abbiamo visto alcune significative collezioni formatesi nel corso dell’ultimo secolo entrare nel mercato: per esempio quelle di Rockefeller, Ebsworth e S.I. Newhouse. Questi esempi hanno generato molto interesse da parte di nuovi collezionisti.
V.S.: Sono stata molto felice di vedere il riposizionamento delle artiste donne, tanto sul mercato quanto a livello istituzionale. Questo processo si è consolidato nel corso degli ultimi anni, ma quest’anno si è avvertito in modo particolarmente importante. Un esempio di questo impegno è stato l’acquisto da parte del fondo Frieze Tate di una serie di fotografie di Sonia Boyce.
G.A.: Penso che l’interesse per gli artisti afroamericani e per l’Africa come una nuova regione artistica sia destinato a crescere, in particolare grazie al numero di nuovi musei, negli Stati Uniti e in Africa, dedicati a questo settore. Lo stesso si può dire per le artiste donne: vedo continuare la rimonta, sia nei prezzi sia nella considerazione, a iniziare dalle artiste più giovani del mercato primario; ma l’avvicinamento al segmento top del mercato sarà questione di anni. Comunque, con la rapida crescita di qualsiasi segmento del mercato in precedenza sottovalutato cresce anche il rischio delle falsificazioni. E non dimentichiamo il fatto che a controllare ancora largamente il mercato sono i maschi bianchi europei o nordamericani.

Che cosa vi ha sorpreso di più nel 2018?
V.S.: Lo spirito e la resilienza di Londra nei confronti della Brexit e il palpabile coinvolgimento e fermento intorno alla Frieze Week che è stato immensamente rassicurante (per me di sicuro!).
F.O.: Per me, è stata la vendita dell’opera di Intelligenza Artificiale da parte del collettivo Obvious che era stimata da 7mila a 8mila dollari in una vendita di stampe a New York. Alla fine ha realizzato più di 430mila dollari.
T.R.: La cosa più inaspettata per me è stata come il mondo dell’arte sia rimasto coinvolto nel movimento #MeToo. Pensavo che il mondo dell’arte fosse esente da questi problemi, ma si scopre che ne era anch’esso parte. Spero sempre che il mondo possa diventare un posto migliore, ma penso sia importante riflettere per giudicare anziché condannare a priori: la gestione è delicata e si corre il rischio di esagerare.
G.A.: È interessante notare come nessuno abbia menzionato il Banksy che si autodistrugge. Tuttavia, sento che questi «eventi» e la «experience culture» continueranno ad avere un impatto sul mondo dell’arte, una presa di distanza dall’arte statica e verso le installazioni immersive e l’art-ertainment, due generi molto attraenti per i marchi del lusso e della moda che stanno pompando nell’arte una gran quantità di denaro.
A.B.: È anche interessante che Ropac fosse sorpreso dall’influenza del movimento #MeToo nel mondo dell’arte, un’industria competitiva dove gli uomini detengono ancora la maggioranza delle posizioni di vertice e che ha creato terreno fertile per situazioni di abuso di potere nel corso degli anni.

Come pensate si evolverà il panorama delle fiere?
V.S.: Sono le stesse gallerie che ci dicono che ci sono troppe gallerie. Quindi, quando abbiamo lanciato Frieze LA, abbiamo preso la decisione di mantenerla piccola (solo 70 gallerie rispetto alle quasi 200 di New York), ma la risposta è stata travolgente. Penso ci sia ancora voglia di qualcosa di fresco ed eccitante, in quanto organizzatori abbiamo molto lavoro da fare per arrivarci.
G.A.: Penso che la crescita delle fiere abbia raggiunto un picco e che assisteremo a un’ulteriore polarizzazione delle fiere d’arte verso pochi grandi eventi accompagnati da altri piccoli e di nicchia, e qualche attrito. La decisione di Mch, la casa madre delle fiere di Basilea, di rinunciare alle fiere regionali è significativa, come lo è la scomparsa di alcune gallerie di medio livello, che sono, dopo tutto, le clienti delle fiere. Diverse rassegne, ivi comprese Frieze e Art Basel, hanno introdotto nel 2018 tariffe variabili di affitto degli stand per aiutare le gallerie minori. Sospetto che potremo assistere a un diffondersi di questo genere di iniziative. Ma le gallerie, d’altra parte, dovranno essere più selettive nello scegliere le fiere a cui partecipano. Il ritmo attuale è insostenibile.

Che cosa vedete nelle tendenze dei nuovi collezionisti?
F.O.: L’Asia è stata un campo di crescita predominante nel passato, particolarmente nel settore del dopoguerra negli ultimi sei o sette anni. L’arte impressionista e moderna ci ha messo di più, ma l’Asia sta ora prendendo il sopravvento anche in questo settore. In alcune delle nostre vendite il 30% è andato in Asia. La Cina continentale e il Medio Oriente sono molto attivi; l’America Latina è stata forte, adesso lo è di meno. E stiamo cominciando a pensare all’Africa. Sono stato a Shanghai e a Pechino in settembre: a Shanghai il West Bund era un’area deserta, che ora ospita o ospiterà presto almeno cinque musei, a dimostrazione della crescita di interesse. È sotto gli occhi di tutti come l’aumento di gradimento del mercato per artisti come George Condo e KAWS sia in effetti guidata da giovani collezionisti asiatici.
T.R.: I collezionisti stanno diventando più sofisticati e educati. La gente ritiene in genere che il mondo dell’arte stia diventando superficiale e che l’aspetto finanziario stia prendendo il sopravvento, ma io davvero non penso questo. Per molto tempo abbiamo ritenuto che i collezionisti asiatici comprendessero il mercato ma non il mondo dell’arte, ma stanno imparando. Siamo stati presi di sorpresa, all’inizio di quest’anno, quando il nuovo HOW Museum di Shanghai ha aperto con una mostra di Joseph Beuys. Noi rappresentiamo la proprietà, non siamo stati contattati, ci siamo andati. Era una mostra modesta, per lo più di multipli, ma solo il fatto di fare qualcosa di così sofisticato era sorprendente.
AB: Essere presenti in Asia sta diventando il prerequisito per le principali gallerie blue-chips, ma è un dato di fatto che l’economia cinese si sta sgonfiando. Il regime inflessibile del presidente Xi Jinping, con un aumento della censura e del controllo di internet e dei social media, potrebbe rivelarsi d’ostacolo per la libertà artistica e, potenzialmente, per la crescita del mercato. Per quanto concerne l’Africa, se ne fa un gran parlare, ma di azioni concrete se ne vedono poche: c’è chi sta cominciando timidamente a sondare il terreno, ma per il mondo dell’arte internazionale al momento rimane una terra incognita.

Che cosa pensate della Brexit?
V.S.: Ora siamo alla fine del 2018: sarebbe una gran cosa pensare che il governo sia consapevole di ciò che avverrà per la Brexit. Non parliamo di noi, ma Londra è una città incredibilmente internazionale che può resistere a questo cambiamento. Vediamo ancora gallerie fuori dal Regno Unito venire ad aprire a Londra, come Thaddaeus o Max Hetzler che hanno appena aperto. Ciò mostra una grande fiducia nel mercato e nella città, e spero duri a lungo.
T.R.: Penso che il mondo dell’arte abbia abbandonato i confini geopolitici da molto tempo e che operi con dinamiche proprie. La politica e i confini non esistono per gli artisti, per i curatori, per i collezionisti, penso quindi che ci troviamo in un mondo molto privilegiato immune da queste geopolitiche. Il dinamismo di Londra è una massa critica: ci sono così tanti artisti importanti che vengono ancora qui, che vivono qui, accademie che influenzano la nuova generazione di artisti. I musei sono tra i migliori del mondo in ogni settore. Mi infastidisce il fatto che il Regno Unito stia abbandonando l’idea di un’Europa unita, ma Londra come centro del mondo dell’arte, e come mercato, che sono due cose diverse, sopravviverà a questo.
F.O.: Non si deve vedere la Brexit come un fatto isolato: è parte di molte cose che in questo momento stanno avvenendo in tutto il mondo, la guerra commerciale tra Cina e America, la destabilizzazione del Medio Oriente e i cambiamenti in Cina sotto la presidenza di Xi Jinping, questi sono tutti aspetti che cambieranno il panorama e avranno un impatto su dove la gente risiede, lavora e decide di trascorrere la propria esistenza. Il ruolo di Londra al centro del mondo dell’arte è stato determinato dalla sua posizione di centro commerciale e, indipendentemente da quanto io possa pensare sulla Brexit, i suoi effetti su Londra dipenderanno da ciò che verrà negoziato.
G.A.: Mi auguro che l’ottimismo dei nostri partecipanti sia fondato. È difficile fare previsioni fin quando non saranno resi noti i termini dell’accordo, ma vedo grossi problemi all’orizzonte, in particolare per le gallerie più piccole, con tutte le nuove formalità burocratiche per esportare in Unione Europea.
A.B.: Come dice Outred, c’è una polarizzazione delle politiche globali: i regimi autoritari avanzano, dall’estrema destra del Brasile al comunismo di Pechino. Anche se, come dice Ropac, il mondo dell’arte è immune da confini geopolitici, tutti noi subiremo le conseguenze delle inquietudini del nuovo ordine mondiale. Intanto Tad Smith, ceo di Sotheby’s, ci avverte che il 2019 vedrà un mercato «più mogio» e che l’anno scorso a dare una batosta ai profitti di Sotheby’s sono state due opere «supergarantite»: all’orizzonte ci potrebbero essere altre  ricadute negative delle garanzie negoziate in modo aggressivo. I segnali parlano di maggior cautela e di tagli: alcuni specialisti che hanno lasciato le case d’asta alla fine del 2018 (come Loïc Gouzer) non saranno sostituiti. Forse per prepararsi a fronteggiare le avversità.

Georgina Adam, da Il Giornale dell'Arte numero 393, gennaio 2019


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